E questi sarebbero barbari?

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La Fortezza brulicante di gente, colori, striscioni, odori gastronomici, con una sterminata serie di materiali e documenti informativi, evoca l’immagine di una Torre di Babele. Una sensazione complessa, dove il crogiuolo delle diversità consegna una delle domande chiave sul destino di questo movimento: riusciranno a comunicare e ad interagire positivamente delle realtà così composite, dei linguaggi così distanti? Cosa hanno in comune gli scout e i militanti inglesi che hanno passato tre giorni a ritmare “What’s solution?… Revolution”? Eppure sono tutti qui, senza imbarazzi, consapevoli delle differenze ma anche dei valori condivisi ed è forse proprio questa la chiave, il punto di forza del ‘movimento dei movimenti’.
Tre giorni di discussioni appassionate, decine di appuntamenti inseguiti affannosamente con il rammarico di non potersi sdoppiare e, poi, la grande novità: la capacità di intervenire e ascoltare per ore, a migliaia, con pazienza e attenzione, senza cadere vittima dei soliti meccanismi assembleari (la ricerca dell’applauso facile, il fanatismo per il leader di turno, il linciaggio delle posizioni avverse), mantenendo sempre il rispetto degli altri (es. nei locali interni nessuno fuma e non c’è bisogno di cerberi perché nelle corde di questa cultura ‘anti-liberista’ occupa un posto importante la responsabilità individuale e l’autodisciplina).
Sarebbero dunque questi i barbari, i pericolosi teppisti venuti a violare il ‘sacro suolo’ della Città dell’Uomo? Quelli per cui la Fallaci ci ha chiesto di barricarci in casa con i sacchetti di sabbia alla finestra? Ora si può davvero tornare a quelle fobìe senza infierire su chi le ha alimentate e cercando di capire l’eredità politica e culturale che questo evento ci ha lasciato, anche se qualcuno ha ancora il coraggio di dire che non è successo nulla proprio perché è stato lanciato per tempo l’allarme. Cosa non si farebbe pur di non dare spazio ad argomenti, idee, valori che in realtà stanno dilagando sempre di più nella società!
Prima di addentrarci in una sommaria esposizione dei contenuti essenziali del Forum è comunque opportuna una riflessione su alcune valutazioni ‘benevole’ che ne sono state date. Possiamo individuare nei primi commenti di osservatori ed esponenti politici due filoni principali: 1) il Forum è stato importante perché ci ha consentito di ‘ascoltare’ i giovani; 2) questo movimento è portatore di radicali ‘parzialità’ che spetta alla Politica (occhio alla P maiuscola) sintetizzare e rendere organiche ad un disegno complessivo.
Ritengo che entrambe queste considerazioni siano sbagliate e provo a spiegare perché.
Un movimento internazionale come quello contro il neo-liberismo non può essere banalizzato come se fosse l’ennesima espressione generazionale di un generico ribellismo giovanilistico, una specie di prouderie adolescenziale da vellicare con una generosa dose di bonario paternalismo. Chi si avventura in questa analisi semplicistica dimentica che questo movimento ha dietro di sé l’elaborazione scientifica di centinaia di intellettuali di tutto il mondo (fra cui numerosi premi Nobel) e l’azione quotidiana di centinaia di migliaia di operatori di tutte le età. Chiunque ha partecipato alle giornate di Firenze si è reso conto benissimo di quanto sia parziale una lettura meramente ‘generazionale’ di questa realtà, una lettura che ne svilisce il forte aspetto trasversale e ‘sistemico’.
Veniamo alla seconda valutazione, quella relativa alla parzialità che toccherebbe ai partiti di correggere. Qui l’errore è ancora più grave perché inverte completamente il senso di quanto sta accadendo: i veri portatori di ‘parzialità’ sono proprio i partiti tradizionali che sembrano più che mai ostaggio delle lobby e delle corporazioni e totalmente incapaci di una prospettiva complessiva di cambiamento o anche solo di interpretazione della realtà economica e sociale. Il movimento impropriamente definito ‘no-global’ è invece l’unico soggetto politico che veramente sta provando a misurarsi con le sfide lanciate dalla mondializzazione, con esiti e proposte discutibili finchè si vuole ma che certamente scaturiscono da un’analisi complessiva. La supposta tutela che la vecchia politica pretende di esercitare per conto del movimento è dunque del tutto usurpata; i partiti dovrebbero piuttosto imparare ad adottare quella visione globale che in questi anni è stata progressivamente sostituita dal logorante gioco dei tatticismi di piccolo cabotaggio.
Entriamo allora nel merito e cerchiamo, per quanto possibile, di schematizzare quale idea di Europa è emersa da questo immenso laboratorio, fermo restando che è impossibile restituire in poco spazio il ‘succo’ di migliaia di interventi e di documenti.

