Economisti: scienziati o chiromanti?

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di Loretta Napoleoni

Chiromanti, meteorologi ed economisti, ecco alcune professioni proiettate verso il futuro. È facile capire il perché: i chiromanti soddisfano la curiosità riguardo al nostro destino, i meteorologi ci dicono se dobbiamo uscire con l’ombrello. E gli economisti? Perché fanno parte delle voci del domani? Perché studiano il denaro. La loro è una professione che ruota intorno al censo, al punto che l’economia potrebbe essere ribattezzata “scienza del denaro”. Come si guadagna, come si spende, come si muove, come si distrugge il denaro: questi i principi della teoria economica, che in sintesi ci racconta quanto ricchi o poveri siamo, e così facendo ci offre una visione della ricchezza delle nazioni in cui viviamo.

(…)

La moderna professione di economista si afferma nel dopoguerra, quando, insieme a un gruppo di politici e di colleghi, Keynes si ritira per tre settimane a Bretton Woods, lontano dal mondo, per ridisegnare la mappa monetaria ed economica del sistema mondiale. E quando questo esperimento inizia a funzionare e le economie europee, distrutte dalla guerra, timidamente ricominciano a crescere, allora tutti osannano chi ha alimentato questa rinascita. Nasce così il fascino discreto dell’economista: una sorta di venerazione mista a timore, che fa di chi pratica questa professione una specie umana diversa da tutte le altre.

Ma quanto esatta è la cosiddetta scienza economica? Quanto sono giuste le previsioni dell’economista sulla base dei suoi principi? La risposta non è facile, perché in realtà esistono diversi gradi e livelli di esattezza e di inesattezza, che corrispondono ad altrettanti strumenti dell’economia. Quando lavoravo in Borsa mi sentivo una chiromante: non so che cosa avrei dato per avere ogni mattina la palla di vetro dove poter leggere gli avvenimenti della giornata. Gli agenti di cambio che all’alba arringavo avevano un orizzonte di otto ore. Come i chiromanti, gli economisti di mercato (quelli che ne anticipano i movimenti) usano poco gli strumenti dell’economia e per necessità sono tutti un po’ psicologi. Ci misi del tempo per capire che tutto ciò che avevo studiato all’università non mi serviva granché: era più importante prevedere come avrebbe reagito il mercato alla notizia che la disoccupazione era scesa o salita, che l’Iva era stata abolita o introdotta, che un leader di un Paese povero era stato assassinato e che un uragano eccezionale si era abbattuto sulle coste di qualche paese. E poiché non avevo la sfera di cristallo, potevo basarmi soltanto sull’esperienza, cioè sul fatto di aver vissuto sul mercato situazioni analoghe. Altrimenti si procedeva a tentoni.

L’economia del mercato si muove a piccoli passetti, quella delle nazioni e quella globalizzata fa grandi salti. Applicare alla prima gli strumenti della seconda e viceversa è sbagliato. Gli economisti classici, e lo stesso Keynes, conoscevano solo l’economia delle nazioni, e io mi ero formata alla loro scuola. Mi era quindi difficile avere una visione di ventiquattro ore: io guardavo ai grandi orizzonti. Soltanto dopo anni di esperienza ho capito come leggere i segnali del mercato. In un certo senso ho dovuto fare un lungo apprendistato per essere all’altezza del mio lavoro. L’avvento della finanza, la crescita del sistema finanziario globale e soprattutto la subordinazione dell’economia alla finanza hanno però ristretto l’orizzonte degli economisti, riducendo l’intera scienza a una serie di formule matematiche. La nascita dei prodotti strutturati non presuppone alcun orizzonte: si prende un prodotto (un mutuo, per esempio) e lo si trasforma in qualcosa d’altro. Negli ultimi vent’anni gli economisti hanno lavorato principalmente in finanza perché gli stipendi erano da favola e nessuno poteva resistervi. Anch’io sono finita lì. Così le grandi menti si sono applicate alla trasformazione di determinati prodotti in altri, hanno lavorato in nicchie microscopiche, dimenticandosi del quadro generale: il mondo.

Ed ecco svelato il mistero degli economisti premiati con il Nobel per aver inventato formule matematiche complicatissime, simili a quelle dei fisici nucleari. E pensare che Keynes scrisse la Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta – il testo che ci salvò dalla Grande depressione – senza usare una sola formula matematica. Rileggendo quel libro e quelli di tanti economisti classici, viene da chiedersi: ma perché gli economisti moderni parlano un gergo incomprensibile e usano complesse formule con le lettere dell’alfabeto greco? Temo che ciò sia dovuto alla scarsa conoscenza della materia che trattano e al mantenimento del fascino discreto dell’economista. Se tutti ci capiscono, la distanza tra noi e gli altri si accorcia: questa è la logica. Il gergo incomprensibile è solo una barriera protettiva. Molti anni fa Ezio Tarantelli m’incoraggiò ad andare a studiare negli Stati Uniti perché lì l’economia era alla portata di tutti, faceva parte della vita quotidiana: per un economista non c’è situazione migliore di questa per apprendere i principi della disciplina. Quando lo andai a salutare prima di partire per Washington, mi disse: «Ricordati che se una persona è in grado di capire perché per avere un etto di salame deve pagare una certa somma di denaro, allora quella persona è in grado di comprendere l’economia».

Il testo di Loretta Napoleoni è tratto dalla prefazione al libro «Processo agli economisti» di Roberto Petrini (Edizioni Chiarelettere, 174 pagg, 13,60 euro) da ieri in libreria. Si tratta di un duro atto di accusa verso una categoria che sembra aver persono il contatto con la realtà e con i bisogni delle persone. Lo dimostrano l’avvento, non previsto, dell’ultima crisi, ma anche l’abitudine ad un linguaggio oscuro e poco comprensibile.

[Fonte Unità]

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