25 settembre 2018

Dossier OGM: Organismi geneticamente modificati, una barriera sottile fra scienza e business

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Gli organismi alimentari geneticamente modificati sono comparsi nel mondo scientifico circa quindici anni fa. La prospettiva di ottenere piante più forti e rigogliose, maggiormente adatte alla crescita della produzione agricola e all’alimentazione, ha immediatamente affascinato tanto i ricercatori quanto i produttori. La novità, fin dagli anni ’70, riguarda la scoperta dell’esistenza dei processi molecolari per cambiare porzioni di informazione genetica corrispondenti a geni, trasferibili da una specie all’altra. A proposito si parla di OGM, ovvero Organismo Geneticamente Modificato nel quale si è inserito un gene estraneo -a quell’individuo, a quella popolazione, a quella specie- per ottenere un organismo diverso, transgenico. Come è risaputo, i geni contenuti nel DNA sono alla base della sintesi delle proteine per cui, mediante la loro modificazione, é possibile ‘programmare’ la sintesi proteica al fine di far produrre una proteina particolare, da ‘sfruttare’ per scopi diversi. Nel caso dei vegetali transgenici il loro genoma può comprendere sia geni provenienti da altre piante, sia geni di origine animale o batterica. Inserendo dei geni, che interagiscono con altri geni, si possono attivare o disattivare porzioni dell’informazione genetica producendo anche sostanze non desiderate.
Innumerevoli sono i settori produttivi che traggono beneficio da questa tecnologia -di esclusiva pertinenza di alcune multinazionali- ma ciò che lascia maggiormente perplessi è la sua utilizzazione in agricoltura e per la produzione di derrate destinate all’alimentazione umana. A sostegno dell’introduzione degli OGM si prospettano i vantaggi che ne deriverebbero per il consumatore (si parla di alimenti arricchiti di principi curativi) o nella lotta agli insetti (con la riduzione dell’uso di pesticidi cancerogeni). Per i paesi in via di sviluppo i benefici consisterebbero nell’ottenere coltivazioni molto più produttive, in grado di vincere le condizioni avverse attraverso l’integrazione di vitamine, minerali e principi nutritivi (in Cina pare che l’80% degli alimenti già subisca questo tipo di trattamento).
La produzione agricola basata sui prodotti modificati è oggi notevolmente diffusa: secondo le statistiche esistenti si calcola che ben 30 milioni di ettari (circa il 75 per cento del totale è concentrato negli Stati Uniti) siano riservati a piante transgeniche. A questi vanno sommate le coltivazioni non censite in Cina, utente di punta delle nuove biotecnologie e particolarmente interessata ai vantaggi di un riso resistente ai parassiti. La maggior parte dei terreni convertiti pare sia coltivata con mais, soia, colza, tabacco e cotone modificati; in tali produzioni le manipolazioni genetiche riguardano quasi esclusivamente la resistenza agli insetti e a un particolare erbicida (commercializzato dalla stessa ditta che produce le sementi!). Il 99 per cento delle piante geneticamente modificate sono quindi interessate da questi due tipi di geni (più convenienti commercialmente per le multinazionali); quelle resistenti agli erbicidi a loro volta sono di tre diversi tipi (ciascun tipo prodotto da una differente impresa). La loro introduzione sui mercati internazionali è vista in maniera particolarmente controversa: a fronte di una massiccia campagna mondiale a favore degli ogm, accompagnata da un’aggressiva politica di ‘imposizione’ commerciale -perseguita dagli Stati Uniti in primis- si schiera una larga parte dell’opinione pubblica (soprattutto europea) se non visceralmente contraria, molto perplessa e restìa ad aprire il proprio consumo a prodotti dei quali non si conoscono ancora le conseguenze nel lungo periodo per la salute umana e per l’ambiente. La reale comprensione degli effetti negativi sulla nostra salute sarà infatti possibile con un’osservazione della durata di più di 10 anni.
Un principio giuridico sostenuto con forza negli USA, ed oggi fortemente criticato dall’Unione Europea, è il cosiddetto principio di equivalenza sostanziale: se una pianta transgenica – si sostiene- è sostanzialmente equivalente ad una già diffusa nell’ambiente, perché dovremmo preoccuparci? Questo è ormai un atteggiamento non più accettabile e sostituito dal principio precauzionale (un prodotto deve essere considerato pericoloso per ambiente e salute fino a quando non si dimostri che è sicuro, mentre fino ad oggi si accettava il concetto opposto). Si considerano quindi questi nuovi prodotti come potenzialmente a rischio e necessario oggetto di adeguata sperimentazione, in condizioni protette e controllate, prima della diffusione in agricoltura. Un problema molto sentito in Europa è quello della necessità di un’etichettatura dei prodotti geneticamente modificati: qualora essi vengano introdotti nell’alimentazione, è bene che il consumatore ne sia informato per poter operare una scelta consapevole, come è importante che tutti i passaggi precedenti e le sperimentazioni siano resi trasparenti e pubblici. Nel 2002 è stata riscontrata la presenza di Ogm già in un terzo dei prodotti analizzati in Francia, a base di granturco e soia (fonte: Agence France Presse). Tra i ricercatori, tra i biologi molecolari come tra gli ecologisti e gli ambientalisti, il principio di precauzione è ormai radicato. Attualmente gli scienziati europei sono orientati al perfezionamento