17 novembre 2018

Edilizia penitenziaria: «Serve una moratoria contro il sovraffolamento»

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di Christian De Vito

In centotrentadue anni, prima del 1984, lo Stato della California ha costruito 12 carceri; dopo quella data ne ha costruite 33. Il boom dell’edilizia penitenziaria viene dagli Usa, dove anche il tasso di carcerazione è passato da 96 a 726 detenuti ogni centomila abitanti tra il 1973 e il 2005. L’Europa imprigiona relativamente meno – i tassi sono tra 90 e 150 – ma negli ultimi vent’anni molti paesi hanno visto raddoppiare la popolazione detenuta e moltiplicarsi il numero delle celle: trentamila “posti letto” in più in Francia dal 1987 a oggi, ventimila in più tra il 1997 e il 2007 nel Regno Unito, dove altri 9.500 posti sono previsti entro il 2012.

In nessun paese i “piani carceri” hanno risolto il problema del sovraffollamento, per il quale sono stati concepiti o perlomeno giustificati. L’attività edilizia rincorre l’aumento, ben più rapido, dei detenuti, come ha dovuto constatare il governo britannico nel febbraio 2008, quando è stato sfondato il tetto di capienza “tollerabile” nonostante un decennio di costruzioni. Il “piano carceri” italiano è una corsa persa in partenza: con circa 65.000 detenuti attuali e un saldo di 800-1000 persone in più in cella ogni mese, gli 80.000 posti di capienza totale previsti al termine del piano saranno superati già nel 2011.

L’ideologia dell'”emergenza” che giustifica la costruzione di nuove carceri ha anche comportato un peggioramento delle condizioni detentive. Bisogna fare in fretta: ecco allora le soluzioni edilizie “leggere”, concepite come strutture temporanee ma che il continuo afflusso di detenuti poi rende permanenti. Bisogna costruire molto: ecco le mega-carceri statunitensi, il progetto delle tre «Titan Prisons» britanniche da 2.500 posti ciascuna o le celle a sei posti di Lelystad nei Paesi Bassi.

Costruire carceri costa molto; pressati dagli imperativi di bilancio, gli Stati ricorrono ai privati. La prospettiva di privatizzazione totale attuata negli Usa e nel Regno Unito non sembra (per ora) all’ordine del giorno in Italia; il previsto meccanismo del project financing ricorda di più l’esperienza francese, dove il ruolo dei privati è comunque progressivamente aumentato negli ultimi due decenni, configurando secondo l’associazione dei magistrati francesi l’inizio di un «mercato dell’incarcerazione».

Alla base, c’è una contraddizione politica più profonda. Affermare di voler «combattere il sovraffollamento» costruendo nuove carceri è come sostenere di voler «costruire la pace» attraverso la corsa agli armamenti. Ovunque, il sovraffollamento è prodotto dalle scelte della stessa classe politica che costruisce nuove carceri in nome della lotta al sovraffollamento. Il filo che lega i due fenomeni non è la «lotta alla criminalità», come affermano i vari ministri, visto che non esiste alcuna relazione tra i tassi di criminalità e quelli di carcerazione; è invece l’opzione a favore di politiche neoliberiste in campo sociale e, conseguentemente, di politiche della sicurezza in campo penale. Perciò si costruiscono nuove carceri anche se la metà dei reclusi è in attesa di giudizio, mentre si limita l’accesso alle misure alternative e si continua a imprigionare in massa migranti, tossicodipendenti, senza dimora, prostitute.
L’aumento dei posti letto ha rappresentato ovunque una spinta alla crescita dell’incarcerazione: ha rafforzato l’identificazione della pena con le sbarre del carcere e, immobilizzando centinaia di milioni di euro negli edifici penitenziari, ha impedito il finanziamento di percorsi alternativi alla detenzione. Fino all’estremo del “piano carceri” italiano, che “scippa” i 130.000 euro della Cassa Ammende, vincolati al reinserimento sociale, per finanziare la costruzione di nuove celle.

C’è urgenza di una moratoria sulla costruzione di nuove carceri e di un “numero chiuso”, superato il quale nessuno deve entrare in carcere. Lo sostengono organizzazioni tanto diverse quanto il Prison Moratorium Project statunitense, il Krom norvegese e il Prison Reform Trust britannico. Anche in Italia questo può essere un terreno di unificazione per movimenti, gruppi di operatori e amministratori locali: per invertire la tendenza rispetto alle attuali politiche della sicurezza, penali e penitenziarie.

[fonte il manifesto]

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