Derivati, scopriamo le carte

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Cosa pensereste di un amministratore di condominio che coi soldi della cassa scommette sui cavalli? E se scegliesse le corse clandestine, puntando su cavalli dal nome suggestivo, probabilmente drogati? È un po’ quello che è accade quando gli enti locali decidono di investire nei cosiddetti ‘derivati’. Future, swap, warrant, cap floor, collar… sono alcuni dei tanti nomi di questo strumento finanziario incomprensibile ai più, e che pure è stato scelto da molti come cavallo su cui puntare.
I derivati sono strumenti finanziari il cui prezzo è basato sul valore di mercato di altri beni come azioni, indici, valute, tassi, ecc. Un fenomeno dalle dimensioni e dalle implicazioni preoccupanti che quasi nessuno dimostra di maneggiare con competenza. Nati per coprire le imprese da una serie di rischi legati alle loro attività (ad esempio il rischio di cambio, quello di tasso di interesse, di oscillazione dei prezzi delle materie prime o di credito), oggi sono una manna dal cielo soprattutto per le banche e un buco nero pericolosissimo per molti enti pubblici e molte piccole e medie aziende.
Nel caso dell’ente pubblico, è il caso di sottolineare che la materia prima per queste operazioni è presa dai soldi delle tasse: a fine 2006 gli Enti Locali italiani erano esposti per 13 miliardi di euro, mentre a fine agosto 2007, secondo Banca d’Italia, il valore di mercato dei derivati in tasca agli Enti Locali era negativo per un miliardo e 55 milioni di euro, su una perdita complessiva di 5 miliardi di euro attribuibili al sistema Paese. Ma le cifre del Ministero del Tesoro in realtà sottostimano il pericolo, perché non tengono conto degli investimenti su banche estere, che secondo l’associazione Finansol arriva a 33 miliardi di euro.
In ogni caso, circa l’80% dei contratti risulta in perdita con una rimessa media per operazione di circa 80.000 euro: gli Enti Locali hanno subito perdite medie molto più elevate di quelle delle imprese (circa 430.000 euro contro 76.000), anche a causa della dimensione media dei contratti più elevata (circa 12 milioni di euro di valore nozionale, contro i 2,6 milioni di euro delle imprese).
Il fenomeno è tuttora semiclandestino, è difficile addirittura recuperare i dati relativi agli enti che hanno sottoscritto derivati. L’unico elenco distribuito al pubblico è quello di Unicredit che ha diffuso una tabella dalla quale ricaviamo che i comuni lombardi clienti sono 16, tra cui Milano, per un totale di quasi 950 milioni di euro. In Toscana, salito alle cronache il comune di Marradi, che dagli swap ha creduto di guadagnare, finché non son venuti fuori i ‘costi impliciti’: 62.000 euro. Anche il Comune di Firenze ha sottoscritto i suoi swap, rendendosi conto tardi dei problemi che comportavano. Secondo stime della Corte dei Conti, il debito degli enti locali toscani sottoposto a swap sarebbe di circa mezzo miliardo.
Di fronte al dilagare di questo fenomeno, che mette a rischio i bilanci pubblici e le tasche dei cittadini e contribuenti, si è mossa Finansol.it associazione per la promozione della finanza solidale, che lancia la sua prima campagna pubblica chiamata “A carte scoperte”. La campagna chiede trasparenza nell’uso dei derivati finanziari, esigendo che, semplicemente, tutti gli enti pubblici che utilizzano questi prodotti lo segnalino con chiarezza ai cittadini. Per sostenere la campagna è possibile firmare la petizione on-line (www.finansol.it/petition).

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