Firenze, grazie all'Europa il giudice annulla l'espulsione di un tunisino

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Sara Capolungo per l’Altracittà

E per fortuna che c’è l’Europa. Avrà sicuramente pensato così un cittadino tunisino che si è visto annullare, lo scorso 17 febbraio, il decreto di espulsione dal giudice di pace di Firenze per violazione della legge europea. Il caso è nato da un normale controllo di polizia, al seguito del quale, l’uomo è risultato essere già destinatario di un ordine di allontanamento dall’Italia. E così il prefetto di Firenze ha firmato un decreto di espulsione, con tanto di accompagnamento alla frontiera da parte della polizia e un periodo di trattenimento al CIE di Bologna per poter acquisire i documenti per il viaggio.
Per fortuna il tunisino non si è perso d’animo, e ha presentato il ricorso al giudice di pace che ha annullato l’espulsione, in quanto violava la direttiva europea in materia del 2008, conosciuta come “direttiva rimpatri”. Infatti, in base alla disposizione europea, è consentito agli Stati procedere all’espulsione forzata solo nel caso di rischio di fuga della persona e, comunque, con l’obbligo di motivare tale decisione. Ma, nel caso dell’uomo tunisino, non c’erano né il pericolo di fuga né le motivazioni dell’espulsione: infatti, l’uomo non solo ha il domicilio a Firenze, ma qui vive con tutta la sua famiglia. Sposato con rito islamico da anni, due bambini in tenera età, il tunisino ha dimostrato anche di avere un regolare contratto di locazione e un reddito lecito, grazie alla moglie titolare di un’impresa di sartoria, con la quale viene sostenuta la famiglia. Tutti elementi, questi, che secondo il giudice di pace sono sufficienti a evitare il pericolo di fuga dell’uomo.
Ma c’è di più: secondo la direttiva europea, infatti, è necessario tenere in considerazione, nella decisione di rimpatrio, il superiore interesse dei figli minori e della famiglia dello straniero. E, purtroppo, il figlio di soli tre anni dell’uomo soffre fin dalla nascita di gravi problemi respiratori e la moglie è risultata essere nuovamente incinta. Ovvio, quindi, che l’espulsione del padre avrebbe minato l’unità familiare, non potendo la moglie seguire il marito all’estero con i figli, se non con il rischio di perdere il titolo di soggiorno in Italia, duramente conquistato, e rinunciando ad un’avviata attività artigianale. Senza considerare che i bambini non avrebbero più potuto beneficiare di adeguate cure mediche, oltre ad essere sradicati dall’ambiente in cui sono nati ed educati.
Insomma, per la prima volta a Firenze, un provvedimento prefettizio d’espulsione è stato annullato in base alla violazione della “direttiva rimpatri”. E questo ancor prima che la tale disposizione sia stata recepita dallo Stato italiano. Sembra davvero un bene, quindi, che le direttive siano direttamente applicabili dai giudici, senza attendere il recepimento del Parlamento sempre più affaccendato in tutt’altre faccende.

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