Destini appesi a un filo

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Un caso a parte nelle politiche neoliberiste è costituito dal cotone. Fino a qualche tempo fa il commercio di prodotti tessili era regolato da accordi internazionali che ponevano tetti alle importazioni dall’estero. Questo andava a tutto vantaggio di paesi come Usa, Ue, Canada e Norvegia e a scapito dei produttori africani, già costretti a vendere il loro cotone a prezzi ridicoli per essere concorrenziali. Se vi chiedete come fa il cotone africano ad essere meno conveniente di quello americano, vi basti sapere che gli agricoltori statunitensi ricevono sussidi dal governo per circa 600 $ ad ettaro. Questo permette alle grandi aziende esportatrici di fare “dumping”, ovvero vendere il cotone sottocosto all’estero.
Ma torniamo agli accordi. Con il Capodanno 2005 è uscito di scena l’Accordo Multifibre e il mercato del tessile adesso è libero. Libero di constatare l’avanzata cinese e la crisi di tutti gli altri, in primo luogo dell’Africa, che vede fino al 70-80% del Pil di alcuni Paesi legato al mercato della fibra. In questo frangente, USA e Unione Europea preparano il terreno per la nuova ministeriale della Wto, convocata ad Hong Kong per il dicembre 2005. “Stanno utilizzando la dipendenza dei paesi africani dal cotone per ricattarli – spiega Alberto Zoratti di Roba dell’Altro Mondo – promettono loro di concedere protezioni alle loro produzioni di fibra di cotone e di tessili, a condizione che si servano di varietà di cotone ogm, e che liberalizzino i loro mercati agricoli e dei servizi, compresi quelli essenziali come l’acqua, la salute, l’istruzione”.
La maggior parte del cotone africano – come anche quello europeo, localizzato nelle aree depresse della Tessalonica in Grecia e dell’Andalusia in Spagna – proviene da coltivazioni familiari. Le aziende familiari sono il cuore dell’agricoltura di almeno quattro quinti dell’Europa e rappresentano, in termini di territorio, la quasi totalità dell’agricoltura nel pianeta. Solo il 10% della produzione agricola va sul mercato internazionale con un gruppo compatto di pochi prodotti “coloniali”: tè, caffè, cacao, zucchero e, per l’appunto, il cotone. “Il paradosso – spiega Antonio Onorati dell’ong Crocevia– è che il Wto vuole imporre a quel 90% di produzione che resta legata ai mercati locali un modello subalterno agli interessi di un numero ristretto di industrie agroalimentari. Il cotone, invece, sta già sul mercato internazionale, ma può servire come importante merce di scambio”.
La Campagna “La via del cotone: passaggio in Africa”, promossa nell’ambito dell’osservatorio sul commercio Tradewatch, studia il caso africano per far conoscere i problemi e gli interessi che si nascondono dietro la produzione del cotone, ribadire l’importanza di controllo per il mercato, dell’aiuto pubblico e delle reti di economia alternativa dal basso a sostegno dell’agricoltura familiare, biologica e di qualità, dicendo no ai sussidi che stracciano i prezzi sotto i costi di produzione e strozzano i piccoli produttori nel Sud del mondo.
Lo fa proponendo una collaborazione tra l’ong Mani Tese e la centrale del commercio equo Roba dell’Altro Mondo, per sostenere un progetto di sviluppo e produzione artigianale: mille sciarpine di cotone colorato, tessute nel rispetto dei diritti e della dignità delle donne africane. Un seme di speranza piantato a Mekete, campo profughi a ridosso della cittadina di Afabet in Eritrea: dal 2000 in questa zona semi-arida hanno trovato rifugio oltre 25mila persone, di cui quasi seimila sono bambini con meno di 5 anni.
Altre informazioni su www.tradewatch.it e http://mondo.roba.coop/Cotone01.htm

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