Dossier Rifiuti. Separati in casa. Il rebus della raccolta differenziata e le sue soluzioni.

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di Alberto Fiorillo

Si fa presto a dire plastica. Almeno finché non si spalanca davanti, interrogativa, la bocca della pattumiera. Delle bottiglie dell’acqua o del flacone dello shampoo è ormai scontata la destinazione finale. Ma il pupazzetto rotto? Dove si butta? Nel raccoglitore della differenziata? No. E la bacinella? Nemmeno. Piatti e posate monouso? Per carità. Il barattolo della colla? Ma mi faccia il piacere… Inutile obiettare che si tratta sempre dello stesso materiale: il cassonetto della plastica, quasi in ogni città, ci respingerà schifato, vietandoci di mettere dentro questo e quell’altro ancora. E come si affrontano i prodotti eterogenei, tipo il pacchetto di sigarette? Sezionandoli: la scatola nella carta, il cellophane nella plastica, il mozzicone nell’indifferenziato, la stagnola con le lattine. Bene, allora sarà più semplice sbarazzarsi degli escrementi degli animali domestici. Dài, lo sanno tutti che lo sterco è organico. Quindi va nel bidone del compost insieme agli avanzi di cucina, così la pupù di Fuffy verrà trasformata in un bel concime naturale. A Trento o a Salerno funziona così, ma non a Roma, dove feci di cani e gatti sono considerate a rischio perché potrebbero contenere germi e batteri. E c’è pure chi, come a Nuoro, è invitato a valutare le dimensioni (dell’animale, non di quanta ne ha fatta): se è un canarino passi, le sue chiccole si mescolano senza difficoltà col resto, se è un pastore tedesco non se ne parla.

Il problema è che la differenziata, dove si fa, impone di dar retta a tutte le campane. Ogni municipio ha le sue regole, le sue “Tavole di Mendeleev”, il lungo elenco di elementi riciclabili e non, le sue prescrizioni che assegnano una precisa collocazione al chilo e mezzo di immondizia prodotta quotidianamente da ogni italiano (oltre mezza tonnellata l’anno). Cambiando città, cambiano gli articoli che si possono separare dagli scarti destinati alla discarica o all’inceneritore, i sistemi di raccolta (domiciliare o stradale, con cassonetti mono o multimateriale), sono diversi persino i colori: per la carta, Brescia o Messina usano il bianco, mentre Bologna o Bari preferiscono l’azzurro. Inoltre non aiuta avere cognizione del ciclo di vita di un prodotto. Per dire: i tappi di sughero possono essere rimessi in circolazione sotto forma di pannelli per isolamento. L’unico scoglio sta nel trovare la cantina che collabora con gli enti locali di una delle cinque regioni (Piemonte, Lombardia, Trentino-Alto Adige, Veneto ed Emilia-Romagna) dove sperimentalmente hanno da poco iniziato a ritirarli. Né è sufficiente conoscere la direttiva europea che impone, dal 2008, di smaltire separatamente le apparecchiature elettriche ed elettroniche, un concentrato di sostanze non biodegradabili e dannose per l’ambiente.

I negozianti dovrebbero riprendersi radio guaste e monitor scassati, ma sono costretti a farlo solo quando si acquista un altro prodotto. L’alternativa è portarli all’isola ecologica, i centri dove consegnare rifiuti ingombranti, speciali o pericolosi come le batterie dell’auto. A patto che il nostro comune ce l’abbia. Altrimenti sarà difficile essere ecologically correct con il tecnopattume.

C’è, insomma, un perfetto federalismo spazzatura: ogni sindaco progetta il servizio come meglio crede. Talvolta, però, le scelte locali sono frutto della disorganizzazione piuttosto che di una peculiare organizzazione. Genova, ad esempio, riprende il tetrapak del latte e dei succhi di frutta insieme alla carta. Nella stessa regione, gli abitanti degli altri capoluoghi liguri hanno l’obbligo di infilarlo nell’indifferenziato, ma solo perché l’amministrazione comunale non ha ancora attivato la raccolta ad hoc.

Un caso a parte è quello della plastica, trattata dalle istruzioni per il riuso delle varie città nei modi più disparati. Certo, i barattoli di colle, topicidi, disinfettanti contengono ingredienti potenzialmente nocivi e non possono essere riciclati (in genere sono marchiati con la lettera “T” o con la “F”). Detto questo, non sempre si salva tutto il salvabile: a Torino come a Lamezia Terme, le stoviglie usa e getta possono essere recuperate; nella maggior parte dei centri urbani, al contrario, sono considerate sporcizia e basta perché, dicono, contaminate dagli avanzi di cibo. Addirittura l’azienda capitolina delle nettezza urbana (l’Ama) avverte che mettere nel cassonetto della differenziata “piccole quantità di questi rifiuti potrebbe rendere tutto il resto non riciclabile”. Chi ha ragione?

