Evasione fiscale, un libro per saperne di più

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da www.sbilanciamoci.info

In Italia l’evasione fiscale è uno degli argomenti più discussi, per meglio dire, più chiacchierati. Anche l’estate 2010 ne ha fornito una conferma. Le pagine dei giornali e i notiziari televisivi si sono riempiti di notizie, o presunte tali, sulla caccia agli stabilimenti balneari abusivi, ai possessori di yacht che si dichiarano nullatenenti al fisco, o agli esportatori di capitali in Svizzera. Ispirate da una sapiente regia del governo e dell’Agenzia delle Entrate, queste campagne dovrebbero spaventare gli evasori, far capir loro che le cose cambiano e, contemporaneamente, consentire ai media di rimpolpare un po’ il magro carnet delle cronache estive.

Basta un’occhiata ai giornali degli ultimi trent’anni per capire quanto poco di nuovo ci sia in queste campagne. Alla fine degli anni Settanta alcuni quotidiani italiani cominciarono a pubblicare le liste dei contribuenti che avevano dichiarato redditi inferiori a quelli accertati dal fisco e contenuti nel famoso “libro rosso” dell’allora ministro delle finanze Reviglio. Si trattava di nomi famosi e, in alcuni casi, di personaggi che avrebbero avuto un ruolo primario nella storia del nostro paese. Molti quotidiani accolsero la notizia con giubilo, condendola dei punti di vista immaginari dei contribuenti onesti, di osanna al ministro-eroe, di “finalmente li hanno beccati”.

Pochi spiegarono ai lettori che quelle liste contenevano solo dei nomi di sospetti evasori, e che quelle liste si sarebbero inevitabilmente svuotate dopo i ricorsi giudiziari e a seguito delle lungaggini burocratiche per la riscossione. Interessava soprattutto mettere in evidenza il fatto che molti ricchi e famosi potessero, per qualche giorno, essere additati sulla pubblica piazza.

Poco è cambiato ai giorni nostri. I media continuano a dare grande risalto ai singoli casi, il famoso motociclista costretto a scendere a patti con il fisco che ha scovato la sua residenza di comodo o la famiglia di industriali accusata di gestire fondi neri tramite qualche paradiso fiscale. L’innovazione più rilevante, dal punto di vista della comunicazione, riguarda l’utilizzo dei dati. Ormai ogni articolo o trasmissione che si rispetti tratta dei temi economici, come si dice, “cominciando dai numeri”. Il lodevole intento è tuttavia spesso frutto di un equivoco: l’idea che le statistiche possano essere oggettive e auto-evidenti, fornendo in modo immediato il contesto entro cui sviluppare il dibattito televisivo o l’intervista al politico o esperto di turno.

L’evasione non sfugge a questa contraddizione: vengono presentati dati tratti da fonti diverse (gli esiti dei controlli, le stime sull’economia sommersa, le stime accademiche) che spesso non si parlano fra loro o potrebbero parlarsi solo entrando nel merito, cosa ritenuta non possibile per ragioni di tempo, di spazio o più semplicemente per la paura che il telespettatore cambi canale. Ad esempio, in una popolare trasmissione televisiva di approfondimento della Rai di qualche tempo fa, per dare un’idea delle dimensioni dell’evasione in Italia si sono presi a riferimento i dati comunicati dalla Guardia di finanza sulle verifiche effettuate nell’anno precedente. Tuttavia, le verifiche sono solo lo stadio iniziale della procedura, in qualche misura paragonabili alle indagini in un processo. Con la verifica (o, per essere più precisi, con il successivo atto di accertamento) l’amministrazione finanziaria contesta al contribuente di aver evaso una certa somma. Prima di arrivare alla definizione (in senso giuridico) di quanto, eventualmente, è stato evaso, è probabile che l’amministrazione finanziaria debba affrontare il giudizio di una Commissione tributaria e, in alcuni casi, perfino della Cassazione. In ogni caso, i controlli riescono ad intercettare solo una minima parte dell’evasione, e quindi presentarli come significativi delle dimensioni complessive del fenomeno è evidentemente fuorviante.

