Fare politica o vivere di politica? La cesura tra i partiti di sinistra e la società reale

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Leggete con pazienza questo breve saggio di Rémi Lefebvre pubblicato sull’ultimo numero de “Le Monde Diplomatique”. Alla fine vi accorgerete che, tranne qualche differenza, tutto il mondo è paese.

Vi accorgerete anche che la situazione italiana è addirittura peggiore di quella francese: basti pensare alle assurde dinamiche tutte interne che negli ultimi anni hanno annichilito il ruolo di partiti come Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, Verdi, Sinistra e Libertà ma anche, se vogliamo continuare a chiamarli di sinistra, di socialisti e democratici.

A farne le spese sono stati, e continuano ad essere, i più deboli. Siamo ormai giunti alla fine di un’epoca, e questa consapevolezza ci costringe al superamento delle vecchie forme di fare politica. Basta darsi da fare con un una buona capacità di sperimentazione e creatività. Ne va del nostro futuro.

Democrazia Km Zero
Democrazia Km Zero

Questo quadro, desolante e disastroso, costringe infatti coloro che vogliono essere rappresentati politicamente  a cercare alternative serie e coerenti. E’ quello che, ad esempio, stanno cercando di fare le tante persone che a partire dalle lotte e vertenze locali attive in tutta Italia si sono trovati a Firenze per lanciare l’iniziativa Democrazia Kilometri Zero.

Buona lettura.

In Francia, i partiti dell’ex sinistra plurale, allontanati da lungo tempo dal potere nazionale, hanno ripiegato sulle posizioni locali e le reti di esponenti politici eletti, accontentandosi di una situazione che consente loro la possibilità di spartirsi molti posti. Il Partito socialista, il Partito comunista francese e i Verdi sono diventati macchine elettorali piuttosto efficienti a livello municipale, dipartimentale o regionale, dove sembrano ormai prevalere gli interessi di migliaia di professionisti della politica.

È lontano il tempo in cui la sinistra combatteva contro il notabilato degli eletti. La lotta dei posti tende a sostituire quella delle classi, allontanando i partiti di sinistra dalle rivendicazioni e dal vissuto quotidiano della loro tradizionale base di sostegno (operai, impiegati, insegnanti). E, mentre flessibilità e precarietà colpiscono duramente questi settori e la crisi incrina i dogmi liberali, a dominare invece i dibattiti sono i dissidi tra i capi e i sapienti calcoli per la composizione delle liste elettorali.

di Rémi Lefebvre, docente di Scienze politiche all’Università di Lille-II

UNA VOLTA SUPERATE le elezioni europee, quello che preoccupa la vecchia sinistra plurale francese non è la crisi economica e sociale ma sono i preparativi delle regionali del 2010 e la spinosa questione della composizione delle liste. Il sistema proporzionale conferisce alle formazioni politiche una funzione essenziale che consente loro di retribuire o di riconvertire un intero gruppo di responsabili (ex candidati sconfitti, aspiranti alla carriera politica privi di ancoraggio municipale, collaboratori o amici di eletti, assessori comunali nelle grandi città, responsabili di correnti…).

I soci-rivali socialisti, ecologisti e comunisti hanno molto da perdere o da guadagnare in questa battaglia. Il Partito socialista (Ps) tenta di preservare la quasi totalità delle regioni (venti su ventidue) che dirige grazie alla sua schiacciante vittoria del 2004. La prima segretaria, Martine Aubry, ha già concesso ai presidenti uscenti una grande libertà nella strategia delle alleanze e nella composizione delle liste per consentire al Partito di conservarne il più possibile. Conviene ormai far prova di pragmatismo elettorale.

I Verdi, la cui struttura locale è legata ai loro centosettanta eletti regionali, vogliono capitalizzare il successo ottenuto alle europee di giugno e imbastire un nuovo rapporto di forza con il Ps in vista delle prossime legislative. Infine, il Partito comunista francese (Pcf) esita tra la prosecuzione del Fronte di sinistra e una alleanza classica con il Ps, meno avventurosa, che avrebbe il vantaggio di garantirgli subito un minimo di mandati. L’interesse degli apparati politici passa prima di ogni altra considerazione: le strategie interne della sinistra hanno la meglio sulle preoccupazioni esterne e sugli interessi dei gruppi sociali che essa dovrebbe difendere.

