Firenze Demosinistrata

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di Rosa Mordenti

Urbanistica contrattata e centro storico come gadget. Ecco la città postdemocratica, dove il Pd ha scelto il peggio di ex Dc ed ex Ds

Firenze è diventata, dopo dieci anni di governo del sindaco Leonardo Domenici, la Disneyland del Rinascimento. Con in più un cuore selvaggio, quello che ha reso possibile, per esempio, la battaglia contro i lavavetri»: sono parole di Tommaso Fattori, fiorentino che lavora da anni, in giro per l’Italia e per il mondo, nei movimenti in difesa dell’acqua e non solo. Ornella De Zordo, consigliera comunale di Unaltracittà, parla di «una città innervosita, incattivita, in cui si vive male, inquinata, cementificata», e anche lei aggiunge: «Selvaggia». È strano sentire che la culla del Rinascimento è diventata «selvaggia». È strano [o forse no] che questa trasformazione sia il frutto di  un’amministrazione di centrosinistra, forte e solida, che ha governato con continuità, e con gli stessi alleati, per quindici anni. Secondo Cristiano Lucchi, giornalista «sociale», «Domenici non ha mai dialogato con la città viva sociale e politica, ha sempre delegato la giunta». Perfino l’assessorato alla partecipazione, uno dei primi in Italia, spiega ancora Lucchi, «era inutile: nessuno ha mai potuto partecipare a nulla e non per caso i comitati sono nati come funghi».

Di Domenici, i fiorentini dicono che è stato, paradossalmente, «un sindaco assente». Non era per le strade della città e non era nemmeno nel consiglio comunale: non ci andava mai. I malpensanti dicono che era più occupato a rappresentare l’Anci, l’Associazione nazionale dei comuni di cui è presidente, o forse preferiva andare a cena con Ligresti e Della Valle, gli incontri di cui la città ha saputo, alla fine dell’anno scorso, grazie alla pubblicazione delle intercettazioni per l’inchiesta della procura in cui sono indagati, per corruzione, il costruttore Salvatore Ligresti, il suo braccio destro Fausto Rapisarda, l’assessore comunale Graziano Cioni [quello dei lavavetri] e l’ex assessore Gianni Biagi; cene in cui ci si accordava su progetti come lo stadio, da costruirsi nell’area di Castello. Dunque un sindaco assente, ma con una priorità: l’urbanistica. «Se fai un giro nei cortili di Firenze, vedi un problema tutto nostro, la ‘densificazione’ – racconta Cristiano Lucchi – Vai a vedere in viale Corsica: c’è un triangolo di palazzi, nel cortile dei quali ne stanno costruendo un altro. Stanno riempiendo i vuoti». Anche se a Firenze ci sono tra le 12 e le 15 mila case sfitte. Dice ancora Fattori: «Domenici lascia una città perfettamente post-democratica». Un modello di città che si basa «su un potere politico assolutamente impermeabile e distante»; e «sullo svuotamento dei consigli elettivi, degli organi di rappresentanza». La città «post democratica», dunque, è governata con un sistema di intrecci tra affari e politica che si esprime in due modi: uno, spiega sempre Fattori, «è il modo informale delle cene con Ligresti, l’altro è quello, invece istituzionalizzato, delle società per azioni miste». Il governo del territorio perciò «è affidato a tavoli cui siedono pezzi di potere privati e pezzi di politica, in aule post-democratiche in quanto oscure, sottratte ad ogni controllo e ad ogni partecipazione».

Un modello bipartisan buono per tutta Italia. «Ma alle origini di questo processo non c’è una responsabilità personale di Domenici: è un processo più generale, che si accompagna alla trasformazione del partito in ‘partito leggero’, nella estremizzazione della democrazia di mandato, nello svuotamento della partecipazione, nel degrado della democrazia. La città è plasmata su questo modello. E le decisioni vengono prese, di fatto, da gruppi di influenza». Matteo Renzi, il giovane [è nato nel 1975, nel 1999 è stato anche campione de «La ruota della fortuna», il quiz di Mike Bongiorno] vincitore delle primarie e dunque candidato del Pd alla poltrona di sindaco alle prossime amministrative di giugno, è l’evoluzione di questo modello.

Alle primarie hanno partecipato in 37 mila circa: lui, ex segretario cittadino del Ppi e poi della Margherita, ha preso il 40 per cento, sbaragliando già al primo turno il candidato veltroniano Pistelli, quello dalemiano Ventura [candidato in extemis, in realtà, più contro Pistelli che contro Renzi], l’assessora Daniela Lastri e l’esponente de La Sinistra Eros Cruccolini.