L’ EUROPA NEL PIANETA TERRA.
L’Europa non può pensarsi in splendido isolamento, come se il resto del mondo non esistesse, anche perché essa fa parte integrante di quel 20% che consuma l’80% delle risorse. Ogni giorno misuriamo sulla nostra pelle le conseguenze di un modello di sviluppo che mette a repentaglio la sopravvivenza stessa del pianeta Terra, innescando catastrofici cambiamenti climatici e arrecando ferite mortali alla riserve energetiche e alle biodiversità. La scienza ha ormai dimostrato inequivocabilmente che non può esserci uno sviluppo illimitato e che dunque l’idea di progresso e di crescita ‘infinita’, che ha accompagnato -a partire dall’800- sia l’estendersi del sistema capitalistico che le rivendicazioni del movimento operaio organizzato, è una illusione completamente esaurita. La fiducia nell’illimitato sviluppo delle ‘forze produttive’, che ha accomunato Marx e i grandi ideologi del ‘liberalismo’ borghese, deve dunque lasciare il posto ad un’economia ecologica, che tragga il suo fondamento dalle compatibilità e sostenibilità ambientali. Come ha acutamente osservato lo studioso tedesco Wolfgang Sachs, “occorre un disarmo ecologico del Nord del mondo, una ritirata strategica dal nostro modello di sviluppo perché non è pensabile che possa continuare la rapina ai danni dei paesi poveri né tantomeno che il nostro stile di vita e di consumo possa essere esportato e generalizzato nel resto del pianeta”. “Finora- afferma Sachs- la nostra parola d’ordine è stata ‘Dare di più’, ma adesso deve diventare ‘PRENDERE MENO’“.
Di fronte a questo compito gigantesco abbiamo già visto la risposta americana che si può sintetizzare nella cosiddetta dottrina Rumsfield: gli Usa non intendono recedere dal loro ‘way of life’, dal loro modo di vivere. Questo può voler dire soltanto guerra al resto del mondo: tutti in trincea a difendere i nostri privilegi dall’inevitabile pressione di quell’80% di esclusi dalle risorse e dai diritti fondamentali. E l’Europa? L’Europa, che si è resa protagonista della vergognosa pagina del colonialismo, può ora riscattarsi mettendo in campo il suo bagaglio di civiltà e proponendo un modello eco-compatibile, basato sui diritti, sulla partecipazione dei cittadini, sulla convivenza pacifica e fruttuosa di popoli, culture, tradizioni e religioni diverse.