Dal 2002, la sinistra si trova in una situazione paradossale. Indebolita a livello nazionale, allontanata dalla sfera del potere di stato, ideologicamente dominata, priva di ogni prospettiva strutturante, non ha mai avuto così tanto seguito a livello locale. Il Ps e i Verdi hanno notevolmente accresciuto il numero di eletti, i cui poteri si sono rafforzati con il decentramento. Nonostante i risultati catastrofici delle presidenziali, il Pcf riesce a preservare una presenza parlamentare grazie ai suoi sindaci e sopravvive grazie alle sue reti di eletti. Oggi, la «logica delle elezioni intermedie» penalizza i governi di destra al potere. Essa riequilibra localmente la suddivisione del potere e assicura una rendita di posizione ai partiti di sinistra, che fanno vivere migliaia di professionisti della politica le cui logiche di carriera pesano in compenso sulle strategie di partito.

Lo sviluppo della intercomunalità dal 1999 (comunità di comuni e di villaggi, comunità urbana) ha contribuito ad aumentare sensibilmente i compensi degli eletti, che si dedicano alla politica professionale in numero sempre maggiore, vivono di e per la politica. La delicata questione delle indennità e del mestiere, occultata e negata pubblicamente, dietro le quinte ha un ruolo essenziale e sovra-determina tutto un insieme di prese di posizione e di strategie. Ad esempio, le forti divergenze di interesse dei suoi rappresentanti nei dipartimenti e nelle regioni vietano al Ps di elaborare una posizione comune sulla riforma delle collettività territoriali.

La strutturazione della sinistra è sempre di più legata a una specificità istituzionale francese: il gran numero di mandati elettivi legati alla moltiplicazione delle istituzioni locali. Ed è proprio questo mercato delle cariche elettive che il presidente Sarkozy cerca di prosciugare con il progetto di riforma delle collettività locali, annunciato come un momento forte della fine del suo quinquennio. La creazione del mandato di «consigliere territoriale» deve infatti permettere di ridurre il numero di posti di consiglieri regionali e cantonali da seimila a tremila.

Si è soliti parlare da alcuni anni della «crisi» del Ps, messo di fronte a problemi di direzione, a divisioni permanenti, e alla perdita di entusiasmo dei suoi militanti… ma è una crisi relativa. Molti socialisti hanno ripiegato nella quiete dei loro bastioni, e il partito attraversa piuttosto una crisi di crescita locale, che ha vampirizzato il centro del partito. Non ha mai avuto un numero cosi alto di esponenti eletti. Le presidenze socialiste dei consigli generali sono in costante progressione. Ventitré nel 1994, trentacinque nel 1998, quarantuno nel 2001, cinquantuno nel 2004. E, nelle elezioni del 2004, il partito totalizzava seicentonovantaquattro consiglieri generali e seicentoquaranta consiglieri regionali.

Il Ps comprende inoltre un numero rilevante di sindaci (duemilanovecentotredici nel 2005), cui si aggiungono consiglieri municipali, assessori ed eletti nelle comunità. Ha ottenuto alle ultime consultazioni municipali un successo storico che ha ulteriormente accresciuto in modo apprezzabile le sue risorse istituzionali. Allo stesso modo, è sul punto di diventare maggioritario al Senato, per la prima volta nella sua storia.

Nonostante queste conquiste di nuovi posti, le élite si rinnovano pochissimo e tendono a invecchiare sempre di più. Le possibilità di fare carriera nel Ps sembrano molto ridotte per quanti sono entrati nel partito dopo il 1981. Molti giovani sindaci e/o consiglieri generali eletti alla fine degli anni 1970, o giovani deputati senza mandato precedente, portati dall’onda rosa del 1981, sono ancora presenti anche se hanno cambiato mandato lungo il percorso. Un terzo dei deputati eletti nel 1978 e nel 1981 aveva meno di 40 anni al momento dell’elezione. Questa percentuale si è regolarmente abbassata, per raggiungere il 9,9% nel 1997 (eppure è stato un anno molto felice, con duecentocinquantaquattro eletti) e solo il 4,2% nel 2002. L’età media dei deputati è, nel 2006, di 54 anni, ossia circa quello che era prima del 1971.