In realtà piatti e posate di plastica (o anche le custodie di cd e dvd) potrebbero diventare materia prima per un pullover in pile o un cestino della spesa, seguendo lo stesso percorso delle bottiglie fabbricate generalmente a partire dallo stesso polimero (il polietilene o il Pet). Se questo non avviene, non è per motivi tecnici. Gli ostacoli, semmai, sono normativi ed economici. Le leggi comunitarie, infatti, impongono ai produttori di materie plastiche di contribuire alle spese per il corretto smaltimento dei soli imballaggi. Così le aziende pagano ai municipi un contributo per la raccolta differenziata della scatola delle uova o del flacone del bagnoschiuma, senza farsi carico dei costi del recupero di altri oggetti, come le stoviglie o la confezione del cd, che è considerata parte integrante del prodotto e non contenitore. Risultato: per molti Comuni diventa troppo oneroso riciclarli e preferiscono sotterrarli in discarica o impiegarli come Cdr (il combustibile derivato dai rifiuti) negli impianti che bruciano rifiuti per recuperare energia.

“La gestione locale del servizio” spiega Diego Cometto, direttore generale di Amiat, la municipalizzata dell’igiene urbana di Torino, “tende a creare disomogeneità”. C’è chi va bene (Torino tra le grandi città è quella che se la cava meglio, col 42 per cento di differenziata), c’è chi va male (Messina e Palermo sono sotto il 5). “Comunque” aggiunge l’ingegner Cometto “la regola d’oro dovrebbe essere quella di semplificare la vita ai cittadini. Non posso mica pretendere che uno abbia una laurea in chimica per riconoscere al volo i diversi polimeri: per molti è semplicemente plastica. Sarò io a dovermi preoccupare di smistare i vari materiali, per evitare che la differenziata diventi una seccatura”.

A Torino funziona così: i contenitori della plastica sono praticamente onnivori, poi un impianto separa gli imballaggi dal resto. “Ci vuole chiarezza” reclama Cometto “per far apprezzare l’importanza della separazione dei rifiuti per l’ambiente e la qualità urbana”. E la chiarezza impone che vengano sfatate alcune leggende metropolitane: è sicuramente opportuno lavare la bottiglia dell’olio o quella della passata prima di inserirle nel vetro, ma non perché gli avanzi inibiscano il riciclo. È una regola soprattutto igienica, per tenere puliti i cassonetti e le strade dove sono piazzati. Ed è per precauzione che alcuni amministratori scelgono di non compostare la cacca dei cani: si può fare, ma è meglio non correre rischi.
Per dissipare ogni dubbio, le città stampano depliant, allestiscono siti internet o, è successo a Bologna, ricorrono a un tutor che va in giro per le case a spiegare i segreti dell’immondizia. Nel 2007, quando c’era Prodi, anche la presidenza del Consiglio dei ministri ha prodotto un opuscolo su Come trasformare i rifiuti in risorse e l’ha ripubblicato alla fine del 2008, con Berlusconi premier. Peccato che la guida rifili qualche bidone: segnala che piatti e posate di plastica “sono utensili non riciclabili” così come le damigiane (quelle di vetro lo sono eccome) e che la differenziata è possibile solo per “i vestiti in fibre naturali come cotone, lino, canapa e lana che possono essere riposti nell’organico”, trascurando i tanti cassonetti che servono a rimettere in circolazione gli abiti usati.

“In ogni caso dovremmo preoccuparci più dei macromateriali che dei coriandoli” sottolinea Cometto. “Al nostro call center riceviamo oltre duecentomila telefonate l’anno e molti hanno dubbi sul fiammifero: va nel legno, nell’indifferenziato o nell’organico? Poi c’è qualcuno che compra la tv al plasma nuova e butta dove non dovrebbe tutto l’imballo: cartone, polistirolo e plastica. Basta avere la pazienza di portare il vecchio mobilio a un’isola ecologica, cosa che non tutti fanno, e questa azione, da sola, vale centinaia di migliaia di fiammiferi”.

Gli addetti ai lavori concordano tutti sull’utilità di lavorare, in prospettiva, su standard più uniformi in tutta Italia, a partire dal colore dei cassonetti.

Ma secondo Daniele Fortini, presidente di Federambiente (l’associazione delle municipalizzate dei rifiuti), ci sono prima altre due priorità: far decollare la raccolta differenziata in tutto il Paese, visto sono ancora molti i centri urbani con percentuali ridicole, e cambiare la mentalità dei cittadini. “Molti ragionano ancora così: separo i rifiuti se mi dai qualcosa in cambio, un incentivo economico, un bonus sulla bolletta” sottolinea Fortini. “Dovremmo invece passare da una logica premiale alle sanzioni per chi non differenzia (siano città o singoli), studiando un meccanismo analogo alla patente a punti. A chi non passa con il rosso, d’altronde, mica si dà la lode: ha solo fatto il suo dovere. È vero che il riciclaggio impone agli utenti di essere un po’ netturbini” conclude Fortini, “ma non è mica un lavoro in più: si fa la stessa fatica a buttare una cosa nel posto giusto piuttosto che in quello sbagliato”.

[Fonte Venerdì di Repubblica]

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