Dentro le storie: Nonna Gina

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Ai Macelli del Burda, nella piana di Petriolo, alla sera costumava tendere il filo dell’elettricità fin fuori l’uscio di casa. Si agganciava sopra la porta, e la lampadina faceva luce al nostro chiacchierare. Allora il buio era buio davvero; c’era solo una lanterna, nel punto dove le vie si incrociavano, e tutt’intorno campi. Ci si conosceva tutti, da piccini, e si ragionava a cuore aperto. La Grande Guerra era passata, come una mano che scendeva dall’alto e si rubava gli uomini, portandoseli lontano, fin dentro le trincee di posti mai sentiti prima.

Sono nata nel 1913, e il mio vero nome era Dolores, ma la mamma così non mi sapeva chiamare, e fin da piccina mi mise nome Gina. Quando arrivò la seconda guerra ero già sposa al mio Vasco, e allora dall’alto erano le bombe a scendere, con tutte quelle schegge dentro. Ce n’era per tutti, e facevano finire in frantumi anche le amicizie. Nell’aria c’era come una fuliggine nera, che guastava gli animi, e che portava con sé anche il litigio e il sospetto. E in giro c’era sempre “Mille lire”, il capo delle squadre fasciste, col manganello e l’olio di ricino, da dare a chiunque era sospettato di pensar contro di loro. Poi arrivarono i tedeschi, che entravano nelle case a farsi il fuoco e a sequestrare tutto quello che s’aveva. Facevano i padroni, e ci pigiavano l’animo, come fosse uva.

Con Vasco ci si era conosciuti nel ’30. Lui era bello, bravo nelle danze, modernissimo. Si ebbe la fortuna di innamorarsi tanto, e anche da sposi, quando lo accompagnavo di sera fino alla ricreativa, si girava abbracciati, cosa che allora non usava affatto. “Tu ci fai scomparire, tu ci spregiudichi”, mi diceva la sua mamma. Brozzi era paese, e pareva che tutti guardassero tutti. Il mio babbo, che era svelto in tutto, tanto che lo chiamavano il Penna, mi aveva sempre insegnato “Vivi e lascia vivere”. E io, la figlia del Penna, vispa come lui, avevo imparato a farmi scivolare addosso le parole e le occhiate degli altri.

Per tanti anni ho avuto una vita semplice, serena. Poi, all’improvviso, arrivò la malattia della nostra figliola. Non aveva dolori, la Tamara, e se ne andò a trentanove anni, senza sapere cosa le stava accadendo. Era cominciato il tempo del dolore, e pochi mesi dopo Vasco si svegliò una mattina che aveva il bianco degli occhi tutto giallo. “Gina, ci risiamo”, mi disse il dottore, “c’ha due mesi di vita, poi se ne va”. C’ho ancora addosso il suo ultimo abbraccio. Ci mise tutta la sua forza, e poi morì.

Ho contato tanto sulla Franca, mia nipote, rimasta senza genitori e cresciuta con noi fin da piccina, per far fronte a tanti dispiaceri. È stata lei a impedire che l’amore se ne scappasse da me, e lasciasse solo il secco. Specialmente quando anche Roberto, l’altro figlio, si ammalò di sclerosi multipla, fino a trovar pian piano la morte. Il cielo dà e toglie, come diceva il babbo; e la Franca era lì a dimostrarlo.

Quasi all’improvviso alla fine degli anni settanta, nella palude delle spiagge dove i renai da sempre dragavano, cominciarono le costruzioni. Scavavano e poi, per riempire la terra, arrivavano camion di rifiuti, e ci scaricavano sacchi e sacchi di sudicio. A Brozzi non s’era per nulla contenti di quella novità, non si sapeva chi sarebbe arrivato e tutti si ripeteva la frase “Un paese dentro un altro paese, non è sistema”. Una casina in quelle “Navi” è toccata anche a me, quando dovetti lasciare quella in affitto in cui stavo. A far paese ci vogliono generazioni, per ora siamo solo un gruppo di case, dove funziona poco anche solo il buongiorno e il buonasera.

Sono arrivata a novantaquattro anni, e oggi mi capita spesso di voltarmi indietro, come non ho mai fatto finora. Guardare il tempo che è passato è come guardare il mare: è lo stesso per tutti, ma per tutti è diverso. E i tanti ricordi che mi vengono a mente, li dico solo a chi mi ascolta anche con il cuore, e non solo con gli orecchi. I ricordi sono come un figlio, che non si mette volentieri nelle braccia di estranei.

Ancora oggi, con tutti i miei anni, continuo ad andare avanti. Ogni giorno un giro, e non ho nessuna voglia di fermarmi. Mi fanno compagnia la Franca, qualche mia vicina buona, e la speranza. Quella di poter guardare questo mio mare per sempre, e che tutto, anche dopo l’ultimo giro, seguiti da qualche altra parte del cielo, e non finisca mai.

La storia di Nonna Gina, di cui qui presentiamo un breve
riassunto, farà parte di una raccolta di storie che verrà
prossimamente pubblicata dalla Comunità delle Piagge.

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