Gaza, la situazione resta drammatica. "Troppa propaganda oscura la verità", dice il responsabile Onu dei campi profughi.

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di Riccardo Valsecchi

John Ging è dal 2006 direttore delle Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione (UNRWA) in Gaza. Un passato da ufficiale dell’esercito nazionale irlandese, Mister Ging si è distinto all’inizio del corrente anno per aver portato all’attenzione internazionale le conseguenze drammatiche dell’assedio israeliano nella Striscia di Gaza.

Qual è la situazione attuale?

Molto difficile per tutta la popolazione: i beni di prima necessità scarseggiano, la povertà incalza e i lanci di missili continuano a risuonare nell’aria. La maggior parte degli edifici, comprese le abitazioni all’interno del centro profughi, portano ancora ben visibili i segni del conflitto del Gennaio scorso: qualsiasi lavoro di ristrutturazione, riparazione o ricostruzione è ostacolato dalle restrizioni imposte dalle autorità israeliane, le quali non consentono l’entrata in Gaza di materiale edile.

Come sono i rapporti tra UNRWA, autorità palestinesi e israeliane?

La nostra sensazione è che da entrambe le parti ci sia notevole rispetto del lavoro che stiamo svolgendo e dal canto nostro troviamo gli ufficiali e il personale di ambo gli schieramenti assai professionale nello svolgimento dei propri compiti.

All’inizio di agosto il quotidiano Jerusalem Post ha riportato la notizia che Hamas aveva sequestrato tre ambulanze delle Nazioni Unite. Nello stesso articolo l’esercito israeliano (IDF) ha rimproverato la vostra agenzia di non aver segnalato il fatto. Qual è la verità?

Questa storia è stata un’enorme falsità messa in giro da alcuni giornalisti. Le ambulanze non sono mai state sequestrate, anzi si trovano ancora qui, nel nostro quartier generale in Gaza, a disposizione di chiunque voglia accertarsene. Se i giornalisti o le autorità israeliane desiderano verificare, siamo disposti anche a portarle al confine e mostrare i numeri di serie. La verità è che bisogna sempre controllare le informazioni prima di riportare notizie del genere. Questa delle ambulanze è stata una storia molto strana.

Quale è il vostro rapporto con la popolazione palestinese?

I palestinesi ci hanno sempre rispettato durante i sedici anni di lavoro in questo territorio. A ogni modo entrambe le parti hanno sempre tenuto nella dovuta considerazione il nostro ruolo e non abbiamo mai avuto problemi di nessun genere.

In che cosa consiste nello specifico il vostro lavoro nella Striscia di Gaza?

Provvediamo all’educazione di 206 mila bambini nelle nostre scuole e diamo assistenza sanitaria a un milione di rifugiati. Poi abbiamo istituito diversi programmi d’assistenza economica, di sussidio finanziario alle attività imprenditoriali e molti altri programmi per aiutare e migliorare le condizioni di vita della popolazione.

Date le sue precedenti esperienze sia come ex ufficiale d’esercito che come osservatore internazionale, qual è, secondo lei, la particolarità di questo conflitto?

Il problema principale è la comprensione della verità. Sia da parte palestinese che israeliana c’è molta propaganda, mistificazione e disinformazione. È una situazione molto complicata, sia politicamente che emotivamente. Tutto ciò rende il processo di pace assai difficile. I fatti sono rappresentati in modo diverso, da differenti persone, con differenti schemi e regole, secondo una prospettiva meramente politica e non umanitaria. È per questo che non ci stancheremo mai d’incoraggiare coloro che hanno il potere e la responsabilità decisionale di venire e constatare da sé il dramma dei palestinesi, di parlare con la gente del posto e osservare le condizioni in cui vivono i bambini. Secondo la nostra opinione le persone comuni, dall’una e dall’altra parte, sono le vere vittime del conflitto e ad esse è necessario guardare per trovare una soluzione.

Ma esiste una soluzione?

Noi tutti crediamo fermamente che esista e che essa passi solo attraverso un processo di pace. Questo è il motivo per cui ognuno cerca di fare il proprio meglio per riportare questo tema sul tavolo delle trattative, perché è solo attraverso di esso che il conflitto potrà essere risolto. Ancora, non c’è altro modo che la pace: la violenza non risolve nulla e il cessate il fuoco è la priorità assoluta.

I palestinesi desiderano la pace?

La gente comune la vuole assolutamente, per sé stessi, per le proprie famiglie; desiderano un’esistenza dignitosa, una situazione economica migliore e vogliono ricominciare a vivere. Tutti quanti sperano che il conflitto si risolva positivamente per entrambi i fronti, ma in questo momento qui in Gaza c’è una situazione d’emergenza: i palestinesi vivono in una situazione di prigionia, molti si trovano in condizioni di salute precarie, abitano in palazzi semi-distrutti e in questo modo non c’è alcuna prospettiva per il futuro.

Qual è la sua risposta alle illazioni a proposito del fatto che i campi profughi siano dei centri di reclutamento per militanti?

Il solo scopo dei campi profughi è quello di fornire un’educazione secondo standard accademici ai minori, di provvedere alla loro crescita culturale e sociale, non solo all’interno delle loro famiglie ma anche in un ambito comunitario più ampio, nel rispetto di tutte le culture presenti nel medio oriente e nel mondo intero. Ciò è quello che qui facciamo e quello a cui ci dedichiamo con molta serietà.

E riguardo le asserzioni che l’esistenza dei campi profughi garantisca alle Autorità Palestinesi un motivo per poter catturare l’attenzione dei media?

Non intendo commentare ogni speculazione che viene fatta sul nostro conto. Posso solo dire che la realtà è che in Gaza ci sono dei rifugiati perché sono stati espulsi dalla propria terra e hanno perso le proprie case nel 1948. La ragione, poi, per cui sono ancora qui, è perché non si è ancora giunti a un accordo tra le parti. La risoluzione del problema dei rifugiati passa per forza di cose dalla risoluzione del conflitto stesso ed è per questo che il processo di pace è assolutamente necessario.

In un’intervista alla rivista “UN Centre”, lei ha dichiarato:«La cosa più vergognosa di tutto ciò è che le due popolazioni qui sono molto migliori della situazione politica attuale.»

Secondo la mia esperienza, il popolo palestinese e quello israeliano vogliono fortemente la pace. Questo è ciò che continuo a sentire costantemente da ogni palestinese con cui ho a che fare. La gente comune da ambo i lati è quella che sta pagando il fallimento politico del processo di pace, ma essa è anche quella che non ha avuto voce nella creazione delle sue premesse. Noi speriamo con tutte le nostre forze che ci sarà un progresso politico piuttosto che un nuovo fallimento causato dai contrasti tra le due leadership.

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