In questo contesto, le vecchie reazioni «molletiste» riemergono presso numerosi dirigenti socialisti: «Lasciamo il potere alla destra, si prendono troppi colpi in un clima economico ostile alla socialdemocrazia, ripieghiamo sulle nostre posizioni locali che fanno vivere il Ps». Gli eletti sono consapevoli che una ipotetica vittoria socialista all’elezione presidenziale avrebbe sistematicamente, a causa della logica delle «elezioni intermedie », effetti negativi sul loro ancoraggio locale. Così facendo, essi si disinteressano del futuro nazionale della loro organizzazione e coltivano il proprio feudo.

Ma a che serve, esattamente, il potere locale? I contorni del «socialismo municipale» restano particolarmente vaghi e il suo esercizio non sembra favorire la politicizzazione. Il livello locale, sebbene dotato di reali margini di manovra con il decentramento, nonostante il disimpegno dello stato – e il forte calo delle risorse nelle città operaie – non sembra più rappresentare una leva di trasformazione sociale (com’era successo negli anni ’70). Ci si rifiuta di «fare politica» a questo livello, che riguarda piuttosto la gestione.

Il programma socialista municipale del 2001 non era che una vaga dichiarazione di principi che non ha molto ispirato i candidati. Le regioni strappate alla destra nel 2004 dovevano trasformarsi in «vetrine» del socialismo. Nulla di tutto ciò è successo. Ad esempio, che ne è stato dei «posti-trampolino »? L’a-politismo sostituisce spesso un progetto per gli eletti che cercano anzitutto di consolidare il proprio radicamento e non intendono connotare con un’immagine troppo partitica il loro lavoro. La depoliticizzazione del discorso locale non è altro, in fin dei conti, che il rovescio della notabilizzazione del partito.

LA «PROSSIMITÀ» basta a fare un programma. Un eufemismo politico che contribuisce sicuramente all’allontanamento dei gruppi meno politicizzati e delle categorie popolari, che si sono ampiamente astenute alle elezioni municipali del 2007. Nessuna regola nazionale è veramente prevalsa nella costituzione delle alleanze locali durante questo scrutinio. Il Ps lascia ai suoi notabili una grande autonomia nella definizione delle strategie e nel perimetro delle alleanze legittime. Alcuni accordi con il Movimento democratico (Modem) sono stati conclusi fin dal primo turno in funzione dei «contesti locali», e si presume che lo stesso si verificherà alle prossime elezioni regionali.

La parte di eletti rispetto al numero totale degli iscritti ne risulta accresciuta, rafforzata ulteriormente dalla vera emorragia di iscritti che l’organizzazione conosce da vari mesi. I titolari dei mandati hanno in mano di fatto le sezioni e oscillano tra «malthusianesimo » e «clientelismo». Evitano di sviluppare la militanza per rafforzare le proprie reti ed evitare che nuovi arrivati rimettano in causa gli equilibri stabiliti, oppure reclutano persone «sicure » e tenute prigioniere (salariati delle collettività locali, collaboratori parlamentari…). I congressi si costruiscono principalmente intorno all’adesione dei grandi eletti e delle federazioni a questo o quello schieramento presente. Martine Aubry ha fondato una sua larghissima base a Reims, nel novembre 2008, sulla potente federazione del Nord, mentre Ségolène Royal si appoggiava su quelle dei dipartimenti delle Bouches-du-Rhône e dell’Hérault, nel Sud. Le correnti, de-ideologizzate, non sono più che fragili coalizioni di interessi contraddittori e conglomerati di notabili locali. Perciò si mostrano incapaci di strutturare stabilmente dei rapporti di forza.