L’evasione è insomma uno degli argomenti su cui il rumore mediatico è maggiore, buono per la discussione al bar o sotto l’ombrellone, addirittura perfetto per una manciata di righe da scrivere su programmi elettorali che rimangono uguali di elezione in elezione. Il risultato principale di questa chiacchiera continua è che le cose sono apparentemente immutabili, cause e dimensioni si perpetuano nel tempo e con loro le interpretazioni e gli schieramenti di opinione.

Almeno due di questi sono chiaramente riconoscibili. Una parte dell’opinione pubblica sembra convinta del fatto che l’Italia si divida da sempre nel popolo dei vessati, approssimativamente coincidente con i lavoratori dipendenti e i pensionati e in quello dei furbi, di solito identificati con commercianti e lavoratori autonomi senza scrupoli. La ragione starebbe, secondo i più, nel lassismo italiano, nel livello ridotto delle sanzioni -“ah, se gli evasori li sbattessero in galera come negli Stati uniti!”-, nel basso numero dei controlli, e più in generale, nella corruzione della morale e dei costumi che pervaderebbe la nostra borghesia e le nostre classi dirigenti.

Il secondo atteggiamento è riassumibile dall’idea che “in fondo in fondo tutti siamo un po’ evasori”, che l’evasione sia una caratteristica intrinseca del nostro paese, della nostra storia e cultura, e che, tutto sommato, sia giustificata o giustificabile dall’alto livello di tassazione, dalla scarsa efficienza della pubblica amministrazione e dagli sprechi nella spesa pubblica. Di evasione non varrebbe quindi neppure la pena di discutere più di tanto, e, come ha scritto un quotidiano di recente, non si può comunque paragonarla ad un furto perché l’evasore non ruba nulla, si limita a tenere per sé qualcosa (la ricchezza) che è già suo.

Questi atteggiamenti, come spesso accade, sono un miscuglio di verità, semplificazioni e vere e proprie falsità ideologiche. E’ vero che in Italia l’evasione è differenziata tra le diverse categorie, ma questo ha a che fare molto più con ragioni strutturali, cioè con il modo in cui il fisco funziona e raccoglie informazioni, che non con il livello delle sanzioni o con il numero dei controlli. L’ipotesi che vi sia una cultura mediterranea dell’evasione non manca di qualche fondamento, se è vero che i Romani seppellivano i loro gioielli per evitare la tassa sul lusso e che, a tutt’oggi, i paesi mediterranei – Grecia, Italia, Spagna e Portogallo – sono tra quelli con i tassi di evasione – o, meglio, di economia sommersa – più elevati nel mondo occidentale. Ma non può essere per questo minimizzato un fenomeno che ha invece gravi conseguenze per la vita pubblica, non solo per l’economia. In Italia, l’economia sommersa, che è strettamente legata anche se non esattamente coincidente con l’evasione fiscale, arriva ad assorbire tuttora, secondo le stime massime dell’Istat fino a circa 250 miliardi di euro, ovvero il 17% della ricchezza nazionale misurata dal Pil. L’evasione fa crescere il debito pubblico, riduce le possibilità di spesa per istruzione, sanità e pensioni, distorce la concorrenza e avvelena i rapporti sociali (a cominciare da quelli tra chi si sente vessato e chi si professa furbo).

E’ necessario ricostruire dalle fondamenta un discorso pubblico sull’evasione, per comprenderne la natura, le dimensioni e i possibili rimedi, sfuggendo, per quanto possibile, a luoghi comuni, falsificazioni e demagogie ricorrenti. Bisogna (ri)partire dalle domande fondamentali: cos’è l’evasione fiscale? perché è un problema? quanto si evade in Italia? chi evade? come e perché si evade?

E’ quello che si cerca di fare in questo libro con l’avvertenza che il tema trattato è, per definizione, sfuggente alla misurazione, difficile da analizzare e intriso di elementi di natura diversa, non solo economica, ma anche culturale e perfino psicologica. L’obiettivo è quindi quello di raccontare quel che oggi si sa sull’evasione, con particolare riferimento all’Italia, di quel che si è fatto e di quel che si potrebbe fare per ridurla, ben sapendo che non è possibile né fornire analisi definitive né ricette miracolistiche.

(dall’introduzione al libro di Alessandro Santoro “L’evasione fiscale”, Il Mulino, 2010. Collana “Farsi un’idea” pp. 128, € 9,80)

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