14 novembre 2018

Dentro le storie. Sandra Alvino, mezzo maschio e mezza femmina.

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«‘Mezzo maschio e mezza femmina’, così bisbigliavano di me nel quartiere dove abitavo. Quel sussurro è cresciuto con l’età, fino a diventare ostilità, emarginazione. La riconosco tuttora, nell’espressione e nello sguardo di chi mi sta davanti, appena la verità si affaccia. Ero un uomo, e oggi sono una donna.» Inizia così “Il volo’, il libro scritto da Sandra Alvino, amica della Comunità delle Piagge; e queste parole portano già con sé il peso più grosso, il dolore più grande, chiamando fin da subito in causa quello che per Sandra è da sempre il suo nemico invisibile: il pregiudizio. Il pregiudizio è intelligenza che va di fretta, che non ha tempo né voglia per soffermarsi. E nella fretta smarrisce il suo significato profondo, che è quello di cercare di capire la realtà, le ragioni di ciò che incontra, e di provare a condividere queste ragioni con gli altri.

Per Sandra è normale sentirsi femmina, fin da bambina. Con naturalezza, perchè allora, alla fine degli anni ‘40, non c’erano classificazioni né categorie, e termini come transessuale, identità di genere, travestitismo, erano ancora lontani da venire. Ma nell’Italia di allora ogni forma di diversità era una vergogna, da tenere nascosta nelle proprie case. E Sandra crescendo dovrà scoprire che la diversità che le appartiene, quella sessuale, di genere, portava con sè il segno del peccato, della perversione: era uno scandalo da estirpare, da rinchiudere dietro le sbarre. Ancora minorenne scappa di casa, da una convivenza ormai impossibile. Lo fa anche per evitare che le sue scelte abbiano una ricaduta troppo pesante sui suoi familiari. Ancora oggi ricorda la famiglia con tenerezza, arrivando a comprendere le inadeguatezze dei genitori messi di fronte ad una prova troppo grande per loro e per quei tempi.

È l’accanimento delle istituzioni che Sandra non riuscirà mai a perdonare. Ha chiamato per questo la seconda parte del libro, quella dove si racconta la carcerazione e gli anni di confino: “La mia Shoah”. Per tanti anni Sandra è stata nascosta, dalla società e dalle istituzioni, nelle varie prigioni italiane. Ed erano sempre celle di isolamento, nicchie di pochi metri quadrati, spesso senza luce; luoghi già invivibili, ma resi ancora più umilianti e dolorosi dai continui abusi, dalle continue violenze di guardie e detenuti eccellenti. Lei individua la responsabilità di tutto questo in una sorta di mente unica, di cui forze dell’ordine, secondini e giudici sono i semplici esecutori. Una mente unica presente anche nella società civile, fra le persone comuni, che esprimono i giudizi più severi, e la costringono per tutta la vita ad una sorta di clandestinità. Nasce un senso di claustrofobia; una storia abnorme chiusa in uno spazio troppo piccolo, senza una via d’uscita, senza nessuno disposto ad ascoltarla.

A tutto questo Sandra reagisce sempre con una volontà infinita, indistruttibile. Le basta poco, dopo ogni batosta, per crederci di nuovo, per riempirsi l’anima di speranza. Sandra vola, con l’immaginazione, con la fantasia, con la sicurezza che tanto alla fine ce l’avrebbe fatta. Realizza il suo sogno a 32 anni, conoscendo l’uomo che ancora oggi è al suo fianco, suo marito Fortunato. Grazie al suo aiuto andrà a Londra per effettuare l’intervento chirurgico che cambierà il suo sesso. Un intero passato di dolore, di esclusione, sembrava allora per sempre alle spalle. Non sarà così, ma ancora oggi Sandra rivive quella promessa di cambiamento con grande emozione, come il momento in cui tutto sembrava possibile, persino poter vivere una vita normale. Ma il pregiudizio è una montagna invalicabile, e «la diversità è un marchio, e non esiste operazione che la cancelli. Attira su di sé tutta l’attenzione, riassume in sé tutta la nostra identità, e questo vale per sempre».

Molte cose sono cambiate, ma Sandra è costretta a leggere ancora in troppi sguardi un giudizio di rifiuto, di condanna, e ancora troppo spesso è chiamata a giustificare il suo passato, anche davanti alle autorità giudiziarie che nei loro terminali la definiscono tuttora come un “soggetto socialmente pericoloso”. E così Sandra ha fondato un’associazione per sostenere tante altre donne nella sua stessa condizione. E la sua lotta si rinnova, tutti i giorni. «Sono stata e sono tuttora ostinata, e chiunque ha coraggio e ostinazione apre nuove vie. E’ il compito più prezioso che la vita può riservarci. E ad ogni via aperta il mondo si fa un po’ meno stretto, più libero, meno schiavo dei pregiudizi».

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