12 dicembre 2018

Due Sicilie sostenibili (bis)

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Cosa ci facevano dei pacchi di pasta in bella mostra all’ingresso di Terra Futura, la manifestazione sugli stili di vita sostenibili che si è svolta non molto tempo fa alla Fortezza da Basso di Firenze? Bastava leggere l’etichetta per capire che non erano spaghetti qualunque; era la pasta di Libera Terra, prodotta in Sicilia dalle cooperative che gestiscono le terre confiscate a Cosa Nostra. Un lavoro doppiamente importante: perché restituisce alla società beni e ricchezze prima appannaggio della mafia; e perché lo fa attraverso associazioni e cooperative sociali che danno lavoro a persone in difficoltà. è così che un semplice pacco di pasta diventa un simbolo. Abbiamo voluto capire più a fondo la situazione: come funziona la confisca dei beni? Da quant’è che ci sono queste cooperative, e cosa fanno esattamente? Com’è la situazione in Toscana, anche qui ci sono beni confiscati?
Tutto è cominciato nel 1996, con un milione di firme raccolte da Libera e “depositate” fra le braccia dell’allora presidente della Camera, Irene Pivetti, che rischiò di soccombere sotto quella quintalata di fogli. Firme che hanno portato all’approvazione in Parlamento della legge 109/96: un cambiamento pressoché totale della normativa sulla confisca dei beni. Basti pensare che con la legge precedente, dal 1982 al 1996 erano stati confiscati e assegnati per riutilizzo solo 34 beni, mentre nei primi anni di applicazione della 109, dal ’96 al 2003, i beni assegnati sono stati oltre duemila. In totale, secondo i dati dell’ex Commissario straordinario del Governo per i beni confiscati (un ufficio ora riassorbito nel Demanio), a fine 2003 i beni confiscati erano, tra immobili, mobili e aziende, 9.392, dei quali 3.719 in Sicilia. La confisca dei beni entra in gioco quando un mafioso viene condannato a seguito di un processo. Allora beni mobili e aziende vengono trasformati in denaro contante e versati in un fondo statale (fondo prefettizio), mentre case, terreni e altri beni immobili vengono destinati a uso sociale: o rimangono allo Stato, diventando ad esempio edifici per la protezione civile o la giustizia, oppure vengono trasferiti ai Comuni, che a loro volta possono decidere se amministrarli direttamente oppure assegnarli gratuitamente ad associazioni di volontariato, comunità, centri di recupero per tossicodipendenti, cooperative sociali.
Molte delle associazioni e cooperative che si riconoscono in Libera – una rete di oltre 2.000 organizzazioni non profit, nazionali e locali, presieduta da don Luigi Ciotti – hanno utilizzato proprio questo meccanismo. Un esempio è la cooperativa Placido Rizzotto, che gestisce beni e terreni nella zona di Portella della Ginestra, un altro è la cooperativa Lavoro e non solo, attiva a Canicattì e a Corleone, sempre nel palermitano. Anche i Comuni in certi casi si sono attivati, consorziandosi tra loro per gestire in modo più coerente i beni confiscati.
Anche in Toscana ci sono diversi beni confiscati, alcuni affidati ad organizzazioni non profit. Secondo i dati di Libera Toscana, sono una decina le organizzazioni che gestiscono beni confiscati, ma ci sono ancora più di 20 beni che non sono stati assegnati a nessuno. Una delle realtà più significative è nel comune di Massa e Cozzile, in Valdinievole, con una comunità di recupero che ha come sede un edificio appartenuto al clan camorristico dei Nuvoletta: prima era un centro in cui veniva raffinata e distribuita eroina, ora ospita ragazzi impegnati in programmi di recupero.
Come si può aiutare Libera? Innanzi tutto acquistando i prodotti: pasta, olio, vino, legumi, passata di pomodoro e altro ancora sono commercializzati dalla Coop, ma solo in alcuni periodi, mentre si possono trovare in alcune Botteghe del mondo e presso alcune associazioni, come la Bottega del Sole e la cooperativa Macramè a Campi Bisenzio. Altre possibilità sono i gruppi d’acquisto, le parrocchie, le case del popolo.
Per informazioni e ordini: pascucci@arci.it.

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