13 dicembre 2018

Falcone, Borsellino, Georgofili. Stragi di Stato?

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Siamo abituati a pensare alle stragi degli anni 1992-93 (l’uccisione dei giudici Falcone e Borsellino con le loro scorte, le bombe assassine di Firenze, Roma e Milano) come stragi di mafia, volute da Totò Riina e dai corleonesi per mostrare la loro forza militare. Potremmo invece, a breve, definirle come le ennesime stragi di Stato che da Portella della Ginestra in poi hanno colpito duramente il nostro paese. In questi articoli, pubblicati dall’Unità, si ricostruisce quanto ha portato la procura di Caltanisetta a riaprire l’inchiesta sulla strage di via D’Amelio. Un’inchiesta che lancia una prospettiva oscena per tutti coloro che credono nella democrazia: E se a mettere la bomba fossero stati i servizi segreti? A introdurre gli articoli è un editoriale di Rita Borsellino, sorella del magistrato ucciso 17 anni fa.

1993 - La strage di via dei Georgofili a Firenze. Le vittime furono cinque
1993 - La strage di via dei Georgofili a Firenze. Le vittime furono cinque

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La verità occultata

Sono passati 17 anni dalla strage di via D’Amelio. Anni in cui si è detto e scritto tutto e il contrario di tutto, mentre la verità su quanto accaduto quel 19 luglio del 1992 veniva prima sancita e poi ritrattata. In questo lasso di tempo la società, non solo quella siciliana, è cresciuta, si è mobilitata e sotto la spinta della memoria ha educato le nuove generazioni alla legalità mentre la politica si dava a un’ingiustificata latitanza, rotta solo da vani proclami a mezzo stampa utili a ripulirsi da dubbi e sospetti.

Oggi, però, proprio la politica torna ad essere al centro di quel mistero che continua ad avvolgere l’omicidio di Paolo Borsellino e, più in generale, le stragi del ’92 e del ’93. Le nuove rivelazioni del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza e le frasi sibilline dell’avvocato di Riina (per ultima quella di ieri: «Ci sono innocenti in carcere e colpevoli fuori») stanno gettando una luce inquietante su un quadro che, stando ai processi, sembrava ormai ricomposto in tutti i suoi aspetti. Certo, già prima che si riaprisse il capitolo delle stragi alcuni misteri irrisolti lasciavamo non poche e gravi perplessità, primo fra tutti quello della sparizione dell’agenda di Paolo. Ora, proprio su questi misteri, si stanno ricostruendo nuovi scenari (che poi sono quelli già ricostruiti in passato, dentro e fuori le aule di tribunale). Si è tornato a parlare dell’agenda rossa e della trattativa tra Stato e mafia. Sono rispuntati misteriosi personaggi che si sarebbero mossi in quella densa zona grigia tra istituzioni, politica e criminalità.

Dinanzi a tutto ciò, da cittadina e da vittima di mafia, resto perplessa, addolorata, infuriata. Perplessa, perché mi chiedo come mai solo ora tornino alla ribalta temi già lungamente dibattuti in articoli, libri-inchiesta e convegni pubblici. Addolorata, perché dopo 17 anni di stanchezza e disinganno so che non sarà facile ricostruire prove e indizi. Infuriata perché so che la verità rischia di restare ancora una volta lontana a causa di una precisa volontà politica. So pure, anche, che le mie sensazioni sono quelle di centinaia di migliaia di persone oneste che credono nello Stato e nelle sue istituzioni. E che confidano nella giustizia e nel lavoro della magistratura. Ma poi, come me, queste stesse persone leggono di un tentato patto tra Cosa nostra e l’attuale premier, leggono di influenti politici condannati per mafia ma tuttora in libertà, leggono di uno Stato che sarebbe sceso a compromessi con la criminalità organizzata, coprendola o servendosene. Io so, come sanno queste persone e come scrisse una volta Pasolini, «tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli. Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi».

