Folon, il sogno dell’innocenza

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Una doverosa precisazione preliminare. Chi si aspetta una critica d’arte può passare oltre perché questo è soltanto il racconto di una visita e delle emozioni che ha suscitato. Ho sentito il bisogno di scriverlo perché questa città, così incattivita e dolente, quest’estate ci ha saputo anche riservare, con la mostra di Jean-Michel Folon al Forte di Belvedere, qualcosa di bello e di unico.
Cos’è che tanto affascina in questo artista belga che ha allestito a Firenze “l’esposizione più importante della sua vita”?
Che cosa ha attirato già quasi 50.000 visitatori, spingendo l’organizzazione a prorogare la mostra fino al 2 ottobre?
Il protagonista delle opere di Folon è “Il Signor Qualcuno”, una sorta di doppio a cui l’artista affida il suo sguardo sul mondo. In testa un massiccio cappello a cilindro, addosso un mantello pesante, un volto appena tratteggiato, quasi anonimo, che invece trasmette un candore disarmante e inesplicabile. Porta delle scarpe robuste, saldamente ancorate al suolo, anche se nella gigantesca scultura “L’Envol” i piedi sembrano già sul punto di staccarsi da terra.
Colpisce nelle sculture di Folon la straordinaria leggerezza, il senso di incanto e di sorpresa, la capacità sempre rinnovata di mettersi in gioco.
Non è un caso se il viaggio rappresenta uno dei fili conduttori delle sue opere, fino ad assumere, nell’installazione intitolata ‘L’evasione’, i contorni struggenti di una valigia sospinta da un volo di anatre e aperta sul panorama di Firenze, pronta a riempirsi dei mille diversi punti di vista di chi la osserva.
Né sorprende che gli animali rappresentino gli ideali compagni di viaggio del ‘Signor Qualcuno’, dal gatto adagiato con aria complice e sorniona sulla barchetta (nell’opera ‘Partire’), agli uccelli indicatori di nuove rotte, ai pesci accolti in grembo nella grande fontana davanti al cassero.
La giocosità dell’invenzione raggiunge il culmine nella terrazza con la successione folgorante di teste surreali. Al posto della testa umana Folon si diverte a inserire una varietà di oggetti: un gomitolo, un grattacielo, un arnese meccanico, una poligonale spezzata, una valigia, un libro oppure -più che mai opportuno- un punto interrogativo, quasi a sancire un’identità sempre più indefinita e sfuggente.
L’itinerario poetico dell’artista si completa con la visione degli acquerelli e dei disegni, che rappresentano l’esordio della sua attività creativa (infatti solo nell’ultimo decennio Folon si è votato alla scultura come evoluzione naturale della propria ricerca formale). I colori del Folon pittore sono sorprendentemente tenui, impalpabili, quasi fluttuanti. Eppure il senso di leggerezza non vi risulta così evidente come nelle sculture; anzi, questa sezione aiuta a scoprire anche in esse quel tanto di disagio e di malinconia che si intuiva ma non si riusciva a mettere a fuoco.
Mi viene allora da pensare che le opere di Folon ci parlano forse anche dell’inconsistenza e fragilità della nostra condizione di ‘contemporanei’.
Vi avverto dentro la vertigine di una realtà che non si riesce più ad afferrare e che sembra acquistare senso solo nello sguardo solitario di un sognatore.
Ecco perché ci sentiamo a casa nostra nei panni del ‘Signor Qualcuno’. Potrebbe essere il primo uomo sulla terra – ne ha l’innocenza – ma anche l’ultimo – ne porta dentro la dolente consapevolezza.

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