di metodi di rintracciabilità degli OGM nella filiera alimentare -dal laboratorio al campo, alla tavola- ed alla ricerca degli effetti sul genoma dei componenti degli alimenti. Quando su una cellula in coltura sarà possibile vedere tutto il ventaglio dei geni stimolati da un componente dell’alimentazione, allora si potranno conoscere effetti non ancora valutati. In Europa l’esperienza sull’encefalopatia spongiforme bovina (morbo della mucca pazza) ha messo in luce la necessità di un controllo della filiera e di una certificazione di ogni suo passaggio. Senza questo controllo è impossibile sapere cosa succede ed è interesse del consumatore non tanto l’analisi con i metodi attuali del prodotto finale quanto la verifica puntuale lungo tutto il tracciato della produzione. Purtroppo spesso accade che a livello finale o non c’è più il materiale da analizzare, oppure le trasformazioni l’hanno alterato. L’Europa ha sottoscritto la Convenzione sulla Biodiversità, che prevede il principio di precauzione; negli USA il principio di precauzione non esiste, tant’è che non hanno firmato la Convenzione sulla Biodiversità del ’92, nata tra le altre al summit di Rio. Tuttavia, in base alle regole del commercio mondiale stabilite con la WTO, e nonostante il principio di precauzione, in Europa importiamo soia e mais, prodotti transgenici forniti dagli USA. Fino al ’96 c’era una certa resistenza, poi abbiamo accettato l’importazione di derrate miste di prodotto transgenico mescolato con il prodotto naturale. Da allora molti prodotti, fra cui i mangimi per animali e una parte degli alimenti industriali che contengono ad esempio lecitina di soia, amido di mais ecc., sono ottenuti con importazioni transgeniche. Siamo tutti inconsapevolmente sottoposti ad un esperimento di massa, senza peraltro averne capito i vantaggi. Per quel che riguarda gli effetti sull’uomo, dieci anni d’uso di soia e mais transgenici non hanno portato certezze e sufficienti elementi di previsione sulle conseguenze nel lungo periodo: ci si preoccupa che l’introduzione di nuove molecole possa avere a lunga scadenza -come è già successo- effetti tossici o di tipo allergico non facilmente arginabili.
Un altro punto nodale della polemica sulla diffusione indiscriminata degli ogm è quello dell’impatto sull’ambiente e soprattutto sulla biodiversità: Il pericolo può riguardare l’espansione sul territorio di monocolture, varietà forti e resistenti che prendono il sopravvento sulle altre piante. A proposito basti ricordare che già oggi in Italia il mais del nord è contaminato (fuori legge) -dati ufficiali della Regione Veneto- nella misura di 7 campioni su 100. L’origine del fenomeno è controversa: molto probabilmente si tratta di un ‘regalo’ delle multinazionali di semi transgenici, in contrasto con le norme vigenti. Senza biodiversità si va incontro ad un processo di desertificazione: la biodiversità consiste sia nella coesistenza di specie differenti in diversi ecosistemi, sia nell’insieme di diverse caratteristiche genetiche all’interno di una intera popolazione, dove ogni individuo è diverso da qualsiasi altro. L’importanza di questo tipo di biodiversità si manifesta particolarmente quando c’è un fattore patogeno, un virus o un batterio. In questo caso una parte della popolazione andrà incontro alla malattia, mentre un’altra parte sarà in grado di difendersi. Se non ci fosse biodiversità, se tutti fossimo uguali, in caso di malattia si rischierebbe la morte di ognuno. O si sopravviverebbe tutti, oppure si morirebbe in massa. Il passaggio da settanta a sette specie di grano o di mais o di orzo è sintomatico del processo ormai in atto contro questa biodiversità: il desiderio di produrre di più si scontra con l’esigenza di una vera qualità della produzione, che ha direttamente a che fare con la stessa qualità della vita. E’ allarmante la facilità con cui possono propagarsi orizzontalmente i geni: geni nuovi che da alcune piante si trasferiscono spontaneamente (attraverso meccanismi non ancora del tutto noti) anche a specie affini, provocando mutazioni non previste in grado di causare danni ambientali irreversibili. Il pericolo biologico è infatti diverso dal pericolo chimico: il rischio chimico consiste nell’immissione nell’ambiente di una molecola che potrà venire distrutta o meno, mentre la diffusione di un organismo biologico può causare un effetto moltiplicativo spettacolare e definitivo. Sono preoccupanti per l’ambiente anche le variazioni della popolazione microbica, riscontrate nel terreno dopo l’introduzione di organismi modificati. E’ accaduto che tossine antinsetto, introdotte in una pianta, siano poi rimaste a lungo nell’ambiente. Per capire meglio portiamo il caso di un batterio, il Bacillus Thuringiensis, usato da decenni in agricoltura come insetticida biologico. Questo batterio, se distribuito come insetticida sulle piante nell’uso tradizionale, si decompone e sparisce abbastanza rapidamente; se viceversa si introduce la tossina dello stesso batterio nella pianta, per renderla resistente agli insetti, essa persiste molto più a lungo nel terreno e nell’ambiente e può essere trasmessa ad altri organismi, con possibili rischi che non siamo ancora in grado di prevedere. Non è che a priori qualsiasi manipolazione genetica debba essere considerata inaccettabile; il problema è quanto tali interventi osservino principi etici, di sicurezza per la salute dell’uomo, di sicurezza per l’ambiente, di rispetto dei popoli e dei loro valori.

