21 novembre 2018

Editoria: arriva Amazon Italia, sconti fino al 30%. E le piccole librerie?

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di Roberto Sensi

Amazon, il più grande megastore online di libri, è arrivato in Italia. Risparmi in media il 30% sui prezzi di copertina e per acquisti sopra i 19 euri (ovvero bastano due libri, spesso anche uno solo visti i prezzi!) non paghi nemmeno i costi di spedizione. Per fare un esempio, un libro il cui costo di copertina è di 21 euri lo paghi 14,70. Immagino si tratti di un colpo anche per Feltrinelli e per gli stessi supermercati che già da anni applicano una politica degli sconti, ma la loro dimensione aziendale li permetterà di rimanere sul mercato, magari, come già fanno, abbassando i costi del lavoro per sostenere politiche di sconti sulle diverse collane.

Ma il piccolo commercio? Ora, è necessaria una premessa: piccolo non è necessariamente bello. Spesso esistono veri e propri monopoli e posizioni di rendita anche nei piccoli mercati che sono odiosi anche se meno “impattanti” dei grandi cartelli. Ma la libreria, come il negozio che vende ortofrutta, o i mercati contadini, sono luoghi della comunità prima che del mercato. O meglio, possono essere luoghi dove mercato e comunità si pongono in un unico continuum sociale ricucendo lo strappo profondo che la globalizzazione ha esercitato proprio tra la società ed il mercato. Come una piccola libreria, o drogheria, o qualsiasi altro negozio preservano la biodiversità sociale del luogo in cui vivono, come lo fanno gli spazi ricreativi non omologati o svuotati della loro ragione di esistere (la chiesa ops!), così garantiscono una biodiversità culturale, o meglio dell’offerta culturale. O perlomeno ci provano, perché anch’esse operano in un mercato e la domanda è più forte dell’idea.

Sono suggestionato da un’idea che ancora però fatica ad articolarsi e quindi a creare argomenti per spiegarsi. Ma ve la propongo proprio perché mi piacerebbe mi aiutaste. La differenza profonda tra mercato convenzionale e quello che possiamo definire, forse con un pizzico di supponenza, mercato alternativo non è solamente come lo stesso mercato si struttura in termini di offerta e domanda.

Per spiegarmi mi serve una premessa. Dico un’ovvietà: l’esperienza del commercio equo ha mostrato come l’idea di diventare offerta etica in un mercato non etico, ma che risponde in ogni modo ai segnali ed alle dinamiche di un mercato convenzionale, è stata fallimentare. Dopo un ventennio, il commercio equo è nella grande distribuzione, ha aumentato i propri volumi di vendita ma ha perso “potenziale rivoluzionario”, ovvero la possibilità di cambiare i consumi. Lo sappiamo, per promuovere vere alternative non basta il consumo: la globalizzazione ce lo ha insegnato, siamo troppo dispersi, siamo in maniera puramente teorica potenzialmente rivoluzionari. La domanda quindi da sola non condiziona l’offerta; o meglio promuove un’offerta alternativa che non è in grado di condizionare l’offerta globale.

I gruppi di acquisto solidale hanno introdotto elementi di profonda novità nelle strategie di consumo alternativo. Prima di tutto, etico deve accompagnarsi a locale, quando possibile. In secondo luogo servono politiche sul lato dell’offerta, ovvero consumatori e produttori possono fare il mercato e la loro distanza e cifra e misura dei problemi di equità nei mercati stessi. Anche essi però adesso affrontano il rischio dello svuotamento delle leva del consumo, ovvero, come per il commercio equo, il commercio locale rischia di rimanere semplicemente un’ offerta di consumo e non di azione politica. Allora, servono proposte politiche, di politiche pubbliche per la gestione dell’offerta. Non basta costruirsi i propri mercati di nicchia. Sembra che lo Stato, in tutte le sue articolazioni di governo, non abbia più responsabilità. Ma servono anche politiche pubbliche, in un’accezione ampia, ovviamente, ma che include il ruolo dello Stato, per strutturare i mercati a misura della società che desideriamo, della comunità che vogliano costruire.

