Di notte

image_pdfimage_print

di Gabriele Polo
Ieri il manifesto non è arrivato nelle edicole di mezzo Piemonte. Capita: un ritardo in redazione, una rotativa che si inceppa, un motore di furgone che si fonde. Ma stavolta non è andata così. I nostri amici di Torino e dintorni non hanno potuto leggerci per uno schianto in autostrada. L’autista è grave in ospedale, sua moglie è morta, la loro bambina è illesa per miracolo. Avremmo preferito una rotativa rotta. Un incidente stradale è un fatto di routine, se non è troppo disastroso vale due righe su un giornale. Ma dietro a ogni notizia c’è sempre una storia. Quella dell’ecuadoregno che l’altra notte portava i pacchi del manifesto dalla tipografia di Treviglio al centro di smistamento di Monza è la storia degli invisibili. Di lui non sappiamo nemmeno il nome, sappiamo che di notte guida furgoni un po’ scassati di proprietà altrui. Che è uno «straniero» come tutti gli autotrasportatori di giornali, che – per un migliaio di euro al mese – strappa un lavoro al sistema di appalti e subappalti che governa la distribuzione dei giornali. Che di giorno insegue altri impieghi precari per arrotondare il suo reddito e che lunedì notte ha portato con sé la famiglia. Forse lo faceva sempre e le «regole» dicono che non va fatto. Ma in un simile mondo ha ancora un senso la parola «regole»?

Non è la prima volta che un autista di giornali si schianta su una strada e magari ci lascia la vita: i tempi stretti, le condizioni meteo, gli imprevisti del traffico sono sempre stati nemici terribili degli autisti. Negli ultimi anni si sono però aggiunti altri avversari, gli stessi comuni a tutto il mondo del lavoro. Un tempo era una vita dura ma ben pagata, oggi è durissima e pagata male; un tempo ci si associava in cooperative o si era dipendenti a tempo pieno di un’impresa con tutte le tutele sindacali del caso, oggi si lavora in appalto e senza diritti. Anche l’origine degli autisti è cambiata, pochissimi italiani, quasi solo immigrati dal mondo povero. Che si presentano al centro di distribuzione sperando di guadagnare un viaggio in più, su strade che spesso non conoscono, in orari difficili. Un vero mercato delle braccia che avviene ogni notte, un lavoro «a chiamata», simile a quello dei braccianti, che serve ad abbassare i costi. E a far morire gli invisibili.

Quando, al mattino, una persona va all’edicola per comperare il suo giornale a tutto questo non pensa, forse nemmeno lo sa. Ci pensiamo poco anche noi, che pure spesso scriviamo di come degrada il lavoro: non ci viene nemmeno in mente che a ogni ritardo di «chiusura» in redazione corrisponde un invisibile «chiamato» a fare quella corsa in più per porre rimedio alla nostra imperizia, recuperando il tempo perduto per portare il manifesto ai suoi lettori. Ma un giornale è il frutto di chi lo pensa, lo scrive, lo stampa e lo trasporta. Come tutte le merci «dietro» c’è tanto lavoro, ci sono tanti lavori. Più o meno belli, più o meno faticosi e pericolosi. Come quello del nostro invisibile amico ecuadoriano.

Oggi è l’ultimo giorno dell’anno, domani ne inizia un altro. Auguri a tutti noi.

http://www.ilmanifesto.it

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *