26 settembre 2018

E se sulle armi italiane Ghedafi avesse ragione?

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Nel delirante discorso di ieri Gheddafi ha detto che nella rivolta libica vengono usate armi italiane. Sdegno da parte del governo di Roma con Berlusconi e Frattini che si affrettano a definire assurda questa affermazione. Però… però lo scellerato trattato di amicizia italo-libica prevede una parte di scambio commerciale anche di armi. E’ quindi possibile che il regime dittatoriale sostenuto da Berlusconi & Co. stia usando proprio armi italiane per reprimere nel sangue la rivolta popolare di chi vuole abbattere il tiranno. Ecco l’analisi di di Daniele Martini pubblicata sul Fatto Quotidiano di oggi.

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Petrolio, gas e appalti in cambio di armi. Li abbiamo forniti anche noi a Muammar Gheddafi gli elicotteri, i missili, gli aerei, le bombe, con cui il raìs massacra il suo popolo. Noi italiani che in fatto di produzione bellica ci piazziamo bene, nel gruppo di testa delle classifiche mondiali e quando si tratta di esportare, non andiamo troppo per il sottile nella scelta dei partner, senza badare se si tratta di dittatori o capi di regimi dove le libertà sono sistematicamente represse. La Libia è un ottimo cliente, l’undicesimo maggior importatore di armi italiane e assorbe circa il 2 per cento delle esportazioni tricolori. In cambio abbiamo ottenuto materie prime, appunto e un occhio di riguardo per le grandi imprese pubbliche e private, dall’Eni alla Finmeccanica, dall’Impregilo all’Anas.

Commenta Maurizio Simoncelli, vicepresidente dell’Archivio disarmo, istituto di ricerche internazionali sull’industria bellica: “Solo ora si scopre che il governo libico è illiberale, come del resto quelli di altri paesi nordafricani.

MA PER ANNI l’Italia ha appoggiato questi regimi e in particolare la Libia, fornendo armi, opportunamente distraendosi sui temi fondamentali del rispetto dei diritti umani e delle elementari libertà civili”. Dopo una leggera flessione tra il 2005 e il 2007, nel 2008 le spese libiche per gli armamenti hanno ripreso a crescere, fino a toccare la ragguardevole cifra di 1,1 miliardi di dollari mentre le industrie italiane approfittavano abbondantemente dell’infatuazione bellica del rais riempiendolo di armi.

Secondo i Rapporti della Presidenza del Consiglio dei ministri sui lineamenti di politica del governo in materia di esportazione, importazione e transito di armamenti, il valore delle esportazioni di armi italiane alla Libia è in costante aumento. Le autorizzazioni per il 2009 sono state di 111,8 milioni di euro, con un incremento di circa il 20 per cento rispetto al 2008. E anche nel 2010 ci sono state vendite massicce. Una delle ultime forniture, per esempio, ha riguardato 3 motovedette della classe “Bigliani”, inviate in aggiunta ad altre 3 già fornite nel maggio 2009 in base al Trattato di Bengasi, firmato nell’agosto dell’anno precedente tra Silvio Berlusconi e Gheddafi, uno dei primi atti di politica estera della maggioranza di centrodestra vittoriosa alle elezioni della primavera precedente. Con una di quelle imbarcazioni, 7 mesi fa fu mitragliato nel golfo della Sirte il peschereccio italiano Ariete . Tra i principali fornitori di armi alla Libia c’è Finmeccanica, il grande gruppo italiano guidato da Piefrancesco Guarguaglini, partecipato al 2 per cento dalla Libia e specializzato in armamenti.

MA CI SONO ANCHE industrie piccole e semisconosciute, come la Itas di La Spezia che secondo una nota del Servizio studi del dipartimento Affari esteri della Camera cura il controllo tecnico e la manutenzione dei missili Otomat, venduti dall’Italia al governo di Tripoli fin dagli anni Settanta del secolo passato. Due anni fa Finmeccanica ha firmato con la Lia (Lybian Investment Authority) e con la Lap (Libya Africa Investment Portfolio) un Memorandum of understanding per la promozione di “attività di cooperazione strategica”. Nello stesso periodo, un’altra società del gruppo Finmeccannica, la Selex guidata da Marina Grossi, moglie di Guarguaglini – al centro di indagini della magistratura italiana nei mesi passati – ha siglato con il colonnello di Tripoli un accordo del valore di 300 milioni di euro per la realizzazione di un grande sistema di protezione e sicurezza.

Tra il 2006 e il 2009 la Agusta-Westland, sempre della Fin-meccanica, ha venduta 10 elicotteri AW109E Power a Gheddafi (valore 80 milioni di euro), più altri 20 velivoli tra cui alcuni AW119K. Finmeccanica fornisce anche l’addestramento degli equipaggi e la manutenzione dei mezzi tramite una joint venture con la Lybian company for aviation industry. La Alenia Aeronautica, sempre Finmeccanica, fornisce aerei Atr-42 Surveyor per il pattugliamento.

0 Comments

  1. luisa

    Non è un mistero che anche la Fiat è poco interessata alle auto perchè il mercato delle armi che produce è molto più numerativo con molti guadagni e poche perdite oltre naturalmente alle altre aziende italiane che fanno affari in questo settore, ma non a caso i migliori amici del premier sono proprio i regimi che ricorrono più volentieri all’uso della forza anzichè alla mediazioneper risolvere i conflitti e quanto sta accadendo in Libia o poco prima in Egitto lo dimostra.

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