Diario di uno psichiatra

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1039 matti, duecento infermieri, il castello sul colle di S. Maria delle Grazie in provincia di Lucca dove Mario Tobino ambienta le vicende delle sue libere donne.
“Essere stati a Magliano”, scrive l’autore, significa “essere stati matti”.
Eccole le matte: la Oresta del Deo, “donnone di 120 chili che ruba il pane ed è sensibile ai complimenti”, la Panconi, baffuta quarantenne che dice che “quando vede suor Pia le vien voglia di strozzarla e per non farlo si mette e urlare e gesticolare”, la Marzi ricoverata perché voleva gettarsi nel pozzo, la Berlucchi depressa che, per i suoi sensi di colpa, si “gettava con la testa contro il muro per spaccarsela”, la Sbisà, giovane e graziosa con la tubercolosi, la Maresca che “si muove voluttuosamente sul sesso”, la Belaglia “bambina bellissima di diciassette anni”; e ancora: la signora Alfonsa, la Fratesi, la Campani e tante altre donne.
Nomi di fantasia per persone che Tobino ha incontrato realmente durante la sua esperienza di medico nei numerosi manicomi, italiani e stranieri, visitati. Creature che sono vittime e carnefici allo stesso tempo, ritratti dolorosi, storie di sofferenza narrate poeticamente e con infinito affetto.
“Ogni creatura umana ha la sua legge; se non la sappiamo distinguere chiniamo il capo invece di alzarlo nella superbia; è stolto crederci superiori perché una persona si muove percossa da leggi a noi ignote”.

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