Fortezza: Sulla Modernità.

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e non da ora, ampi dibattiti anche di alto profilo, ma ci sembra che Domenici usi questa parola nella sua accezione più quotidiana e culturalmente depauperata, vorremmo dire da totem nazional-popolare. A quanto sembra, il sindaco non ha mai sentito l’esigenza di fornire un serio approfondimento: si ha l’impressione che basti pronunciare questi fonemi taumaturgici perché, al di là di ogni possibile discussione, si materializzino, in una incontrollabile epifania, le magnifiche sorti e progressive della città, che in altri tempi avevano peraltro altri colori e più strutturati riferimenti culturali.

In effetti, a ogni obiezione, a ogni critica, Domenici e i suoi sostenitori non ritengono, assumendosi le responsabilità del caso, di dover rispondere sui fatti concreti («dov’è lo scempio? io non lo vedo» – disse ad esempio il sindaco davanti al mostro della Fortezza; salvo bloccare i lavori dopo vari mesi e dopo altri lavori e altri costi), ma sfoderano un appello in nome della modernità e della modernizzazione, sdegnati contro le forze della conservazione (per di più – rincarano la dose – trasversale) e contro l’immobilismo degli ultimi cinquant’anni (come se essi stessi e le forze politiche che li esprimono non avessero in questi anni ampiamente governato).

Quali sono i risultati di questa presunta modernizzazione così autocelebrata? Dei grandi progetti finora avviati non ce n’è uno che non abbia evidenziato approssimazione progettuale e frettolosità esecutiva (dal vergognoso nuovo ponte in sostituzione della passerella pedonale dell’Isolotto ai sottopassi di piazza Vittorio Veneto e di viale Strozzi, al parcheggio di piazzale Caduti dei Lager). Sono forse un esempio di modernità le due torrette neomedievali di pietra serena verniciata e le due fontane (che non funzionano) della nuova sistemazione del doppio sottopasso di viale Belfiore e la nuova rampa soprastante? Si noti infine come questa strategia sia incentrata su due elementi cardine: la filosofia degli accordi di programma e della programmazione negoziata (che ha preso forma nel Piano strategico di Firenze 2010) e la pratica della finanza di progetto. Come abbiamo dimostrato anche nel corso del nostro convegno sul Piano strategico di Firenze (dicembre 2003) è questo il vero nodo da ripensare a fondo.

I frutti più eclatanti di questo presunto processo innovativo sono essenzialmente: grandi ipermercati a 360 gradi sul territorio, parcheggi accentratori a pagamento nel cuore della città, riempimento di aree del centro storico con funzioni monodirezionate sul settore fieristico- congressuale e turistico alberghiero, espulsione dei cittadini dal centro storico. Ci sembra che occorra piuttosto proporre decisamente, e in positivo, un’altra «modernità» (e anche un altro modo di fare politica), che privilegi concretamente come valori irrinunciabili la sostenibilità, la trasparenza delle decisioni, la difesa dei beni comuni e la partecipazione dei cittadini alle scelte che li riguardano, non solo sui dettagli delle realizzazioni già decise, ma sulle linee guida, sui principi che informano di sé progetti e prospettive. In questa diversa dinamica anche le forze economiche sapranno trovare proficuamente espressioni non fondate sulla rendita secca, non strettamente speculative e di sfruttamento dell’esistente, ma sulla ricerca, dunque sul dialogo e sui valori primari della convivenza e della democrazia attiva.

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