La vittoria di Renzi segnala più la debolezza del Pd che la forza dell’«uomo nuovo». Prima di tutto perché non è affatto nuovo: governa la Provincia da cinque anni grazie a un accordo politico tra Margherita e Ds, dice di essere contro «l’apparato» ma è sempre stato perfettamente in linea con le scelte di Domenici. Per esempio, ha firmato il protocollo tra comune, Provincia e Ferrovie dello stato che permetterà la costruzione di appartamenti nelle stazioni [1.500 solo a Campo di Marte, 4 mila in tutta la città]. Le sue 15 mila preferenze non sono nemmeno tante, in rapporto all’investimento economico e alla «potenza di fuoco» dispiegata per giorni su radio, televisioni e giornali locali. Ricco di famiglia, tre figli, Renzi ha partecipato al Family Day, e al centro del suo programma ci sono le grandi opere e l’inceneritore contro il quale da anni si battono i comitati della Piana fiorentina. Nelle intercettazioni, l’indimenticato Cioni parla di lui sperando nella sua elezione. Renzi è giovane, dinamico, fattivo. «La verità – dice Ornella De Zordo – è che Renzi ha colto un’onda di antipolitica». E infatti la minaccia, per lui, non viene certo da destra: il candidato sindaco del Partito delle libertà sarà Giovanni Galli, ex portiere della Fiorentina e poi del Milan di Sacchi, oggi commentatore sportivo per Mediaset.

Insomma Renzi sembra aver vinto, per ora, solo la guerra per bande interna al Pd, ma non è detto che vinca anche le elezioni. Racconta Sandro Targetti, consigliere provinciale di Rifondazione: «L’ho conosciuto nella primavera del 2004, quando si capì che sarebbe stato il candidato del centrosinistra alla presidenza. Allora eravamo più ottimisti, andammo da lui per vedere se c’erano i margini per un accordo. Ma individuammo subito i temi di dissenso: il sottopasso, l’inceneritore, il sociale, il lavoro. Da allora non l’abbiamo più incontrato. Fu una riunione strana, parlò sempre e solo male dei Ds senza mai entrare nel merito».
Come ha governato Renzi la Provincia? Proprio come Domenici, dice Targetti, «non è quasi mai venuto in consiglio provinciale. È molto moderato dal punto di vista politico ed è stato molto aggressivo con chiunque fosse in disaccordo con lui: in un mandato ha cacciato almeno sei assessori. Probabilmente sfonderà al centro, forse un po’ anche a destra, ma lascerà scoperta la sinistra».
Già, la sinistra. Come dice Fattori, «non si allarga ma si polverizza, invece avrebbe enormi potenzialità, perché è sicuro che Renzi non incontra il gradimento di una grande parte di cittadini». Il catalogo è questo: i vendoliani usciti dal Prc, che ha perso così due consiglieri su tre, hanno formato con Sinistra democratica e Pdci «La Sinistra», un gruppo consiliare nutrito al momento alleato di Domenici. Si ritiene che appoggeranno Renzi. Osserva maligno Targetti: «I più spregiudicati nel cercare l’accordo con Renzi sono proprio i vendoliani e parte della Sinistra democratica: se non fanno l’accordo restano in mezzo al guado».
Il Prc invece era e rimane all’opposizione, con la lista Unaltracittà-Unaltromondo. Che ora sta lavorando, attraverso assemblee, riunioni e iniziative in piazza [come quella di domenica primo marzo] a una nuova lista che a partire dall’esperienza di Ornella De Zordo in consiglio comunale si chiamerà «Per un’altra città» [www.perunaltracitta.org]. Dentro ci sono il sindacalismo di base, i movimenti per la casa, comitati per la difesa del territorio, chi lavora per un modello diverso di economia. A complicare le cose c’è stata la candidatura già lanciata da Rifondazione, a gennaio, di Mercedes Frias [ex deputata ed ex assessora ad Empoli] a sindaco. Non sembra un bell’inizio, per un percorso che si vorrebbe «aperto e unitario». Risponde Targetti: «Frias si è solo messa a disposizione, la lista Per un’altracittà dovrà essere uno dei pilastri di qualsiasi coalizione a sinistra del Pd, Rifondazione non pone nessun tipo di pregiudiziali, tantomeno sul nome del candidato».

Dopo la vittoria di Renzi, un pezzo di Verdi e uno di Sd, insieme a Valdo Spini [la cui lista si chiamerà «Insieme per Firenze» e avrà il simbolo viola, pare con un logo molto simile a quello della Fiorentina] hanno annunciato che non lo appoggeranno. Si profila dunque la possibilità di unacoalizione un po’ faticosa, con vecchi pezzi della maggioranza [«hanno votato l’invotabile»], comitati e partiti all’opposizione, liste civiche e socialisti. Non ha perso il suo ottimismo, Targetti, e dice che «potrebbe essere un bel laboratorio».

«Partecipiamo a questo tavolo – dice De Zordo – non possiamo che dire benvenuto a chi non era con noi all’opposizione. Però chiediamo dei punti di programma molto netti: sul tunnel della Tav, sull’inceneritore, sul blocco dei lavori della tramvia per disegnare un nuovo tracciato. Chiediamo un metodo di lavoro: riunioni aperte, criteri chiari per le candidature: è l’unico modo per fare un accordo tra diversi e non una specie di patteggiamento».

[Fonte: www.carta.org]

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