13 dicembre 2018

Dove andrà il movimento per la pace?

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Non so, non sappiamo se quando questo articolo arriverà davanti a vostri occhi la guerra in Iraq sarà in corso o saremo riusciti a fermarla o almeno a rallentarla ancora.
Proverò a trarre un bilancio ed insieme, come spesso accade, un richiamo alle prospettive di questo movimento globale contro la guerra, così grande e così nuovo. Non è facile, forse proprio anche per la sua imponenza ed originalità, rispetto ai pur consistenti movimenti pacifisti degli anni Ottanta (da Comiso in poi, almeno sino al 1985) e, con minore definizione ed efficacia, degli anni Novanta (Guerra del Golfo, Jugoslavia e poi Kossovo). Proverò comunque ad evidenziare alcune caratteristiche portanti, a mio parere, dell’attuale movimento pacifista.
Per la prima volta la lotta per la pace e contro la guerra appare integrata e interconnessa con le lotte e i programmi per un’economia di giustizia, per la riconversione ecologica della produzione e dei consumi, per la democrazia ed i diritti sociali e politici. La violenza diretta, la guerra d’aggressione viene finalmente vincolata alle violenze strutturali e culturali del sistema-mondo nel suo insieme. La violenza è colta come fondamento del nostro vivere quotidiano normale, anche quando essa non si estrinseca in forme di guerra guerreggiata.
Per la prima volta il rifiuto della guerra, senza se e senza ma, viene lanciato chiaro sia dalla Chiesa che dalle organizzazioni d’opposizione, andando a tracciare la nuova delimitazione tra culture della ‘destra’ e della ‘sinistra’ in Italia: l’antimilitarismo radicale, il rifiuto integrale della guerra quale modo di ‘affrontare’ e ‘risolvere’ i conflitti appare quale essenziale novità ‘epistemologica’ di questo movimento.
Per la prima volta l’azione nonviolenta, quale teoria-prassi, è assunta come patrimonio collettivo e generalizzabile da parte di tutto il movimento: per alcuni a partire da un’analisi di fase, per altri secondo riflessioni più strategiche, per tanti anche a partire da convincimenti più profondi e consapevoli, ma comunque è evidente la capacità di tenuta del movimento intero rispetto alla qualità non violenta del suo agire politico.
Le prospettive future del movimento pacifista sono tracciabili chiaramente in alcune direzioni. Paradossalmente, la guerra permanente di Bush pone le condizioni per un movimento permanente, non rivolto soltanto alle emergenze.
Allo scoppio della guerra sarà importante valorizzare ancor più la sensibilità ‘estetica’, la ‘bellezza’ del nostro agire in società, facendo attenzione ai contesti e alle relazioni, ironia e creatività nella apertura e gestione dei conflitti, costruzione di nuovi consensi.

Il movimento pacifista dovrà essere capace di condurre più persone possibile dalla semplice e fondamentale espressione di protesta e dissenso come l’esposizione di bandiere dai balconi, la partecipazione ai cortei… a forme di pressione più forti ed incisive dalla “non collaborazione attiva” fra cui i boicottaggi, l’obiezione alle spese militari, le obiezioni professionali per arrivare alla “disobbedienza civile” con le azioni dirette, i blocchi, le occupazioni simboliche… e anche riuscire ad allargare il ragionamento e la lotta su questioni più strutturali e di sistema come ad esempio la produzione bellica, l’appartenenza alla Nato o il superamento dell’ONU.

di Enrico Euli,
Rete Lilliput

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