GUERRA E PACE.
Bisogna uscire dalla sindrome ossessiva dell’11 settembre che inchioda il mondo ad una spirale irresponsabile di violenza e di terrore. Dal Forum è uscita, fortissima, la richiesta di pace ma non sotto forma di un ingenuo piagnisteo, utopistico e impraticabile, ma come il progetto politico più realistico e sensato che possa esserci. La vera utopia è quella di chi pensa di risolvere i problemi attizzando conflitti e alzando le barricate, senza mettere in discussione le ingiustizie profondissime di cui è intriso il nostro sistema economico e sociale. La vera utopia consiste nel credere che la guerra ‘infinita’ possa risolvere i problemi, mentre in realtà spargerà nel mondo altre, innumerevoli vittime innocenti preparando la strada a nuovi e più tremendi conflitti. In questo ambito “l’Europa deve farsi propagatrice di pace- ha detto Flavio Lotti, animatore con la ‘Tavola della Pace’ della Perugia-Assisi- non solo con la diplomazia ma anche attraverso la giustizia, la pratica di un commercio equo e l’attribuzione ai migranti di una piena cittadinanza”. “In questo senso- ha proseguito Lotti- bisogna assolutamente modificare l’immagine dell’Europa che sta emergendo dalla bozza di costituzione preparata da Giscard d’Estaing: un’Europa fortezza, arroccata dentro di sé, inospitale e aggressiva verso gli stranieri, incapace di riconoscere al resto del consorzio umano quei principi che rivendica per se stessa”. Un’altra annotazione a proposito della bozza Giscard: “Essa non contiene alcun riferimento normativo al valore universale della pace, come è invece contemplato all’art.11 della nostra costituzione. Dobbiamo assolutamente batterci perché questo principio venga inserito e diventi uno dei valori fondativi della nuova Europa”.

LA COSTITUZIONE EUROPEA
Il progetto di costituzione europea, a cui sta lavorando la Convenzione presieduta da Giscard, è stato uno degli argomenti più dibattuti del Forum Sociale Europeo. In particolare dobbiamo rilevare l’attenta analisi che ne ha svolto il giurista Luigi Ferrajoli che ha messo innanzitutto in luce un aspetto di ‘opacità’ dello stesso processo ‘costituente’: “La bozza di costituzione finora è rimasta confinata in un ambito autoreferenziale come se si trattasse della vicenda privata di un gruppo di tecnocrati. Noi siamo qui, a decine di migliaia, a parlare di Europa. Diciamo allora che forse è questo il vero processo costituente, la società civile europea che si interroga sulla propria identità”. In questo deficit di legittimità democratica il movimento deve porsi il problema di un proprio intervento attivo nel processo costituente, contribuendo a correggere alcune vistose lacune della bozza Giscard. Oltre al mancato riferimento alla pace (v. la posizione di Lotti nel paragrafo precedente) Ferrajoli vi ha individuato altri aspetti gravemente negativi: 1) lo svuotamento e la banalizzazione dei diritti sociali non considerati come un valore cardine dell’ordinamento; 2) la tendenziale ‘rinazionalizzazione’ dell’Europa, con una nuova enfasi posta sugli stati nazionali a scapito dell’identità comunitaria; 3) il pericoloso riferimento alla ‘tradizione cristiana’, che suona come una ferita alla laicità delle istituzioni e rappresenta anche un messaggio inquietante in tempi di presunti ‘scontri di civiltà’.
Insomma è chiaro che un vento di destra soffia sull’Europa e si manifesta anche nello schema costituente ma sarebbe un grave errore rinunciare in partenza alla lotta per l’adozione costituzionale di alcuni valori fondamentali.