Io so perché, continuo a citare Pasolini, sono una persona che «cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero». Ma so anche che tutto questo, in Italia, potrebbe non bastare per raggiungere la verità nè la giustizia. Spero di sbagliarmi.

Rita Borsellino

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Il capo dei capi sentito tre ore. Totò Riina annuncia un memoriale

di Claudia Fusani e Nicola Biondo

Ore 9 e 20 del mattino, un ufficio del carcere di Opera, tavolo pronto per la registrazione e le videoriprese, secondo prassi e secondo codice. Ma questa volta la prassi non c’entra. E non basta. Perchè davanti ai magistrati della procura di Caltanissetta che indagano sulle stragi di Capaci e di via D’Amelio siede Totò Riina, il – o l’ex – capo dei capo in carcere dal gennaio 1993 e che da allora non ha mai accettato neanche per sbaglio di parlare con i magistrati. Con lo Stato.

Dopo sedici anni di silenzi e carcere duro rotti al massimo da messaggi veicolati dalle gabbie dei processi o dalla cella tramite l’avvocato, Riina «comincia a ragionare con lo Stato». Lo fa per tre ore. E riempie pagine di verbali, non moltissime, ma sono fogli che in basso e di lato portano la firma del Curtu. «Abbiamo cominciato un ragionamento» dice l’avvocato Luca Cianferoni che segue il boss di Cosa Nostra fin dalla prima metà degli anni novanta, «sulla vicenda di via D’Amelio che è una storia che ha bisogno di essere chiarita. Abbiamo cominciato oggi, poi vedremo dove ci porterà questo ragionamento». Punto, ufficialmente l’avvocato altro non dice perché «gli atti sono stati tutti secretati». Anche il procuratore Lari ammette solo e con molto cautela: «Riina è stato sentito lungamente». Un interrogatorio che, riassume uno dei presenti, «non sconvolge ma neppure lascia fermi». Che, assicura il legale, porterà sviluppi. Riina, infatti, ha promesso che consegnerà a breve un lungo memoriale. Tutto quello che sa, e che non ha mai detto in sedici anni visto che non ha mai risposto ad una domanda degli inquirenti, lo metterà per iscritto.

Era stato Riina, una settimana fa, a chiedere di essere sentito. Lo aveva fatto a modo suo affidando al suo avvocato una dichiarazione a suo modo esplosiva. «Ne so poco perché qui non mi passano nemmeno i giornali – ha detto il legale ai giornalisti riferendo parole del suo assistito – Ma questa storia della “trattativa”, di un mio “patto” con lo Stato, di tutti gli impasti con carabinieri e servizi segreti legati al fatto di via D’Amelio, non sta proprio in piedi. Io della strage non ne so parlare. Borsellino l’ammazzarono loro». Dove “loro” «sono quelli che hanno fatto la trattativa, quelli che hanno scritto il “papello”, come lo chiamano. Ma io della trattativa non posso saperne niente di niente. Perché io sono oggetto, non soggetto di trattativa. E la stessa cosa è per quel foglio con le richieste che qualcuno avrebbe presentato attraverso Vito Ciancimino. Mai scritto da me. Facciamo pure la perizia calligrafica e scopriremo che io non ho niente a che fare con questa vicenda». Dichiarazione esplosiva e sconvolgente perché arriva in un momento preciso: per il 17° anniversario della strage di via D’Amelio in cui morirono Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta; mentre Massimo Ciancimino (a Palermo), figlio di don Vito, torna a parlare del papello e della trattativa, rivela di lettere di minacce a Berlusconi annullate in cambio di una rete tivù. Si fa sentire, Riina, soprattutto dopo aver saputo che un suo ex socio, Gaspare Spatuzza, killer di Brancaccio, braccio militare delle stragi, ha avuto una specie di crisi mistica e sei mesi fa ha cominciato a raccontare un’altra verità su via D’Amelio che annulla parte della sentenza già passata in giudicato.

