Dentro le storie. La lunga notte di Mimmo De Simone.

image_pdfimage_print

di Massimo Caponnetto per l’Altracittà

Eravamo 10 fratelli, nella casa di Bosco tre case, vicino Napoli. Troppi per potere avere tutti quanti il necessario. E così un giorno fu deciso di seguire la via di tanti: l’emigrazione, l’andare a cercar fortuna verso il Nord, che ci pareva lontano come l’America. Ero un guaglionciello di 13 anni, quando in una notte del 1968 ho fatto il viaggio della vita. Cinquecento chilometri, tanti quanti bastarono per trasformarmi da scugnizzo in terrone, dentro una città che parlava un’altra lingua, che mi vedeva straniero e mi teneva lontano come, a casa, facevamo con i cani selvatici. La rabbia si fa trovare sempre pronta davanti all’umiliazione, davanti a quello che ci sembra ingiusto. Ed io, anche con la rabbia, ho imparato allora a difendermi, a vivere come un corpo estraneo dentro questa città, intanto che cercavo una nuova vita, che non riuscivo a trovare. Ad accogliermi, dopo qualche tempo, è stato il mondo di Borgo Allegri, un rione e un gruppo di persone che apprezzavano la scaltrezza, il coraggio, le doti che avevo imparato da sempre a coltivare. Mi adottarono, ed io divenni fedele a quel mondo, disposto anche a dare la vita, se necessario; fino a diventare Mimmo di Borgo Allegri, e ad essere conosciuto con questo “nome d’arte” nella Firenze degli anni ‘70.
Eravamo un gruppo compatto, con cui condividevo vita e regole, e che viveva lungo l’ultima linea di frontiera, ai margini della società, al confine fra legalità e illegalità, alternando un po’ di carcere alla libertà. Da questa linea di bordo un giorno, all’inizio degli anni ’80, sono stato sbalzato fuori; un terremoto, e mi sono ritrovato in una terra senza vita, senza memoria, privato pure della mia dignità di essere umano. Era la terra della follia, era lo spazio del manicomio. Ci sono finito perchè tradito da persone del mio stesso rione, che la tossicodipendenza aveva portato fuori da ogni umanità. è stata proprio la tossicodipendenza, in cui io non sono mai caduto, a segnare la fine del mio mondo, a sparigliarne le carte. Per salvare se stessi mi accusarono di una colpa non commessa, un reato di sangue a cui non avrei mai potuto prendere parte, e allora la rabbia e l’impotenza sono stati per me un’ondata incontenibile, che ha travolto tutto. E così ho trascorso più di 5.000 giorni, un tempo infinito, in vari manicomi criminali. Il senso di ingiustizia ha riempito la mia vita di voci che mi attraversavano la mente, di forze che si impossessavano di me. L’ingiustizia è come una maledizione: ti tiene soggiogato, ti imprigiona e ti impedisce di avvicinarti al mondo, finchè non è superata. Ed io ho passato tanti anni imprigionato, a tutti gli effetti, fisicamente, ma anche nell’animo, con la rabbia e con la paura, lontano dal mondo, vivendo con i codici di comportamento del manicomio, della follia. Se ne esce raramente, e oggi sono felice di essere una eccezione, e di poterlo raccontare.
Ricordo il manicomio criminale come un posto dove tutto si muove in modo inusuale. Movimenti di sfogo, alimentati dalle ossessioni. Una persona parla da sola, con parole furiose, di dolore o di rabbia, alternando voce bassa a frasi urlate, un’altra fuma al ritmo di cinquanta tiri al minuto, sbuffando fuori il fumo, e guardandoti fisso, minaccioso. Altri si muovono in modo rallentato, come se stessero finendo l’energia. Altri ancora camminano in modo frenetico, su e giù, a passi ampi e con la testa bassa. Messaggi che negli anni sono arrivato a decifrare, imparando il linguaggio della disperazione, della pazzia. E poi l’elettroshock, i giorni a schiumare rabbia nei letti di contenzione, le umiliazioni più feroci, le minacce e le irruzioni delle guardie, i troppi suicidi. Se mi volto indietro mi sembra di venire dalla morte, perché ne ho vista troppa intorno a me. Come fossi reduce da una guerra. Quando invece, per uscire dalla follia e dalla rabbia, c’è bisogno di un percorso di pacificazione, non di guerra.
A Napoli si dice: più scuro della mezzanotte non può mai fare. Io ho fermato le mie lancette sulla mezzanotte per 20 infiniti anni. Adesso, piano piano, sono ripartite. E la voce che ho ritrovato la voglio usare per dire che mai si può crocifiggere qualcuno alle sue colpe, alla sua storia. Niente deve autorizzare l’uomo a distruggere quella scintilla di vita, di dignità, che per me rimane sacra e che è in ognuno di noi. Anche in chi ha sbagliato. Anche in chi, come me, si è perso dentro le nebbie della follia, sperando sempre che un giorno riaffiorasse un raggio di sole.
Mimmo de Simone ha raccontato la sua storia
nel libro “I due volti dell’innocenza”

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *