10 dicembre 2018

Fuori dal carcere, e poi? Progetti possibili contro l’abbandono

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Al 29 agosto scorso, dopo un mese dall’approvazione dell’indulto, erano già stati dimessi dagli Istituti di Pena 18.500 detenuti, quasi un terzo della popolazione carceraria complessiva. L’indulto ha condonato la pena per i reati minori (fino a 3 anni di detenzione e 10.000 euro di sanzione), senza cancellarli, ed è ancora in vigore, interessando i reati commessi fino al 2 maggio 2006. In pratica molti imputati già sotto processo non andranno in carcere: secondo una stima dell’Eurispes i quattro quinti dei procedimenti in corso si chiuderanno con la formula ‘pena interamente condonata’ per effetto dell’indulto.
Ad un anno di distanza come procede il reinserimento delle persone ‘indultate’? Ci sono esempi positivi: il Coordinamento Nazionale Comunità d’Accoglienza nell’area Toscana sta attuando un progetto per un sistema di servizi facilmente accessibili e rivolti alle necessità primarie dei detenuti usciti. Spesso si tratta di persone sole, che hanno perso tutto, che non hanno un posto dove andare e risorse per mantenersi. Nei territori di Firenze, Pisa e Livorno i gruppi del CNCA garantiranno servizi come l’accoglienza in strutture diurne, il tutoraggio nella ricerca di lavoro e alloggio, la consulenza legale gratuita, ma anche interventi di riduzione del danno rivolti agli ex detenuti con problemi di dipendenza.

A Firenze è nato l’anno scorso un osservatorio per monitorare il percorso delle persone uscite grazie all’indulto. Christian de Vito è uno dei volontari del coordinamento ‘Voci dal carcere’, che riunisce insegnanti, educatori, legali, ex detenuti, persone che vivono il carcere con ruoli e prospettive diverse. “Dall’inchiesta condotta dal nostro osservatorio – ci racconta De Vito – è venuto alla luce l’abbandono pressoché totale nel quale sono stati lasciati gli indultati, che è poi lo stesso in cui sono lasciati tutti quelli che a qualunque titolo escono dal carcere. Spicca l’assenza di un qualche progetto precedente al momento dell’indulto, piombato dal cielo come una sorpresa, malgrado se ne parlasse da anni, tanto che in altre città si è pur riusciti a far qualcosa. Emergono anche tutti i problemi del circuito fiorentino dell’accoglienza, che in quella estate era particolarmente sguarnito ma che, in generale, è del tutto insufficiente rispetto alla domanda, e inadeguato a rispondere ai bisogni delle persone che escono dal carcere.”
L’inchiesta rileva anche un dato strutturale inquietante: “praticamente tutti quelli che sono usciti con l’indulto avrebbero potuto uscire in misure alternative, come l’affidamento in prova al servizio sociale, la semilibertà, la detenzione domiciliare, visto che i termini giuridici – massimo 3 anni di pena – sono gli stessi. Ci si chiede allora perché queste persone non fossero già fuori: problemi della magistratura di sorveglianza? non intervento degli educatori rispetto agli immigrati? carenza di strutture di accoglienza e di posti di lavoro? Si pone in tutti i casi il problema del “dopo”: anche chi esce in misura alternativa, se va bene trova un lavoro sottopagato, oppure tempi limitati nei centri di accoglienza. E se nel frattempo finisce la pena, spesso perde il lavoro e l’alloggio legati alla misura alternativa.”

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