Così, in questo contesto che pesa forse più delle singole parole, nasce la missione della procura di Caltanissetta ieri mattina al carcere di Opera. Riina, 79 anni, ha parlato dalle 9 e 20 alle 11 e 40. Avrebbe detto che lui della famosa trattativa tra Stato e Cosa Nostra per far tacere armi e bombe in cambio di sconti e benefici ai boss, «non ne sa nulla», «da me non è venuto nessuno». Come a dire che semmai Riina di questa trattativa è stato una vittima e non certo un artefice. Del resto è un fatto che lui sei mesi dopo (gennaio 1993) è stato arrestato/consegnato dopo 25 anni di latitanza. L’ex boss, acciaccato e malandato, parla sempre il suo italiano molto approssimativo, difficile da seguire, e però su altri due punti è stato netto. Il primo: «Andate a vedere là, al castello Utvegio, quella è roba vostra»; il secondo: «Non usate certe parole con me». Le parole sono «pentito» e «collaboratore di giustizia». Pare che al vecchio boss si siano incendiati gli occhi quando qualcuno dei magistrati ha prospettato anche questa possibilità.

Occorre ora, però, spiegare cosa è il castello Utvegio, costruzione anni Venti sul monte Pellegrino, su cui si è a lungo soffermata la sentenza Borsellino. Nei primi anni Novanta è stata la sede di alcuni irregolari del Sisde, l’attuale Aisi. Qui arrivarono, poco prima della strage di via D’Amelio, alcune telefonate di quel Gaetano Scotto, mafioso dell’Aquasanta, condannato per la strage. Il fratello, Pietro, lavorava per la Elte, la ditta che si occupa di telefonia e che aveva lavorato agli impianti Sisde di castello Utvegio. Gaetano aveva messo sotto controllo le utenze di casa Borsellino. Un capitolo dell’inchiesta su cui aveva lavorato il consulente della polizia Gioacchino Genchi, mai del tutto chiarito. Pochi secondi dopo la strage, ad esempio, parte una telefonata a Bruno Contrada, all’epoca capo del Sisde a Palermo poi condannato per mafia, da un’utenza intestata a Paolo Borsellino.

Servizi segreti, inchieste riaperte, il memoriale di Riina: ingredienti perfetti per una lunga estate di rivelazioni. O di veleni. Troppo presto per parlare solo di un’altra tragediata.

L’ex capo dei capi per la prima volta dal suo arresto (gennaio 1993) accetta di parlare con i magistrati. «Io sono vittima della trattativa» dice. E punta il dito sul castello Utvegio sede coperta del Sisde a Palermo.

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Lenzuola in ricordo dei giudici Falcone e Borsellino
Lenzuola in ricordo dei giudici Falcone e Borsellino


I veleni a Palermo. «Io vittima del patto. Riina trattava con le stragi. Provenzano con la pace…»
Le accuse dell’ex pm che arrestò Brusca: «La trattativa ci fu e chi cercò di mettere ostacoli, come me, venne fermato».

di Nicola Biondo

Il patto tra stato e mafia? Chi ha lavorato come me da magistrato in Sicilia lo ha visto nel corso degli anni. Si è estrinsecato in mille modi… Io ne sono stato una delle vittime». Alfonso Sabella, 46 anni, ex pm della Procura di Palermo negli anni ’90, ha arrestato decine di boss latitanti di Cosa nostra: da Giovanni Brusca a Leoluca Bagarella da Pietro Aglieri a Vito Vitale. Il cacciatore di mafiosi, il giudice-sbirro, come si autodefinisce, dal suo ufficio al tribunale di Roma segue con enorme interesse le indagini dei suoi colleghi siciliani. Con un rimpianto: «Tutto quello che sta avvenendo oggi potevamo scoprirlo 10 anni fa. Abbiamo perso un occasione ma sono fiducioso».

Dottor Sabella perché questo rimpianto?
«Perché che ci fu una trattativa a cavallo delle stragi di Capaci e via D’Amelio lo avevano capito anche i sassi. Ma precise volontà che hanno creato un tappo alle indagini».

