Fori Imperiali come Piazza Duomo: ad un fallimento se ne aggiunge un altro

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Il neosindaco di Roma Ignazio Marino cita Piazza Duomo a Firenze come esempio per la pedonalizzazione dei Fori Imperiali a Roma. Lo storico dell’arte Tomaso Montanari fredda gli entusiasmi per un modello che qui è già fallito. Ecco un estratto dal commento di Montanari dalle pagine del Fatto Quotidiano.

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[…] Se chiedete a un fiorentino cosa ha fatto, di concreto, l’amministrazione di Matteo Renzi, questi risponderà – ormai con più di un filo di ironia – che ha pedonalizzato piazza del Duomo: che è in effetti l’unico vero cambiamento che si può accreditare all’ex rottamatore. Ma a guardar bene non è per nulla un successo: si tratta dell’ennesimo passo verso la musealizzazione e la turisticizzazione di Firenze. Un altro passo verso il disastro di Venezia, insomma. La pedonalizzazione, infatti, è stata fatta dall’oggi al domani, ed è stata concepita non come una misura urbanistica, ma solo come un provvedimento stradale. E il risultato è che la piazza appartiene ancor meno ai cittadini (che non riescono a raggiungerla con mezzi pubblici), e che le attività commerciali sono sempre più da luna park.

COSÌ, OGGI piazza del Duomo non è più una piazza, se per piazza si intende uno spazio pubblico animato dalla vita civile. Ecco, la speranza è che Marino non segua il modello Renzi, ma ne costruisca uno suo: all’altezza del suo ambizioso programma di governo. Cominciando dalla squadra di governo: laddove Renzi si è circondato di mezze figure che non rischiassero di fargli ombra, si spera che Marino scelga invece delle vere competenze. Potrebbe, per esempio, avere un ruolo importante l’archeologa Rita Paris, appena eletta con Marino in consiglio comunale, che ha combattuto con efficacia l’abusivismo sull’Appia, e dirige il Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo. È molto significativo che la Paris abbia sposato con entusiasmo l’idea di prolungare fino almeno al Colosseo la linea 8 del tram: solo con un servizio pubblico (possibilmente ecocompatibile come il tram) i Fori potranno tornare a essere parte della città.

Perché è questo il punto vero. Occorre un progetto didattico che restituisca una leggibilità archeologica e storica ai Fori per chi li vede per la prima (e magari unica) volta nella vita, e occorre certo ripulirli dalla umiliante presenza terzomondista dei camion-bar e dei penosi personaggi in costume da gladiatore o centurione. Ma occorre soprattutto reintegrare i Fori nella città, rigettando radicalmente la visione fascista o cinematografica che ce li ha consegnati come retorico sfondo di parate, eventi o spettacoli vari.

È dunque vitale che chiudere i Fori voglia dire, in realtà, aprirli. Aprirli alle gite domenicali dei romani in bicicletta, alle passeggiate delle famiglie, a un tempo liberato che renda consapevoli i cittadini della storia straordinaria della loro città. E soprattutto che aumenti la qualità della loro vita. L’errore cruciale della cosiddetta “valorizzazione” dei centri storici delle città d’arte italiane è quello che li vuole infiocchettare e trasformare in tante San Gimignano o Alberobello. Il destinatario elettivo di queste operazione di make up è sempre e solo il turista, nuovo signore delle nostre città.

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