LAVORO E DIRITTI SOCIALI
L’abdicazione della politica rispetto ai meccanismi di mercato sta comportando una serie di conseguenze sulla stessa organizzazione sociale dei paesi occidentali. Il lavoro e il welfare sono le vittime designate di questa offensiva neo-liberista che sta scardinando diritti che parevano acquisiti per sempre. Precarietà e forme di sfruttamento sempre più intensivo sono l’aspetto dominante di una cultura d’impresa che, più che guardare al futuro, sembra retrodatata all’epoca della rivoluzione industriale. Le aziende multinazionali hanno bisogno di una manodopera docile e flessibile da poter ricattare a loro piacimento con l’incubo della disoccupazione e con l’esercizio di un potere di discrezionalità assoluta non mediato dalle garanzie normative (v. il nodo dell’art.18 in Italia). L’attacco alla contrattazione collettiva ha suscitato per converso in tutta Europa una forte riscossa dei sindacati che, a vari livelli, sono diventati parte integrante di questo movimento. Basti pensare al cammino compiuto dalla nostra Cgil che appena 15 mesi fa, a Genova, era rappresentata solo dalla Fiom mentre a Firenze ha dato un contributo determinante sia ai lavori del Forum che alla grande manifestazione per la pace del 9 novembre. Permangono posizioni diverse rispetto alle scelte da compiere ma dentro al Forum si sta lavorando per definire una Carta del Lavoro, destinata ad integrare quella Carta dei Diritti di Nizza che molte forze politiche europee non hanno nessuna voglia di inserire a tutto tondo nella nuova costituzione.
La cultura neo-liberista si esercita anche contro i servizi sociali attraverso il mancato finanziamento del ‘Welfare State’, tagliandone pesantemente le prestazioni (assistenza, sanità, educazione, prevenzione del disagio etc.) e determinando così un costante incremento delle fasce di povertà e di emarginazione. Cresce così il popolo dei ‘senza diritti’, milioni di persone che, anche nella ‘ricca’ Europa, vivono sotto la soglia di povertà, costretti ogni giorno a inventarsi l’esistenza, in assenza di una casa, di un lavoro, di un pasto assicurato. Il loro destino si incrocia sempre di più con quello di decine di milioni di migranti sottoposti a condizioni di brutale sfruttamento spesso supportato da legislazioni nazionali ciniche e schiaviste (v. la ‘nostra’ Bossi-Fini). Il Forum ha affermato con molta chiarezza che non può esserci libertà e giustizia se non a partire da queste persone, da questo esercito di milioni di senza diritti. Sono loro il metro di misura della qualità di una legislazione sociale e se non vi sono risorse e attenzioni per loro possiamo affermare senz’altro che non ve n’è per nessuno. Per sottolineare questo aspetto il Forum Europeo ha deciso che il prossimo appuntamento plenario del 2003 abbia luogo a Parigi (dove è nato il movimento dei sans papier) e che vi sia garantita un’attiva ed estesa partecipazione dei ‘senza diritti’.

DEMOCRAZIA E PARTECIPAZIONE.
La democrazia rappresentativa è malata come dimostra chiaramente il livello di disaffezione per la politica e il costante calo dei votanti in tutte le ultime elezioni continentali. Le ragioni di questo impressionante fenomeno sono molteplici ma possiamo ricondurle a due: 1) la perdita di peso e di capacità decisionale delle istituzioni politiche a vantaggio del potere economico; 2) la sempre minore capacità di rappresentanza degli interessi in quanto i partiti, nell’era del neo-liberismo, tendono a convergere in una sorta di pensiero unico offuscando e mettendo in ombra i loro presupposti originari, fino a confondersi nella percezione collettiva in un indistinto calderone. Non c’è bisogno di dire che questo penalizza in maniera particolare l’elettorato di sinistra che infatti è quello che manifesta in questo periodo il più forte disagio.
Da diversi anni il movimento contro il neo-liberismo ha indicato una strada per uscire dalle secche della rassegnazione e della mediocrità amministrativa. “Pensare globalmente, agire localmente” non è solo uno slogan fortunato ma anche una ben precisa impostazione di lavoro. Significa partire da una dimensione globale dei problemi senza lasciarla galleggiare nell’ambito dell’ideologia o dell’astrazione retorica ma costruendo una pratica locale conseguente con queste premesse; significa anche elaborare un metodo per far funzionare in pieno la democrazia a partire da un’assunzione di responsabilità di tutti i cittadini verso il proprio territorio. E’ questa l’esperienza del ‘bilancio partecipativo’ a Porto Alegre ed è questa anche l’indicazione fornita dalla Carta dei Nuovi Municipi elaborata proprio a Firenze dai professori Paba e Magnaghi (Dipartimento di Urbanistica della Facoltà di Architettura) con l’intento di fornire una cornice metodologica alle varie esperienze partecipative in atto a livello internazionale, con particolare riguardo alla progettazione urbanistica. Anche questa materia vede una completa ‘deregulation’ poichè le città vengono ormai ridisegnate dai ‘poteri forti’ in deroga alla pianificazione e con le amministrazioni locali, sprovviste di risorse, costrette a contrattare le concessioni edilizie per spuntare ai privati quei servizi che non sono in grado di realizzare autonomamente. L’urbanistica partecipata prevede di invertire la tendenza invitando tutti i soggetti sociali alla pr

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