Firenze 2006, la fine della cultura

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I fiorentini non hanno più nessun punto di riferimento a livello istituzionale nel settore della cultura. Mentre scriviamo non esistono più assessori alla cultura a livello regionale, provinciale e comunale. In particolare a Firenze negli ultimi mesi si sta consolidando sempre più il disegno della Fondazione Cultura. Si tratta in tutta evidenza di una scelta politica chiara e che non ammette discussioni. D’ora in poi la cultura a Firenze sarà fatta di soli grandi eventi che produrranno un ricco indotto per banche, assicurazioni, ristoranti, alberghi, agenzie di viaggio, di trasporti e di tutte quelle categorie economiche che campano di turismo. I politici e gli assessorati alla cultura quindi non servono più; servono buoni manager avvezzi al business e bravi nel perseguire un buon marketing capace di vendere la merce, il prodotto Firenze in tutto il mondo. Si tratta di un’idea superata di modernità, la stessa che sta dietro allo sviluppismo a tutti i costi (sociali, ambientali ed economici) delle cosiddette grandi opere, che, come nel caso della cultura, non rispondono ai bisogni delle donne e degli uomini che vivono la città.
Grazie alla ‘moderna’ Fondazione Cultura e al contestuale affossamento degli organi politici di indirizzo si favoriscono quindi gli interessi delle categorie economiche protagoniste così di un programma culturale patinato, molto televisivo, ma a vantaggio di pochi.
Firenze e la Toscana tutta, invece, non sono solo un grande patrimonio di arte e di cultura, che occorre tutelare, valorizzare, liberare dal dominio commerciale e difendere dalle privatizzazioni, ma devono anche divenire luoghi capaci di favorire una produzione culturale contemporanea diffusa e democratica, attenta tanto alla conservazione dei beni culturali quanto allo sviluppo di forme nuove di comunicazione e alle culture giovanili.
Ma se il quadro dato è quello della Fondazione Cultura come sarà possibile rilanciare la proposta culturale della città, coniugando e intrecciando, con proposte alte e in modo attivo e qualificato, la ricchezza della tradizione con l’innovazione contemporanea? Manderemo un sms al telecomsponsor di turno per saperlo? Come sarà possibile sostenere e incoraggiare la produzione culturale diffusa, ricca di forti legami sul territorio e dalla valenza anche sociale? Come saremo in grado di valorizzare il carattere multiculturale che la città sta rapidamente acquisendo? Come sosterremo le persone e i collettivi locali che producono cultura? Ad oggi una delle poche realtà fiorentine recensite per il loro valore dalla stampa internazionale ha ricevuto come premio uno sgombero poliziesco e il quartiere dove ‘producevano’ ci ha ‘vinto’ l’ennesimo centro commerciale.
Come vedete la complessità culturale della città e la sua feconda narrazione della modernità dista migliaia di anni luce dal concetto di cultura dei grandi eventi sostenuta da coloro che in questo momento amministrano il territorio: funzionari di partito che credono che i soldi esistano solo presso i privati, nazionali o multinazionali che siano. Esiste invece un’altra storia fatta di una fiscalità ripensata, di una gestione corretta e programmata oltre le scadenze elettorali delle risorse pubbliche. Esiste soprattutto la possibilità di sostenere le potenzialità inespresse di coloro che producono cultura, a tutti i livelli, e che spesso hanno bisogno di servizi più che di budget milionari. Buone sale prove, buoni auditorium, buone biblioteche, buona formazione, capacità di scambio con altri territori. Tutto molto difficile, vero? Ma allora a che serve la politica se non a sciogliere i nodi irrisolti. Ai nostri funzionari addetti alla pubblica amministrazione ricordiamo se non lo avessero chiaro che di Istituzione ne esiste uno sola, ed appartiene a tutti, è un bene collettivo. Di manager ce n’è almeno uno per partita iva, e in Toscana ne abbiamo centinaia di migliaia, tutti con lo stesso obiettivo in testa: produrre ricchezza per i soci di riferimento. Nella cultura, come del resto negli altri settori, abbiamo invece bisogno di una politica in grande spolvero, di livello e capacità adeguate alla complessità in cui, perlomeno fino ad esso, sopravviviamo. Per contrastare il declino, anche culturale, abbiamo bisogno di persone capaci di ragionare e lavorare per il bene comune. Altrimenti, a sipario abbassato, ci accorgeremo che l’impresario sarà fuggito con la cassa.

di Dante Innocenti (I Ciompi)

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