L’ABERRAZIONE DEI BREVETTI E DELLA BIOPIRATERIA

Negli Stati Uniti la biopirateria è pratica diffusa da anni. La brevettabilità genetica esiste infatti dagli anni ’80 e da allora in giro per il mondo i ricercatori americani stanno rapinando geni di piante, di animali ed anche umani. Solo l’anno scorso un’unica ditta americana ha richiesto 6500 brevetti per geni umani. Su Internet si parla di un signore di Limone del Garda, i cui geni sono stati brevettati negli USA, in possesso di un gene che dà resistenza ad un alto tasso di colesterolo e gli evita il rischio di malattie cardio-circolatorie. Questo interessante gene appartiene a lui e, per esteso, all’umanità. Invece no. Questo gene appartiene alla ditta che lo ha brevettato. Ci sono ormai moltissimi casi di questo tipo, come quello delle cellule estorte ad una indigena dell’Amazzonia e poi brevettate. In seguito alla scoperta, gli indios hanno protestato con una lettera al presidente USA affermando che mai avrebbero immaginato che parti del corpo umano potessero cambiare proprietà, senza neppure che il diretto interessato ne fosse informato. Ma l’Amazzonia rappresenta oggi una ghiotta miniera genetica da saccheggiare, soprattutto per quel che concerne il mondo vegetale.
La biopirateria non riguarda infatti solo l’uomo, ma anche e soprattutto il settore agroalimentare. In questo campo il brevetto ha permesso di rapinare geni di piante in varie parti del pianeta e di privatizzarle. In India, nei primi anni ’90, ricercatori americani hanno scoperto l’utilizzo millenario -in medicina umana ed in agricoltura- dei prodotti derivati da un albero, il nih. Questa scoperta, che appartiene alla storia ed alla cultura del popolo indiano, viene da sempre messa a disposizione di tutti i popoli dell’area, senza che mai nessuno chieda i diritti d’autore per l’India. Invece le multinazionali americane prelevano i geni di questi prodotti e li brevettano in America, come è successo per il riso indiano basmati. Così viene privatizzato qualcosa che appartiene alla natura e al patrimonio culturale di un popolo, qualcosa che per secoli è stato gratuitamente a disposizione di tutti.
La brevettabilità rappresenta una aberrazione paradossale poiché si attribuisce inverosimilmente all’uomo la creazione di quella pianta, di quel gene o di quell’animale. Un’aberrazione che ha conseguenze etiche ed economiche enormi perché porta alla privatizzazione della vita da parte di un pugno di multinazionali, a spese delle risorse genetiche del pianeta.

BOX:
La legge svizzera sulla Responsabilità Civile dei produttori di OGM

In Svizzera la normativa sulla responsabilità civile per i produttori di Ogm è stata concepita in modo da tutelare veramente gli agricoltori che hanno subito danni derivati dall’utilizzo di un organismo geneticamente modificato. Infatti, mentre la richiesta di risarcimento danni deve essere presentata entro 3 anni dalla loro scoperta, il termine di prescrizione del reato è stato spostato a 30 anni, dato che le modifiche genetiche cagionate dagli OGM ad altre piante o altri organismi possono manifestarsi soltanto dopo diversi anni. Il produttore è inoltre responsabile anche delle perdite finanziarie subite da un agricoltore in seguito all’impollinazione accidentale delle sue piante con polline geneticamente modificato.

[Silvia Orso]

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