La professionalizzazione del Ps si estende agli iscritti. Gli interessi professionali e militanti spesso si confondono. Sono molte le persone che dipendono direttamente dagli eletti, in ragione della trasformazione della funzione pubblica locale, della moltiplicazione delle strutture dei gabinetti a tutti i livelli delle collettività territoriali e delle strutture legate al partito. Il posto numerico e strategico occupato dai professionisti della politica, crescente da una ventina di anni, ne ha poco a poco sconvolto l’economia interna e l’economia morale. Gli interessi elettorali sono diventati prevalenti a tutti i livelli, ciò che relega i compiti di elaborazione programmatica e il lavoro militante più quotidiano (escluse le fasi di mobilitazione elettorale) al livello più basso della scala delle priorità.

Mentre si sgretolano i suoi legami con il mondo del lavoro, con le categorie popolari, gli insegnanti, gli intellettuali, le associazioni, i sindacati… il Ps si irrigidisce sulle sue reti di eletti. Sempre di più ripiegato sui propri giochi e strategie, il partito è diventato un «tra sé e sé», socialmente imponderabile. I dirigenti socialisti non cercano neppure più di mascherare questa realtà, e i più critici denunciano, dopo la sconfitta alle europee, un «partito di notabili», senza tuttavia proporre una rimessa in causa del proprio potere. Questo peso degli eletti rende improbabile una esplosione o una scissione del partito, che potrebbe apparire come una soluzione alla attuale situazione: troppi interessi professionali sono in gioco. Gli eletti sono legati, in ogni senso del termine, a una macchina elettorale che li fa vivere e che rimane particolarmente efficiente a livello locale. Pochi, persino nella sua cerchia, hanno seguito Jean-Luc Mélanchon nella creazione del Parti de gauche.

Anche gli ecologisti che pure hanno sempre considerato il Ps come un contro-modello, sono colpiti dallo stesso processo di professionalizzazione. Sembra lontano il tempo in cui essi difendevano la «politica in modo diverso » e cercavano di sovvertire questa logica. I Verdi hanno spesso coltivato una forte diffidenza verso pratiche tradizionali e principi di delega politica (logica di carriera, concentrazione del potere, personalizzazione, leadership…): Addirittura, per un certo tempo, hanno sperimentato nuove forme di esercizio del mandato – rifiuto del cumulo delle cariche, occupazione dei seggi a turno (sistema detto del «tourniquet») – un po’ come avevano tentato di fare, alla fine dell’800, i partiti operai.

Tali velleità sono finite. Convertiti al «realismo» elettorale gli ecologisti si sono normalizzati e hanno pienamente interiorizzato le regole del gioco della democrazia rappresentativa così com’è. La rotazione dei mandati non è più applicata. Il loro cumulo è tollerato e largamente praticato, anche se gli statuti del partito continuano a regolarmentarlo. Noel Mamère è deputato- sindaco di Bègles da tre legislature e Dominique Voynet, dopo essersi impegnata a tenere un solo incarico, è diventata, dopo le ultime elezioni municipali senatrice-sindaco di Montreuil.

Questa evoluzione viene giustificata da argomenti ormai classici: occorre mettere in prima fila personalità note, riconosciute e competenti. Insomma, il capitale politico giova al capitale politico, è una regola di accumulazione costitutiva del gioco politico. Mamère dichiarava: «Riusciremo a contare di fronte ai nostri partner solo se avremo degli eletti. Se perdiamo il nostro radicamento, siamo morti» (Le Monde, 14 giugno 2003). Quanto a Dominique Voynet, ha spiegato che, se avesse rinunciato al suo mandato senatoriale avrebbe fatto perdere un seggio al suo partito, ma anche che il cumulo giova agli interessi del suo comune…

Contrariamente al Ps o al Pcf, i Verdi non possiedono bastioni né basi municipali, ciò che rappresenta una debolezza nel quadro degli scrutini uninominali (come le elezioni cantonali e legislative) dove esiste una competizione a sinistra. Il partito ecologista ottiene sempre più eletti e si professionalizza ampiamente. Vi sono quarantuno sindaci Verdi – tre donne e trentotto uomini – usciti dalle urne nel 2008 (tutti in città di meno di diecimila abitanti, esclusi Montreuil, Bègles, il secondo «arrondissement» di Parigi e Mèse) diciotto dei quali sono al loro primo mandato.