Ritornando all’affermazione di cui sopra, ovvero che non sta solo nel tipo di mercato la differenza tra convenzionale e alternativo è perché è differente il contenuto stesso della domanda e dell’offerta: un contenuto che diventa sociale, ambientale, etico e non pretende che tutto questo sia mediato esclusivamente dal prezzo, pur importante proprio perché mercato. C’è qualcosa di più dell’idea di mercato alternativo, qualcosa che sta sopra, ovvero il progetto di società di cui il mercato è uno degli strumenti e non un fine.

Allora, tutto questo resto che non è mediato dal prezzo e quindi non si riduce nella pratica dell’acquisto, come si articola? Come diventa cambiamento? Come diventa parte della risposta al problema?

Per tornare al motivo di questa lettera: se questi discorsi valgono per il cibo, la quintessenza del “localismo”, perché non lo facciamo valere – come già sta accadendo per l’energia, la finanza, la moneta, pur su scale di partenza necessariamente diverse – per i libri, per la cultura? Perché non ragioniamo sul serio sui motivi per i quali le piccole librerie non dovrebbero morire? Anzi, io propongo una domanda preliminare: perché non dovrebbero morire? Io so che se scompare la produzione locale si perdono saperi, si perde cultura e soprattutto, si dipende da altri per mangiare (guardate l’esperienza dei paesi poveri, tutti importatori netti di alimenti). E necessariamente non si risparmia, anche senza considerare che costi sociali e ambientali non vengono internalizzati nei prezzi. Ma perché le piccole librerie di paese sono importanti e non devono scomparire? Non solo perché ci siamo affezionati, vogliamo bene a quelle persone, gli amori e gli affetti, si sa, iniziano e finiscono ed il dolore è un’esperienza transitoria a meno che non la si voglia rendere stile di vita ;-).

Cosa succede se scompare un piccola libreria? Un buon libro lo compro anche alla Feltrinelli; lo trovo prima; ci sono commesse/i cordiali ed intelligenti capaci di propormi belle letture ma sicuramente meno disposti a discutere, ad ascoltare il mio parere ad aiutarmi a capire oltre che a comprare. Allora ci deve essere qualcos’altro che spiega perché è così importante che le piccole librerie non spariscano, qualcosa che va oltre il nostro acquisto, che non si esaurisce in esso.

La questione che vorrei sollevare è questa: finché ci consideriamo solo consumatori o pensiamo che il mercato alternativo lo costruiamo solo attraverso la leva del consumo e non della politica, del fare comunità, di tutelare beni comuni, perderemo ed anche se pensiamo di aiutare il libraio o il contadino in realtà lo mettiamo fuori dal mercato e lo rendiamo dipendente da una domanda, la nostra, la cui forza è variabile, perché fa comodo anche a noi risparmiare in momenti di crisi come questa e eprché non siamo massa critica! Insomma se pensiamo di battere Amazon, o la Feltrinelli, o la Coop con il consumo abbiamo perso, serve qualcosa di più profondo, motivazioni ed obiettivi di più vasta portata ed azioni conseguenti. Serve un progetto politico, si società e, più nel piccolo, di comunità, la nostra comunità.

Dico delle ovvietà, ma il fatto che rincorriamo gli eventi, resistiamo, piuttosto che progettiamo incidendo in maniera reale, significa che queste ovvietà, queste domande già fatte, non hanno ancora trovato una risposta, o meglio, ne hanno trovate ma settoriali, non complessive.

La provocazione sulle piccole librerie ne è un esempio. Come facciamo a farle sopravvivere a prescindere dal fatto che, pur se necessario, ma non sufficiente, ci andiamo a comprare?

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