19 novembre 2018

Elettro+, più che uno spazio

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L’Elettro+ è davvero un posto bellissimo: uno spazio immenso, una ex fabbrica che produceva plastica situata in Via Siena (una traversa di Via Baccio da Montelupo) che il Quartiere 4 ha recentemente dato in gestione – comodato d’uso gratuito per due anni prima della demolizione dell’edificio – a quelli che sono oggi i ragazzi dell’Elettro+: tanti, simpatici, giovani e tutti creativi! E così, quella che era semplicemente e tristemente una delle tante aree dismesse, è dalla fine dell’estate scorsa un vero e proprio cantiere autogestito di progettualità: dalla sartoria al laboratorio fotografico, al cinema, all’officina, alla ceramica, al teatro, alla palestra fino a quella che viene chiamata “l’arrampicata”.
“L’arrampicata è una cosa un po’ particolare”, spiega Guia che si occupa principalmente del laboratorio di sartoria e del progetto “Wok – working on kitchen” – progetto di cucina critica e ricerca alimentare. L’arrampicata è stata pensata e realizzata da due torinesi che, visto lo spazio a disposizione, “hanno montato queste pareti e adesso stanno venendo da tutta Italia per scalare: per chi ‘arrampica’, non c’è paragone con nessun’altra palestra o altro posto in Italia”.
Guia, occhiali, capelli raccolti, tanti orecchini, ci racconta il lungo percorso di rivendicazione di spazi da autogestire che dall’occupazione di Via Maragliano alle altre che seguirono come quella di Via Bufalini, fino alla 72 ore di Resistenza all’Anfiteatro delle Cascine, ha portato alla proposta del Quartiere 4 sull’area e quindi alla nascita dell’Elettro+:
“La nostra esigenza non era quella di avere un posto dove riunirsi e basta, ma piuttosto dove lavorare, costruire installazioni, laboratori, un magazzino per mettere del materiale, sapere che è li e che ogni volta lo puoi riutilizzare. La caratteristica di queste reti che si vanno a formare via via, è quella di non avere un’identità di gruppo ma di essere sempre in movimento rispetto agli obiettivi che di volta in volta si pongono”.

L’idea di movimento o di rete e, allo stesso tempo, il fatto di non riconoscervi necessariamente in un gruppo delimitato di persone, vi permette però di progettare delle attività?
Anzi! È molto meglio perché avviene una forte contaminazione a livello umano tra le diverse esperienze; quello che uno va a creare è sempre diverso. E poi questo ti dà un’apertura mentale anche rispetto all’esterno… porta ad essere chiari comunque su quelli che sono obiettivi e proposte e su queste basi creare un nuovo gruppo; ogni volta ci si muove rispetto a una sorta di mini piattaforma che in realtà sono più proposte o iniziative e su queste confluisce un numero di persone. Tanta gente che magari veniva prima adesso non viene più, ma quello che aveva iniziato lo sta continuando qualcun altro. Questo permette alle idee, ai progetti, alle proposte di durare oltre le persone. È bello perché c’è davvero un’eterogeneità pazzesca! C’è anche gente che penso sia la prima volta che sperimenta questo tipo di gestione di un luogo. Nella palestra questo è più evidente: la maggior parte di chi la frequenta non è mai stata in ambienti autogestita, tranne alcune eccezioni.
Un posto così costituisce davvero una novità per Firenze, considerato anche ve lo ha dato il Comune. Tu cosa ne pensi?
Mah, spesso questo fatto è visto come … non so, una specie di distinzione tra buoni e cattivi; chi dice sì, chi no…voi siete collaborazionisti, noi no…
È venuta fuori spesso questa discussione?
È il tormentone! – scoppia a ridere Guia – Io lotto per qualcosa, se ad un certo punto mi viene riconosciuta, non posso dire no. Mi metto in gioco e dico: va bene, vediamo se effettivamente può funzionare.
Come sono i rapporti con il quartiere?

Il vicinato è ancora da conoscere. Ci hanno visto arrivare qua come degli alieni da non so dove! All’inizio abbiamo organizzato diversi incontri per spiegare cosa volevamo fare qua dentro. Non ha partecipato molta gente tranne chi magari si sente più vicino a questo tipo di esperienza. Poi, via via, è emerso questo grande problema che quando facciamo le feste o gli eventi, c’è sempre qualcuno che si lamenta del casino. Volevano costituire un comitato perché un cane abbaiava da un balcone! È un quartiere un po’ difficile, io lo sto conoscendo ora che sono qui.
Entra Matteo, capelli lunghi e tuta blu. Racconta quello che viene fatto nell’officina, dove stanno lavorando anche alla prossima performance in vista della 72H del 25 Aprile. Sono ancora tanti i progetti da sviluppare. Tra questi, aggiunge Giovanni che ha preparato un buonissimo tè, la costruzione dell’auditorium “in un’area di circa 300 mq all’interno di due vasti capannoni comunicanti, che ricoprono una superficie totale di circa 1600 mq”.
Non è facile riportare una simile esperienza, portata avanti in modo autonomo ed eterogeneo da tante persone diverse. Infatti leggiamo su Generatore, la “rivista” dell’Elettro+: “la visibilità di chi cerca modi diversi di esprimersi rischia sempre di essere ridotta”.
E ancora su Generatore a proposito del progetto “Infoshop”: “questo spazio vuole essere una vera e propria vetrina, una sfacciata esposizione dei nostri pensieri, sperando che qualcuno sfacciato e maleducato come noi voglia usare questo spazio. Noi cercheremo, ma speriamo di esser pure ricercati …”: totale apertura quindi a chiunque voglia dare il proprio contributo creativo al progetto.
Infine, per puntualizzare, da Generatore numero zero:“Non ci avete assegnato uno spazio a noi. L’Elettro+ è un esperimento di gestione di uno spazio pubblico. Evidentemente un progetto pilota. Non ci stanno regalando niente”.

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