Dopo le ultime consultazioni cantonali, i Verdi dispongono di undici eletti – tre donne e otto uomini – tra cui quattro uscenti. Dopo le regionali del 2004, essi contavano centosessantotto consiglieri regionali. Infine essi hanno cinque senatori e quattro deputati. Cifre notevoli se vi si aggiungono gli impiegati stipendiati del partito e se si confrontano con il numero di militanti.

Deputata ecologista a Parigi, passata al Parti de gauche, Martine Billard analizza il peso crescente dei professionisti della politica e le sue ricadute sul partito: «Valuto in duemila il numero di eletti e di salariati politici, su cinquemila iscritti. Alla fine, questa situazione incide molto. Gli eletti sono assorbiti dal lavoro di gestione, si perdono nel loro lavoro, soprattutto ai livelli esecutivi, e trascurano localmente di far crescere il partito e la militanza. Si usa fare dell’ironia presso i Verdi dicendo che, nel partito ci sono gli eletti, i salariati degli eletti e quelli che vogliono prenderne il posto. I collaboratori sono reclutati presso le reti militanti. Per gli iscritti l’elezione municipale è la più importante, quella che più li mobilita. Le liste comuni con i socialisti fin dal primo turno, numerosissime, permettono di assicurarsi i mandati locali. Sempre di più la politica è vista sotto un angolo professionale. I militanti, in genere trentenni, che arrivano nel partito vogliono essere eletti. Ai loro occhi, fare politica significa essere eletti. Gli ambienti associativi, anch’essi molto professionalizzati, vivono con le sovvenzioni delle collettività gestite o co-gestite dagli eletti.»

L’elezione di quattordici deputati europei ecologisti nel 2009 ha segnato un certo rinnovamento delle élite verdi. Ma i nuovi rappresentanti non sono dei neofiti. Daniel Cohn-Bendit si è presentato in Francia perché era sottoposto in Germania a una regola di limitazione della durata dei mandati. Gérard Onesta ha abbandonato il Parlamento di Strasburgo, come si era impegnato a fare, ma sarà probabilmente testa di lista alle regionali del 2010. Karima Delli, 29 anni, lavorava per un senatore; Hélène Flautre è al terzo mandato; Michèle Rivasi era finora assessora comunale e vice presidente del consiglio generale della Drôme; François Alfons era sindaco… La problematica del Pcf è un po’ diversa. Si nota, certo, un rafforzamento del potere degli eletti in un partito che storicamente tentava di controllarli per evitare ogni deriva di notabilizzazione (il cumulo era globalmente vietato fino agli anni ’70). Il Pcf recupera «l’insediamento ad arcipelago» del periodo tra le due guerre: il suo elettorato si denazionalizza e si contrae sulle sue basi locali. Il partito si appoggia sui suoi eletti, secondo una strategia di riduzione del declino che essi pagano con al prezzo della loro forte autonomia. Questa situazione di sopravvivenza spiega ampiamente le acrobazie del Pc, preso tra la sua prossimità ideologica con l’estrema sinistra e la volontà di preservare le posizioni locali (per quanto tempo?) grazie all’alleanza con il Ps.

LO STORICO COMUNISTA Roger Martelli analizza le difficoltà di questa tendenza: «Siamo in una situazione intermedia. Si tratta di mantenere il capitale di eletti per salvare l’apparato, di seguire il Ps per preservare le posizioni locali. Ma arginare il declino invece di costituire nuove dinamiche è un atteggiamento difensivo. Il peso della questione elettorale e degli interessi locali si è incontestabilmente rafforzato, ma sono vissuti come una condizione del mantenimento dell’apparato, il quale rimane il nucleo dell’organizzazione comunista che si ritiene necessario. Il partito vuole avere degli eletti, il loro peso è aumentato, ma, negli organismi direttivi, non è cresciuto. La struttura di partito verticale e gerarchica rimane una cultura radicata. Allo stesso tempo, i responsabili sono diventati eletti, con una serie di conseguenze. Da questo punto di vista, le regionali del 1998 hanno segnato una svolta. La consegna è stata di mettere sistematicamente i segretari federali sulle liste. Essi hanno assunto responsabilità negli esecutivi. È una rottura, un modo per stipendiare i membri dell’apparato utilizzando le funzioni elettive. Finora i segretari federali rimanevano in disparte rispetto alle responsabilità di gestione per dedicarsi al partito. Si sentiva dire spesso: “Se non sarò eletto, perderò il posto di permanente, ma la mia federazione scoppia o si sgretola”». Numerosi eletti di origine operaia, che da tempo vivono di politica, temono un ritorno alla vita professionale che potrebbe porre loro gravi problemi di riconversione.

