Emergenza casa, qualcosa si muove. Arrivano i fondi e lo stop alle vendite

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Sembra che più di un collega, sul momento, abbia detto qualcosa tipo “tu sei matto”, ma alla fine tutta la giunta regionale ha detto sì alla proposta del nuovo assessore regionale toscano alla casa, Eugenio Baronti. La Regione ha così deciso di stanziare 41 milioni di euro per l’edilizia popolare, da aggiungere ai 31 in arrivo dallo stato grazie all’ultima finanziaria, più 9 milioni per il sostegno agli affitti. Ma soprattutto la delibera ha bloccato la prevista vendita di oltre 17mila alloggi di edilizia popolare (altri ventimila sono stati già ceduti negli anni scorsi). “Negli anni Ottanta – spiega l’assessore, entrato in giunta nell’estate scorsa grazie all’accordo fra il suo partito, Rifondazione comunista, e il centrosinistra del presidente Claudio Martini – si credeva che il problema della casa fosse risolto. Non è così. Siamo di fronte a una nuova emergenza. I soldi per recuperi e nuovi interventi sono necessari, ma non si può investire da un lato e intanto vendere le case che già ci sono”. E così è arrivato l’improvviso stop alle vendite.
Secondo i dati più recenti (fonte Cispel), in Toscana ci sono 18mila famiglie in attesa di un alloggio pubblico che non c’è (in tutto le aziende pubbliche toscane gestiscono 55mila appartamenti). Nella sola Firenze, l’assessore comunale alla casa, Paolo Coggiola, stima una domanda di quattromila alloggi popolari e allarga le braccia: “Ci vorrebbero 400 milioni di euro, ma non ci sono soldi”. Non è chiaro se le cifre di Coggiola includano in tutto o in parte le duemila persone che secondo la Fondazione Michelucci vivono in “alloggi precari”, i quali spaziano dai baraccamenti di fortuna allestiti dai rom romeni confinati nell’estrema periferia dell’Osmannoro (sono le famiglie dei lavavetri, protagonisti loro malgrado della calda estate politica fiorentina del 2007), alle dodici occupazioni gestite dal Movimento di lotta per la casa, guidato da Lorenzo Bargellini, “antagonista” storico conosciutissimo in città. Sono Bargellini e gli altri del Movimento ad occuparsi dei casi più difficili, dai migranti ai richiedenti asilo (qualche centinaio di eritrei, etiopici e somali), dagli sfrattati fino alle famiglie fiorentine che non possono affrontare i prezzi altissimi proposti dal mercato.

L’estate scorsa Regione e Movimento hanno stretto un accordo che dovrebbe risolvere lo spinoso “caso Luzzi”, una vasta e bellissima area sulle colline fiorentine, un tempo adibita a strutture sanitarie e occupata un paio di anni fa da oltre 400 persone, di numerose nazionalità. L’area sembrava destinata a insediamenti turistici di lusso e per mesi si è paventata l’ipotesi di uno sgombero d’autorità, reso complicato dall’alto numero di persone presenti e dalla capacità del Movimento di mobilitarne altre. L’accordo del 2007 prevede la rinuncia, da parte della Regione, alla vendita dell’area, che sarà riutilizzata sulla base di un percorso di “progettazione partecipata”. Il Movimento, in cambio, si è impegnato a spostare subito una parte degli abitanti, anche per alleggerire la pressione su edifici instabili. Infatti nel febbraio scorso oltre 150 abitanti del Luzzi hanno occupato la ex caserma Donati di Sesto Fiorentino. è scoppiato il putiferio. Il sindaco di Sesto ha invocato lo sgombero della caserma abbandonata, destinata alla costruzione di nuovi appartamenti e negozi, trovando man forte nei cittadini del quartiere e nei circoli Arci del comune, che sono arrivati a rifiutare le sale che il Movimento chiedeva per fare assemblee, per informare sulle occupazioni e sulla vendita ai privati di numerosi spazi pubblici che si potrebbero utilizzare con finalità sociali. Il richiamo alla “legalità” ha impedito ogni dialogo.
Negli ultimi mesi il Movimento ha messo in piedi anche le prime esperienze di “autorecupero” concordate con gli enti locali, riguardanti un ex istituto sanitario in via Aldini e l’ex asilo Ritter, occupati rispettivamente da 18 e 8 famiglie fin dagli anni ‘90. Il patto prevede che il Comune di Firenze si accolli le ristrutturazioni primarie e che le cooperative formate dagli occupanti paghino gli interventi interni. La Regione si è impegnata a coprire il 35% delle spese sostenute dal Comune e gli interessi sui mutui aperti dalle cooperative. Dariuche Dowlatchahi, detto Dario, “persiano de Roma, con padre iraniano, madre pugliese e figlio fiorentino”, è un giovane architetto, attivista del Movimento e occupante dell’istituto “Bice Cammeo” di via Aldini. “è un progetto nel quale crediamo. Abbiamo formato la nostra cooperativa, si chiama ‘Un tetto sulla testa’. Ma il Comune tarda a presentare il progetto, dovrà chiedere una proroga ai tempi fissati dalla Regione e ci ha fatto sapere che l’onere per noi sarà molto superiore al previsto. Potremmo essere costretti a rinunciare. Il fatto è che il Comune non sembra molto motivato. Un funzionario una volta mi ha detto: Ci hanno dato anche questa bega…”. L’esito dei piani di autorecupero è quindi incerto, ma l’esperienza non andrà perduta. “In cooperativa – dice Dario – stiamo pensando di andare comunque avanti. Se il progetto fallisce, proseguiremo da soli, a piccoli passi, cercando finanziamenti alternativi”.
Intanto il Movimento si prepara a una stagione calda: c’è il caso della caserma Donati contestata a Sesto, ci sono almeno duecento persone “in lista d’attesa” per nuove occupazioni, ci sono le famiglie dei lavavetri che non possono restare all’Osmannoro. Tutto lavoro per questo informale assessorato di fatto.

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