Devono andarsene, di Alberto Asor Rosa

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Due, tre giorni dopo il terremoto dell’ultima consultazione amministrativa, il Cavaliere era di nuovo in giro fra i potenti della terra a mostrare con l’ostentazione del suo immarcescibile sorriso (in verità sempre più macabro) e con le pacche distribuite sulle spalle di Biden e di Medvedev che nulla era cambiato, che si andava avanti senza neanche guardarsi intorno, che la forza era ancora dalla loro parte. L’incoronazione del figlio prediletto, Angiolino Alfano, a Segretario (!) del Pdl colorava d’una tinta decisamente comica i lineamenti di quello che vorrebbe forse essere un lento e magari contrattato declino (come per l’amico Gheddafi non è da escludere che si pensi a un’uscita di scena con salvacondotto giudiziario e conservazione integrale del patrimonio male acquisito).

Però così non va bene. Il paese non è in grado di reggere altri due anni all’attuale, catastrofica conduzione governativa, con annessi e connessi di natura giudiziaria, etico-politica, ecc. ecc. Dunque, all’ordine del giorno oggi c’è innanzitutto e sopra tutto il disarcionamento del cavaliere dal suo decrepito ronzino nei prossimi mesi; la stesura di una nuova legge elettorale che restituisca agli elettori la libertà di scelta nella composizione delle liste e dei candidati; e l’indizione di nuove elezioni che consentano di avere un Parlamento non più soggetto, come questo vergognosamente lo è, al ricatto del denaro e dei favoritismi. Questo è il minimo: alla delineazione delle alleanze e alla formazione del nuovo Governo si può pensare cammin facendo. Ma intanto si deve chiedere alle forze politiche antiberlusconiane che s’impegnino, con la inventività giuridica e la forza contrattuale che sono loro proprie, a realizzare questo programma minimo, elementare: ora questi devono andarsene. Uso il plurale perché sia chiaro che ad uscire di scena dev’essere non il solo B ma l’intera sua squadra. L’idea che la fine della legislatura sia garantita da un centro destra non guidato dal Cav ma da un altro nome della sua parte politica, magari con il Pd che si assume «una quota di responsabilità» (Massimo D’Alema), mi sembra aberrante e risolutamente volta a depotenziare fin dall’inizio il processo positivo ora cominciato.

Affinché la richiesta non appaia troppo sforzata o velleitaria, occorre un minimo pronunziarsi sulla natura e sui caratteri del terremoto che si è manifestato fra il 28 e il 30 maggio scorsi. Non v’è ombra di dubbio, mi pare, che il paese si sia spostato verso il centro-sinistra. Ma contemporaneamente il centro-sinistra si è spostato verso sinistra.

Questi sono i due dati inconfutabili da cui quel terremoto è stato contraddistinto: tacerli o metterli tra parentesi significherebbe fare un passo all’indietro. Ma c’è dell’altro. Perché quei due dati si rivelassero così chiaramente sono state necessarie tre condizioni. Innanzi tutto restituire il più possibile alla cittadinanza il diritto della scelta (primarie, ma non solo: associazionismo, recupero di molteplici individualità negate, valorizzazione delle professionalità, e così via): è su questa strada che si è verificato uno straordinario recupero di energie giovanili. In secondo luogo pescare i candidati tra le facce meno note in politica e più rispondenti alla natura della scelta popolare precedentemente indicata. In terzo luogo il pronto allineamento delle forze democratiche sulle due scelte suddette anche là dove esse non coincidevano o addirittura configgevano con i propri stretti interessi e convenienze di partito.

Se si andrà avanti per questa strada anche a livello nazionale, l’insostenibilità di un Governo che non corrisponde più al paese emergerà con evidenza sempre maggiore. Si è detto più volte nei mesi passati: bisogna aprire una fase costituente con tutte le forze politiche che ci stanno. La parola d’ordine, per quanto non resti priva di una sua pertinenza e utilità, è stata superata dagli eventi: ormai la fase costituente s’è aperta nel paese, a Milano, Torino, Trieste, Napoli, Mantova, Pavia, Novara, Arcore, Orbetello, determinando un’inversione di rotta negli orientamenti politici e, io direi, culturali del paese, che forse ha dei precedenti solo nelle elezioni regionali e politiche del 1975 e ’76. L’occasione non va perduta, anzi va praticata sino in fondo.

Quel che voglio dire è: siamo all’interno d’un solo, grande, entusiasmante processo. E perciò: i quattro referendum del 12-13 giugno, forse per una scelta imprevista della Provvidenza («La c’è, la c’è…!»), non sono stati fatti cadere nei medesimi giorni del voto amministrativo. Oggi, infatti, se è più difficile raggiungerne il quorum, il loro significato a posteriori è aumentato a dismisura. Essi rappresentano per se stessi delle buone cause, da condurre in porto senza esitazioni. Ma quanto è già avvenuto nel voto amministrativo li carica d’un signi- ficato ancora maggiore, e non parlo soltanto di quello che, una volta approvato, rappresenterebbe un altro sonoro invito al Cavaliere a scendere di sella e ad avviarsi finalmente, senza più oscene resistenze, verso le porte dei Tribunali che lo aspettano spalancate. Nel nucleare e nell’acqua sono esemplarmente radicate due delle fondamentali pretese della specie di una buona sopravvivenza umana. Dunque, democrazia e scelte di sopravvivenza e di destino tornano, come nei momenti migliori, ad avvicinarsi. Lo dicevamo anche la volta passata: tutti al voto, e tutti a votare bene

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