Ecologisti, attenti agli sponsor. Dove non basta una mano di verde

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Copenhagen: ecologisti in marcia con la pet della San Benedetto

di Giorgio Beretta, da Unimondo

Che c’azzeccano gli ecologisti con la San Benedetto? Me lo son chiesto ieri vedendo la pubblicità a tutta pagina su ‘la Repubblica’ della multinazionale dell’acqua sulla quale campeggiava il titolo “San Benedetto sostiene TckTckTck, Time for Climate Justice”. (…) Si tratta di un’importante coalizione internazionale del mondo umanitario ed ecologista: “TckTckTck.org è un progetto – spiega il sito – della Global Campaign for Climate Action (GCCA), una coraggiosa, nuova iniziativa che coinvolge un crescente numero di organizzazioni nazionali e globali a sostegno di un unico obiettivo: mobilitare la società civile e galvanizzare l’opinione pubblica per un promuovere un cambiamento e una rapida azione allo scopo di salvare il pianeta da pericolosi livelli di cambiamento climatico”. (…) E’ proprio il logo con la scritta verticale “Tck Tck Tck, Time for Climate Justice” quello che appare nella pubblicità della San Benedetto sui quotidiani di ieri. “L’Acqua Minerale San Benedetto Spa – spiega l’azienda nella presentazione della pubblicità – è società leader del settore delle acque minerali e ha aderito alla campagna ‘Tck tck tck: Time for Climate Justice’ perché profondamente persuasa della validità del suo messaggio chiave: sensibilizzare i “grandi” del mondo affinché traducano finalmente in azioni concrete ed efficaci l’ideale del rispetto per l’ecosistema”. “Per aiutare il pianeta, San Benedetto non si è mai fatta pregare” – ha spiegato il presidente della società Enrico Zoppas. “Siamo da sempre attenti al rispetto per l’ambiente – ha continuato Zoppas – con un’intensa e costante attività di ricerca e innovazione tecnologica che ci ha permesso di ridurre l’impiego di pet nella produzione delle bottiglie e di modificare il ciclo produttivo al fine di ridurre le emissioni di CO2”. Un’attenzione testimoniata – secondo la multinazionale – proprio dalla linea di bottiglie “Eco-friendly”, “prodotte con almeno il 30% di PET in meno rispetto agli anni 80”. L’anno esatto di raffronto è il 1983 nel quale – spiega l’azienda nella sezione del suo sito dedicata a “Una storia di successo” – “è stata la prima azienda italiana nel settore a lanciare i contenitori in PET”.
Quei contenitori, tanto per capirci, che proprio dagli anni Ottanta hanno incominciato a invadere l’ambiente e che producono – spiega la campagna “Imbrocchiamola!” promossa da Altreconomia e Legambiente – “montagne di bottiglie di plastica da smaltire e tante emissioni di CO2 per il trasporto su gomma che potrebbero essere risparmiate”. Che la San Benedetto – multinazionale italiana del gruppo Finanziaria San Benedetto S.p.A. – trovi profittevole riciclarsi l’immagine aderendo ad una campagna come la Tck non mi stupisce: fa parte della sua mission fare affari con chi può.
Ma che attente associazioni umanitarie ed ecologiste come Amnesty, Greenpeace, Oxfam e WWF non abbiano visto la pubblicità a piena pagina della San Benedetto e la sua autoproclamazione a paladina del “rispetto per l’ecosistema” o che vedendola rimangano impassibili a guardare – al momento non trovo loro prese di posizione in merito – mi stupisce non poco. Per le acque minerali trovare un’organizzazione umanitaria di cui sostenere qualche progetto sembra essere diventato un nuovo business. Ha cominciato qualche anno fa la Ferrarelle sponsorizzando l’Unicef per un progetto per portare l’acqua in Eritrea in 30 scuole a beneficio di circa 9.000 bambini e bambine (ricordate questo spot?). Ha proseguito l’acqua Norda sostenendo Terres des Hommes nel progetto ‘La casa del sole’ per “proteggere centinaia di bambini in Mozambico”. E adesso la San Benedetto a favore di Tcktcktck.
Non ci piace fare il watchdog delle associazioni. Qualche volta ci siano trovati a indicare talune iniziative con sponsor criticabili e criticati dalle stesse associazioni (come nel caso di “M’illumino di meno”). E ci ha fatto piacere essere sommersi di mail di protesta dei nostri lettori quando lo scorso anno è apparsa la pubblicità di una banca sul nostro sito (Unimondo, n.d.r.): segno che la società civile – o almeno i nostri lettori – è attenta alla coerenza tra ciò che si dice e chi sponsorizza. I recenti esempi delle acque minerali nelle campagna umanitarie e ambientaliste ci dicono però che è arrivato il momento anche per le organizzazioni non profit di dotarsi di un “codice etico” soprattutto sugli sponsor. Perchè se è vero che il principio della responsabilità sociale deve valere per le imprese e le banche – cosi come per gli Enti locali – crediamo che ancor più debba contare per le associazioni non profit (onlus, ong ecc.) che sono impegnate nel campo umanitario e nello “sviluppo sostenibile”. Non sarà un impegno semplice e porterà sicuramente alla rinuncia di qualche sponsor importante; ma crediamo sia necessario se non si vuole offrire al pubblico – già bombardato da annunci pubblicitari tra i più disparati – un messaggio distonico e contraddittorio.
Sappiamo che esistono già progetti di studio e elaborazione attenti a questi temi: crediamo sia urgente giungere a definire presto delle linee guida che possano essere adottate da tutte le associazioni della società civile soprattutto in riferimento alle sponsorizzazioni e ai finanziamenti.
Se la San Benedetto non vi disturba più di tanto, segnalo che tra gli sponsor della campagna “Time for Climate Justice” vi è anche il colosso bancario HSBC che è la capofila delle banche che finanziano le industrie occidentali che producono “cluster bombs”… Che Amnesty, Greenpeace, Oxfam e WWF non se ne siano accorti al momento dell’adesione?

0 Comments

  1. Malaussene

    beh, a Firenze lo scorso weekend c’era un bel gazzebo di Legambiente e amici per sensibilizzare sul cambiamento climatico. E avevano tutti delle belle borsettine gialle, marchiate Legambiente da un lato, ENI dall’altro.
    Credo basti.

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  2. baco

    di cosa vi meravigliate? nei comitati scientifici di queste grandi associazioni ambientaliste non siedono certo tutte persone “pulite”. Talune di loro sono impegnate in progetti di dubbia natura, finanziati anche da multinazionali non certo note per avere attenzione per l’uomo e l’ambiente. Tutto è infiltrato da interessi poco chiari (ong, onlus, non profit ormai non è sinonimo di buono in assoluto). Giusto stigmatizzare come ha fatto Beretta queste commistioni frutto della cultura dell’immagine e del compromesso tout court. Ma le responsabilità sono da ricercare anche a livello politico. Già da molte anni, anche grazie a nefasti accordi internazionali scritti di fatto dal potere economico finanziario, si è limitata la capacità di intervento e di autonomia dei governi su certe materie. Non sarebbe molto + logico vietare la vendita di acqua in PET e incentivare l’installazione di erogatori di acqua buona dal rubinetto e di fontane pubbliche, che sono anche un bel punto di ritrovo in cui scambiare quattro chiacchere invece di stare incollati a Tv e internet.

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