Si riferisce al papello a quella lista che Riina secondo alcuni testimoni avrebbe inviato allo Stato?
«Anche. Questa vicenda che adesso sembra una spy-story è fatta di sangue e trattative, di cui qualcuno dovrebbe sentire il peso morale».

Si riferisce al generale Mori o all’ex ministro Mancino che solo oggi ammette che la mafia provò a trattare?
«Posso solo dire che avviare una trattativa embrionale dopo la strage di Capaci con i corleonesi significava mandare automaticamente un messaggio: che il metodo stragista è pagante. Anche se mi rimane un dubbio. Mi sono sempre chiesto se uomini dello stato non abbiano avvicinato emissari della mafia subito dopo il delitto Lima, due mesi prima della strage di Capaci. Quella morte è davvero uno spartiacque. Quel delitto presuppone la fine di un patto e l’avvio di una trattativa».

E arriviamo a Capaci.
«A via D’Amelio. Perché vede Capaci ha di eclatante solo la modalità. Tutti i mafiosi dicono che nelle riunioni preparatorie si parlava di Falcone e di uccidere i politici che avevano tradito. Ma non parlano di Borsellino come di un obiettivo preciso. È la strage del 19 luglio ad essere completamente anomala. Apparentemente il peggior affare di Cosa nostra. Riina dai colloqui che Ciancimino intratteneva aveva capito che il sangue era il mezzo con il quale arrivare ad un patto. E per favore non si dica più che fu una vendetta perché il governo aveva emanato il 41bis. Quel decreto non aveva i numeri per poter essere convertito in legge. E invece con la strage cambia tutto e si apre il carcere duro per i mafiosi».

Qual è la sua idea allora?
«Brusca e altri ci dicono che la fissazione di Riina era ottenere la revisione del maxiprocesso che aveva condannato all’ergastolo proprio Riina. Dal carcere davanti ai giornalisti nel 1994 il boss dice: “Perchè quando esco che ho la moglie ancora giovane”. Borsellino non avrebbe mai accettato nulla del genere. Ma vorrei aggiungere una cosa».

Prego.
«Con le norme attuali oggi quel processo voluto fortissimamente da Falcone e Borsellino e pochi altri si risolverebbe in una pioggia di assoluzioni. Se si fosse arrivati alla revisione con le norme attuali Riina sarebbe stato assolto».

Cosa pensa dell’uscita di Riina su fatto che la strage di via D’Amelio non è cosa sua?
«Forse ha capito, o qualcuno gli ha suggerito, che questo è il momento di intorbidare le acque. Non ho mai avuto dubbi che la strage sia stata messa in piedi dagli uomini più fidati di Riina. Tutto si basa sul racconto di Scarantino ma chi lo ha indotto a mettersi in mezzo? L’ho interrogato a lungo. Non gli ho dato credito nemmeno quando si accusava di omicidi. Quella strage è ideata e attuata da uomini di Riina: i Graviano e i Madonia. E serviva ad alzare il prezzo della trattativa».

Poi però Riina finisce nella rete.
«Certo è il sacrificio umano che Provenzano compie. È lui che dopo via D’Amelio si intesta la trattativa ma su altre basi. Basta con il sangue – dice al popolo di cosa nostra – e non impedisce al Ros, che ha ricevuto la soffiata giusta da persone legate a lui, l’arresto del suo compare Riina».

È anche strano che Di Maggio, quello che ha fisicamente indicato Riina al Ros dica che Provenzano è morto e quindi è inutile cercarlo.
«Mi limito a rivelare che il RoS di Mori e Subranni dall’arresto di Riina in poi non fa più un’operazione degna di questo nome».