In realtà, il funzionamento e la praticabilità del Pcf dipendono in gran parte dal contributo dei suoi eletti. Nel 2007, quasi diecimila eletti locali assicuravano al partito oltre la metà delle sue entrate. Il Pcf è di gran lunga la formazione in cui questo fenomeno è più forte.

Alla fine, sono le istituzioni locali a tenere su i partiti di sinistra, molto di più che il contrario. Il premio alla «competenza» tecnicizza i problemi e li de-politicizza – anche agli occhi dei profani che hanno interiorizzato la divisione dei ruoli come una necessità funzionale. Come ha ben mostrato Pierre Bourdieu, lo spazio politico è un campo autonomo, sempre di più ripiegato su strategie e giochi propri, impermeabili a nuove entrate. Gli organici che vi si dedicano lo fanno sempre più a lungo e ricordano una casta inamovibile. Nel 1958, un deputato su tre aveva meno di 40 anni. Questa proporzione è calata nel 2002 a uno su tredici. Nel 2008, gli oltre cinquantacinquenni rappresentano per la prima volta la maggioranza assoluta dei deputati. La regola del premio agli uscenti si è imposta praticamente presso l’insieme delle formazioni di partito.

Lungi dal contrastare questa evoluzione, la sinistra istituzionale l’ha rafforzata. La professionalizzazione che la colpisce contribuisce così ad allontanarla socialmente e praticamente dai gruppi sociali che dovrebbe difendere. Entrare in politica significa dedicarsi a tempo pieno a una nuova attività, e spesso lasciare il proprio ambiente per dedicarsi a un nuovo mondo sociale che ha proprie regole e propri codici. Con il passare tempo, si può immaginare difficilmente di fare altro. L’assenza di uno statuto dell’eletto, che rappresenta un vero problema, serve da argomento-pretesto per giustificare questa chiusura del gioco.

In queste condizioni, la professionalizzazione si misura con il metro della debole rappresentatività sociale degli eletti e dell’esclusione delle categorie popolari. Gli insegnanti eletti deputati socialisti nei primi anni ’80 si sono ampiamente tagliati fuori da un ambiente in cui il Ps era fortemente radicato. Le filiere sindacali o associative del reclutamento si sono prosciugate. All’ultima Assemblea nazionale, non c’è più un solo deputato di origine operaia. Queste evoluzioni costituiscono inoltre un ostacolo alla ricomposizione della sinistra. Il patriottismo di partito è a misura degli interessi di carriera. Le scelte individuali circa le posizioni elettive passano prima di tutto e confortano le strategie di apparato.

[Fonte Le Monde Diplomatique – ottobre 2009]

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  1. claudio gherardini

    La Democrazia a km zero (CHE E’ UNA CONTRADDIZIONE IN TERMINI, OCCHIO!), per altro, è già attuata dalla Lega Nord e a loro funziona bene. Si basa sull’ottusità di non voler considerare la realtà completa e complessa e le tendenze evolutive in atto (belle o brutte che siano) e rifugiarsi in spazi angusti dove vige il pensiero unico e non si tollera chi agisce diversamente. L’ottusità viene facile all’uomo in genere ma non quella che proponete voi. Infatti la Lega in toscana sta attorno al 4 per cento. L’analisi politica che fate è che fa le monde è anche PLAUSIBILE, sono le SOLUZIONI FATTIBILI, EFFICACI E PROBABILI che vi sfuggono, così come vi sfugge il “popolo” che stamani era a Piazza Duomo e non alle Piagge. Capire cosa accade e cercare e TROVARE consenso, se non si tratta di leghismo, è molto difficile e richiede una apertura mentale esagerata. Ma forse a voi ormai di trovare consenso con importa un fico secco, basta fare gli ultimi dei Mohicani……. peccato.

