E le donne palestinesi videro le onde del mare

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di Rachel Shabi, da The Guardian tramite il Fatto Quotidiano

Inizia presto la giornata in una stazione di servizio a Gerusalemme. Il traffico è già intenso. Le 15 donne israeliane sono un po’ tese e non c’è da meravigliarsi: stanno per violare la legge e anche uno dei tabù del Paese. Hanno intenzione di raggiungere in auto i territori occupati della Cisgiordania, prendere a bordo alcune donne e alcuni bambini palestinesi e portarli per un giorno a Tel Aviv.
Quello di oggi è il secondo viaggio del genere (un altro gruppo di donne ha realizzato un’analoga iniziativa pubblica il mese scorso). Lo scopo di questa azione dimostrativa è far capire alla gente quanto assurde siano le leggi che disciplinano gli spostamenti dei palestinesi e dimostrare che sono infondati i timori degli israeliani di recarsi in Cisgiordania. Riki è una sessantatreenne di Tel Aviv che, al pari delle altre donne, non ha voluto fornire il suo cognome. Dice che ci ha messo del tempo per decidersi a far parte del gruppo. “Resistevo all’idea di violare la legge. Ma poi ho capito che le azioni civili pacifiche sono il solo modo per fare qualche passo avanti e che, quindi,violare una legge illegale è perfettamente legittimo”. Il convoglio delle autovetture si mette in marcia oltrepassando i posti di blocco nei paraggi di Hebron. Dozzine di donne palestinesi prendono posto sulle diverse vetture. Due giovani palestinesi salgono in auto, si tolgono lo hijab, i fazzoletti e i lunghi cappotti e rimangono in jeans aderenti e capelli sciolti al vento, un look che consente loro di passare il posto di blocco dei coloni israeliani senza subire alcun controllo. “Ho paura dei soldati”, dice nervosamente la ventunenne Sara. Ma sia lei che la diciannovenne Sahar tirano un sospirodisollievoquandol’auto passa indisturbata dinanzi al posto di blocco. Dalla borsa tirano fuori numerosi cd e si mettono ad ascoltare musica dabke araba a tutto volume mentre l’auto percorre la strada che porta a Tel Aviv. “Ai soldati dei posti di blocco non verrebbe mai in mente che delle donne israeliane possano fare una cosa del genere”, dice Irit.
A Tel Aviv le donne palestinesi guardano in silenzio gli alti edifici e i caffè all’aperto e sembrano particolarmente colpite dalla moltitudine di motociclette e motorini che sciamano per le vie della città. “Mi piacerebbe andare in motocicletta”, dice Sara indicando una donna in pantaloncini corti seduta sul sellino posteriore di una moto. Molte non sono mai state al mare. Finalmente arrivano a Jaffa e lì le palestinesi rimangono a bocca aperta nel vedere le onde che si infrangono sulle rocce bianche. “È molto più bello di quanto pensassi”, dice Nawal … Mostra tutto mentre osserva la figlia di sette anni che si ritrae per non essere colpita dagli spruzzi delle onde. “È più bello di quando lo vedo in televisione: il colore è sbalorditivo”. Fatima, 24 anni, guarda l’orizzonte. “Non credevo che il rumore del mare potesse essere così rilassante”, dice. Sara chiede un foglio di carta, con destrezza costruisce una barchetta, ci scrive sopra il suo nome e la lascia andare in mare. “Per essere ricordata”, commenta. Tutti i palestinesi per entrare nello Stato di Israele hanno bisogno di un permesso e per chi viola la legge è previsto anche il carcere. Inoltre la legge vieta agli israeliani di aiutare i palestinesi a varcare illegalmente la Linea Verde. Anche chi viola questa legge rischia il carcere. Pochi mesi fa Ilana Hammerman, una giornalista israeliana, ha raccontato sul giornale Haaretz la sua gita a Tel Aviv in compagnia di alcune donne palestinesi della Cisgiordania. È stata immediatamente indagata, ma il suo articolo è stato di ispirazioneper un gruppo di donne che ora fanno la stessa cosa con l’intenzione di farlo poi sapere pubblicando un annuncio a pagamento sul giornale. “Vogliamo che un crescente numero di israeliani capisca che non c’è nulla da temere. Vogliamo che la gente cominci a rifiutare l’ideologia che ci tiene separati e che cominci a rifiutare l’idea che siamo nemici”, dice Esti.
Prima del 1991 i palestinesi della Striscia di Gaza e della Cisgiordania potevano circolare liberamente e il divieto di entrare nel territorio di Israele era una eccezione. Poi Israele ha introdotto l’obbligatorietà di un permesso per cui i palestinesi non possono recarsi in Israele senza una autorizzazione rilasciata dall’amministrazione civile israeliana insediata in Cisgiordania con decreto militare. Tra i palestinesi della Cisgiordania in possesso del permesso ci sono i lavoratori che debbono avere più di 35 anni e devono essere sposati, le persone bisognose di cure ospedaliere,gli studenti sia pure con delle limitazioni e gli anziani che si mettono in viaggio per motivi religiosi. Il permesso viene anche concesso ad alcuni commercianti e vip. Gisha, il “Centro legale per la libera di circolazione delle persone”, stima che l’1% circa dei palestinesi sia in possesso del permesso di entrare in Israele. Circa 24.000 lavoratori palestinesi possono entrare in Israele dalla Cisgiordania. Dalla Striscia di Gaza l’ingresso nel territorio israeliano è un fatto assolutamente eccezionale e il permesso viene concesso per lo più per ragioni mediche o umanitarie.

Copyright The Guardian; traduzione di Carlo Antonio Biscotto

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