Il nuovo patto si consolida con l’arresto di Riina?
«È un passaggio fondamentale ma non è l’unico. Il primo aprile 1993 c’è una riunione di tutti i capi per decidere le stragi. Provenzano ha già fatto sapere che non le vuole in Sicilia e non partecipa. La risposta di Bagarella è chiara: perché il mio paesano non se ne va in giro con un cartello al collo e ci scrive pure che lui con le stragi non c’entra”….»

Si dissocia insomma.
«Ecco, la parola dissociazione va di pari passo con la trattativa. E intanto Provenzano conquista la leadership e macina ricchezza. Poi nel 1997 c’è un altro indizio di questo accordo».

Quale?
«Il fatto che il pentito Di Maggio, gestito dal Ros, scatena una guerra contro i suoi nemici utilizzando come manovalanza mafiosi che risultano essere confidenti dello stesso Ros. E parte la polemica contro la nostra procura e i pentiti perché Di Maggio è proprio quello che ha raccontato il famoso bacio di Riina ad Andreotti. E mentre noi indaghiamo su queste vicende la Procura di Caltanissetta affida in esclusiva allo stesso Ros di Mori le indagini sui mandanti esterni delle stragi».

E anche qui c’è un filo che lega molte cose. E si arriva all’altro obiettivo della trattativa. Quale?
«La dissociazione di cui il capo della procura di Caltanissetta Giovanni Tinebra, tra i tanti, è convinto assertore».

Di cosa si tratta?
«È una vecchia idea che viene suggerita a Provenzano. I mafiosi devono fare una dichiarazione in cui si arrendono ma non sono costretti a fare i nomi dei loro complici. In compenso escono dal 41 bis ed evitano qualche ergastolo».

Chi e quando la propone?
«Ne aveva parlato Ilardo per primo nel 1994. Poi nel 2000 otto boss fanno sapere che vogliono dissociarsi e chiedono un legge ad hoc. Io sono al Dap. Mi oppongo a questa soluzione e con me ci sono Caselli e il ministro di allora Fassino».

E finisce li?
«No, perché la cosa si ripropone di nuovo nel 2001 quando scopro che questa volta sono coinvolte tutte le mafie italiane a chiedere la dissociazione e che l’ambasciatore è salvatore Biondino legatissimo a Riina. Solo che stavolta pago la mia opposizione e il mio ufficio viene soppresso proprio da Tinebra che intanto aveva sostituito al Dap Caselli. Molto tempo dopo si scopre ed è tutt’ora oggetto di un’inchiesta della procura di Roma che il magistrato che Tinebra ha messo al mio posto al Dap collaborava proprio con il Sisde di Mori nella gestione definita anomala di alcuni detenuti e aspiranti collaboratori di giustizia».

In che modo ha pagato?
«Sono passato alla storia non come quello che ha arrestato Brusca e gli altri ma come il torturatore di Bolzaneto…. Questa macchia mi è rimasta e il Csm, guarda caso diretto da Mancino, occulta i documenti che provavano la mia estraneità ai fatti di Genova ed emette nei miei confronti un provvedimento infamante. E fa di più: quando mi lamento di tutto questo dal Csm viene comunicata all’Ansa la notizia che mi sarei candidato nelle liste di AN. Una falsità».

Quando inizia a capire di stare pagando quel no alla trattativa?
«Quando vengo a sapere che i servizi, con Pio Pompa legato alla Telecom, aprono un fascicolo su di me. Era parte di un operazione che coinvolgeva anche politici e altri colleghi. Ho chiesto di essere tutelato dal Csm. Ma sono stato lasciato solo».

Lei dice di essere una vittima di questo patto che Provenzano avrebbe sottoscritto con uomini dello stato in cambio di una nuova pace e molto silenzio. Secondo lei si riusciranno a trovare delle prove?
«Non credo che Provenzano abbia lasciato prove. Credo che ci siano responsabilità morali in questa storia e una serie di vicende ancora da chiarire. Ma una cosa la so: con la mafia non si tratta perché nel migliore dei casi, come il messaggio di Riina dimostra, ci si pone sotto ricatto».