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  2. Sabatino

    Tralascio l’aspetto politico , in questo momento davvero non mi interessa.. Quello che però mi offende e mi indigna profondamente è quel paragone con Piazza Duomo di oggi. Questa distinzione di popoli, come se non bastasse quella razziale che prende sempre più piede. Ma che ne sa Lei di quello che è accaduto oggi alle Piagge? Che ne sa Lei di quali sentimenti hanno portato quelle persone oggi alle Piagge? Mica era una manifestazione sa ? se oggi Lei fosse stato alle Piagge mi creda si sarebbe vergognato di simile affermazione. Oggi alle piagge è stata una bella giornata, una giornata di festa, di emozioni forti, vere, abbiamo vissuto insieme il matrimonio di Sandra e Fortunato e mi creda non mancava nessuno degli ultimi dei moicani,,,.anzi a dire il vero ne ho visti tanti di più. Mica si sarà offeso perchè non ha ricevuto la partecipazione? Se così fosse ci perdoni per la dimenticanza, la prossima volta non accadrà.
    Uno degli ultimi dei moicani

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  3. Giorgio

    Credo che Claudio Gherardini sia uno di Controradio. Prima che bello Domenici, poi che bello Pistelli (con Formigli), poi Viva Renzi!!! Evvivaddio!
    Ci credo che ce l’ha con le minoranze…

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  4. claudio gherardini

    Non volevo comunque offendere nè Santoro nè gli sposi. Non mi sembra di averlo fatto. I Mohicani non sono loro di certo…. A parte che ho lasciato controradio da oltre due anni, il solito sistema dell’attacco personale lasciamolo a Feltri e Bel Pietro. Comunque se Giorgio vuole il mio curriculum vitae e le mie dichiarazioni dei redditi gliele mando e le confrontiamo con le sue, magari ci capiamo meglio e sarebbe un bene. Parliamo di sostanza. Il mio commento si riferiva alla “democrazia a km zero” e parlavo della Lega. Non mi sembra che abbiate colto. Parliamo di questo tempo sprecato a fare l’ONU dei poveri mentre l’ONU vera fa pena. Vi sembra una alternativa reale? Cito l’ONU ma potrei citare la democrazia italiana (restante) e l’Ue per esempio. Dobbiamo usare le strutture esistenti e ancora molto potenti e importanti e non farci le “democrazie a km zero” tra 4 gatti. Prendete esempio da Santoro, lui non condivide i metodi dei suoi superiori ma non se ne va. Vuole cambiare dal dentro. Partecipare alla Democrazia, una sola, quella nazionale e europea e cambiarla da dentro eviterebbe la creazione di mostriciattoli politici come quelli che cita Le Monde. Politici che sono in realtà solo alla ricerca del proprio piccolo partitino per il loro personale potere. Se fossero dentro alleanze serie e pesanti sarebbero ridimensionati. Se queste alleanze contenessero anche gli anticorpi in gran numero. Come tanti Santoro nella Chiesa Cattolica. Invece queste iniziative di farsi le cosette sul proprio uscio mi sembrano come tanti piccoli “preti” che pensano di essere infallibili e si creano la loro piccola chiesetta inutile, INUTILE. Intendo che magari hanno ragione su tante cose, ma si pongono in azioni inutili al cambiamento. L’azione di Santoro è dirompente perchè lui vuole stare fedele al Vangelo. La cosa ha valore solo se rimane nella Chiesa. Se io mi pongo fuori dalla Democrazia (dal patto civile comune) come minimo divento inutile. Rivendicare la scelta di esiliarsi volontariamente in una posizione di minoranza PER SCELTA (mohicani) è inutile, come minimo. Forse non sono chiaro abbastanza e comunque mi piacerebbero repliche non violente. Grazie

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