24 settembre 2018

Giocati d'azzardo. Come si combatte la dipendenza alle Piagge

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Nell’Italia in crisi, c’è un’attività che non conosce cedimenti: è l’industria del gioco d’azzardo. Abbiamo provato a capire meglio di cosa si tratta, tra fatturati miliardari, normative generiche e infiltrazioni mafiose: fino all’enorme impatto sociale del gioco sul quartiere fiorentino delle Piagge.

di Alessandro Bezzi e Marco Sarti per l’Altracittà

Nel 2010 abbiamo speso oltre 1260 euro procapite tra lotterie, slot machine e scommesse; e le cifre, per quanto fumose, sembrano destinate ad aumentare proprio per il carattere anticiclico di questa spesa. Più si è poveri, più si tende a riporre le proprie speranze nel gioco d’azzardo, in una spirale che finisce per rovinare intere famiglie. Con la complicità di uno Stato sempre meno capace di garantire servizi essenziali, ma che promuove spudoratamente un’attività privata dagli enormi costi sociali. Non senza difficoltà, abbiamo indagato sul gioco d’azzardo in Italia, per capire come funziona un’industria che muove oltre 79 miliardi di euro# (esattamente il valore della manovra finanziaria del 2011!): e nella situazione di crisi che vive l’Italia, l’economia del gioco è l’unica a portare denaro fresco all’AAMS#, quindi nelle casse vuote dello Stato.

Il fatturato: L’industria del gioco è la terza attività del Paese (4% PIL), l’unica in buona salute nel desolato panorama della crisi degli ultimi anni. Senza contare il gioco illegale, una delle più rilevanti voci nel bilancio delle grandi organizzazioni criminali nazionali che utilizzano l’apparente legalità delle slot per esercitare un controllo capillare sul territorio e riciclare denaro. Tra scommesse clandestine e poker online il giro d’affari supera i 15 miliardi di Euro: e gli ormai ciclici scandali del calcio scommesse testimoniano anche la presenza di potenti organizzazioni transnazionali capaci, in pochi secondi e con pochi click, di movimentare enormi somme di denaro.

I numeri: E il ruolo dello Stato è centrale nell’industria del gioco d’azzardo. E’ evidente l’ipocrisia di un soggetto pubblico che invita a “giocare responsabilmente” salvo poi incassare trionfante la propria percentuale; peccato però che la sua fetta di torta sia limitata rispetto a quella dei privati (gli incassi diretti vanno da un minimo del 4,5% sulle scommesse sportive fino al 28% del Lotto e al 34% del Totocalcio) e che i costi sociali# che si trova a pagare siano ben più alti. In sostanza, lo Stato si comporta da “complice stupido”, capace di una condotta schizofrenica e addirittura controproducente per le sue casse. “E’ un atteggiamento ipocrita – denuncia Don Santoro della Comunità delle Piagge – ci si rende conto che il gioco è un problema sempre più diffuso, ma non si vuole rinunciare alle risorse che fornisce; sottacendo la dimensione dell’illegalità e delle mafie, che hanno già, come vediamo a Le Piagge o a Brozzi, un controllo su gran parte di questi guadagni”. L’ennesimo caso di profitti privati e spese statali, proprio mentre trionfa la retorica dell’austerity e prosegue il sistematico attacco al welfare state. E senza contare, naturalmente, le gravissime conseguenze sulla parte più debole e precaria del nostro tessuto sociale.

La risposta delle istituzioni: In Italia non esiste una disciplina organica del gioco, ma solo varie leggi di settore: e i decreti degli ultimi anni hanno accentuato la deregolamentazione. Addirittura l’ex ministro Michela Brambilla aveva sostenuto l’esigenza “turistica” di aprire casinò negli hotel; difficile non pensare alle pressioni della lobby del gioco, specie considerando l’indiscusso appeal turistico italiano. E nemmeno l’ultimo decreto Balduzzi sembra andare oltre soluzioni di facciata per risolvere il problema: gli interventi – divieto di slot vicino alle scuole, obbligo di informazione ai clienti delle sale gioco etc. – restano inadeguati ad arginare un fenomeno che ha proporzioni drammatiche.