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Mori, lo 007 che conosce i misteri di Provenzano

Vito Ciancimino voleva a tutti i costi un incontro con gli uomini che contavano nella politica durante la stagione delle stragi. Voleva parlare con Luciano Violante, all’epoca presidente di quella Commissione parlamentare antimafia che più di tutte le altre aveva deciso di scavare sui rapporti tra Cosa Nostra e politica. Bussò a più d’una porta don Vito. A qualche giornalista che gli chiedeva interviste esclusive avanzava sempre la stessa richiesta: «Rilascio tutte le interviste che vuole, ma mi faccia parlare con l’onorevole Violante». La risposta del presidente dell’Antimafia, al limite della monotonia: «Il signor Ciancimino chieda di essere convocato dalla Commissione e noi lo ascolteremo». In pubblico, davanti a un organismo parlamentare, con i segretari che verbalizzano. Identiche parole, Violante disse al generale Mario Mori, il primo che si fece portatore delle richieste dell’ex barbiere di Corleone.

Mario Mori, l’ex capo del Sisde, il comandante del Ros dei Carabinieri, l’uomo che negli anni neri di Palermo fu il regista della cattura di Totò Riina. E il protagonista dei troppi misteri che ancora avvolgono quei diciannove giorni in cui il covo di Totò ‘u curtu fu abbandonato alle scorribande dei «ripulitori» di Cosa Nostra. Troppi buchi neri, troppi ricordi sbiaditi che diciassette anni dopo qualcuno cerca di rinverdire. Ma una sola realtà: Vito Ciancimino, l’uomo della trattativa tra mafia e pezzi dello Stato, è morto. Non può parlare, ora altri lo fanno per lui. Il figlio Massimo, finito nei guai per riciclaggio, depositario delle ricchezze paterne. Parla, fa rivelazioni ad orologeria, è un «dichiarante» che non ha ancora scelto di saltare il fosso. Diventare collaboratore di giustizia, rivelare i segreti che il padre gli ha lasciato in eredità, consegnare carte e documenti che dice di avere. Confrontarsi con il generale Mori su un punto della vicenda della trattativa che è fondamentale per capire. Mori, confortato da un altro ufficiale del Ros, Giuseppe De Donno, suo braccio destro, ha sempre detto di aver incontrato Ciancimino «dopo le stragi in Sicilia». Massimo Ciancimino offre una versione diversa: «L’incontro avvenne ma in un periodo che va dalla strage di Capaci a via D’Amelio».

osa avvenne in quel lasso di tempo decisivo per l’attacco della mafia al cuore dello Stato, quali trattative e con chi furono avviate? Le risposte forse arriveranno da un processo che si sta celebrando a Palermo nella indifferenza generale. Oggetto la mancata cattura di Bernardo Provenzano. Mario Mori, insieme al generale Obinu, è accusato di favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra. Nell’ultima udienza, il pm Antonio Ingroia ha depositato una lettera del colonnello dei Carabinieri Michele Riccio. L’ufficiale annuncia il ritrovamento di alcuni floppy disk che contengono una serie di relazioni di servizio sulla latitanza di Provenzano. Materiale che sarebbe stato consegnato a Mori tra il ‘95 e il ‘96 e nel quale si parla del mancato blitz a Mazzoiuso per la cattura del boss di Corleone. Se ne riparlerà dopo le ferie, quando il generale Mori sarà messo a confronto con il suo accusatore Riccio. Per il momento, Mori – prefetto in pensione – continua la sua attività di «zar» della tranquillità dei romani. Nominato dal sindaco Alemanno a capo dell’«Ufficio extradipartimentale coordinamento per le politiche della sicurezza». De Donno, invece, ha da tempo lasciato l’Arma e fa il consulente privato. La materia è sempre la sicurezza, questa volta rivolta alle aziende che decidono di investire nel centro-sud. L’uno e l’altro hanno capitalizzato esperienze e conoscenze acquisite negli anni.

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