Un esempio: A Firenze, uno dei quartieri dove il gioco sta conoscendo un’espansione inarrestabile è Le Piagge: non a caso, una di quelle periferie popolari dove la crisi non è un fatto di cui parlare quanto una realtà quotidiana di ristrettezze e disoccupazione per decine di famiglie. Molti studi hanno evidenziato la correlazione tra precarietà e rischio dipendenza dal gioco: “Il ritratto del gambler (giocatore con profilo di rischio da moderato a grave) illustra un individuo giovane, tra i 15 e i 24, che vive con la famiglia di origine o da solo con a carico un figlio, è di sesso maschile, con un livello di istruzione medio-basso e spesso non ha un lavoro fisso#”. Più il contesto sociale è difficile più i facili guadagni prospettati dalle scommesse si presentano come un’allettante via di fuga da una situazione di disagio. Non a caso, gli spot pubblicitari sono rivolti alle fasce più deboli della popolazione (cassintegrati, precari, migranti, etc.) ed il messaggio è quello che “con poco ci si sistema”. Facile crederci e provare, difficile uscirne, come ci spiega Raul, dell’Associazione Ex Giocatori Anonimi delle Piagge: “Negli ultimi 10 anni anche alle Piagge c’è stata una crescita esponenziale dell’offerta di gioco; tutte le attività (tabaccai, uffici postali, etc.) includono macchinette o gratta e vinci, senza pensare alla realtà del gioco sommerso. Prima potevi giocare solo nelle ricevitorie o nelle tabaccherie, ora si può giocare ovunque e ad ogni ora: da casa tramite il web; alle Poste, dove invece del resto viene offerto il Gratta e Vinci; perfino nei circoli, che nascono per essere luoghi di aggregazione e ricorrono a macchinette per pagare l’affitto o i dipendenti”. Per andare oltre ad un vortice di cifre incomprensibile, chiediamo a Raul l’impatto del gioco sulla vita quotidiana di un giocatore e della sua famiglia: “Il gioco porta con sé mille altri problemi: violenze e povertà in famiglie con redditi medi molto bassi (intorno agli 800 euro). Ragazzi disperati che ricorrono a strozzini sia per nascondere le perdite alla famiglia che per ritentare la fortuna. O anziani che dilapidano la loro pensione e vedono calare drasticamente il loro tenore di vita. Ad un certo livello il gioco non porta più altre dipendenze, ma finisce per assorbirle: conosco alcolisti che hanno smesso di bere o tossici che hanno smesso di drogarsi per giocare, a dimostrazione dell’enorme attrazione che il gioco può esercitare. Nel nostro quartiere il gioco d’azzardo ha avuto un impatto sociale enorme e sta rovinando intere famiglie”.

Alle Piagge, tra le realtà più attive a livello locale nel combattere la ludopatia c’è la Comunità di Don Alessandro Santoro. Dopo averlo ascoltato ad un incontro su “Mafia e gioco d’azzardo”, organizzato da Libera in una scuola fiorentina, lo abbiamo contattato per chiedergli cosa si possa fare concretamente: “Accanto al ruolo delle istituzioni, anche il terzo settore dovrebbe mobilitarsi maggiormente per risolvere il problema: credo sia fondamentale presidiare il territorio, riacquisire una capacità relazionale con la comunità di cui facciamo parte. Le associazioni non devono pensare alla semplice sopravvivenza, ma essere soggetti impegnati attivamente per risolvere le contraddizioni e le situazioni di disagio presenti sul territorio.” Anche il gioco d‘azzardo quindi è un problema anzitutto culturale, che non può essere semplicemente risolto con un intervento calato dall’alto, ma con un’opera di sensibilizzazione che coinvolga l’intera società: come ci spiega Raul, “Ognuno deve metterci del suo: associazioni, scuola, famiglia, forze dell’ordine preposte al controllo delle regole. Ognuno deve assumersi le sue responsabilità, da solo nessuno può risolvere il problema. Nemmeno le famiglie, che altrimenti finiscono “a rimorchio” del giocatore. Ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il fare”.

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