Dentro le storie. Cimo, da Kute a Firenze

image_pdfimage_print

Sono nato nell’estate del 1980 a Kute, un piccolo borgo di campagna nel centro dell’Albania. Era il tempo in cui i miei erano impegnati a costruire la nostra casa, e mia madre si alzava tutte le mattine alle quattro, con una nuova fatica da sostenere: portare l’acqua per fare il cemento, dentro secchi premuti contro il fianco. Con tanta apprensione per quel bimbo che portava dentro di sè. Ed alla fine tanta fatica ha lasciato un segno, un marchio di sofferenza: la mia scoliosi deformante.

Fino al 1991 a Kute vivevamo grazie alla terra. Se ne ricavava poco, il minimo indispensabile, ma così era per tutti, e questa forma di uguaglianza sapeva di destino e smontava sul nascere ogni protesta. La stampa e la televisione poi ci ripetevano quanto eravamo fortunati a vivere in Albania, mentre il resto dell’Europa era afflitto da carestie e ridotto alla fame, e noi non potevamo che ringraziare il partito e il destino. Sono state le prime migrazioni, avvenute dopo la svolta del ’91 e rivolte soprattutto verso la Grecia, ad aprirci gli occhi verso ciò che accadeva nel mondo. Più ancora dei racconti di chi tornava, a me colpiva la loro voce, la loro nuova sicurezza. Avevano riempito l’anima di qualcosa di nuovo. Le difficoltà che avevano passato erano alle spalle, e quello che restava era una luce diversa nei loro occhi, una nuova speranza. E, non ultimo, un po’ di lek nelle tasche, con cui prendere tempo, riposarsi e portare miglioramenti nella casa, nella loro vita, mettendo un freno al disgregarsi delle cose, in una terra che una volta era fertile e che improvvisamente si era fatta troppo dura per tutti.

Nel 2000 è venuto anche per me il tempo di allontanarmi da Kute. Il tragitto per la Grecia prevedeva lunghi tratti di cammino, impossibili per la mia schiena. Dovevo ricorrere al mare, e la direzione poteva essere solo l’Italia. Avevo venti anni, e il desiderio di andare finalmente incontro al mio tempo, uscendo da quella bolla d’aria che avvolgeva e isolava il mio paese. Grazie ad un amico misi da parte quanto era necessario per l’unico viaggio alla mia portata, quello da clandestino, e nel settembre del 2000, di nascosto alla mia famiglia, lasciai tutto e partii. Avevo visto il mare solo due volte prima di trovarmi, quella sera, su un gommone di dodici metri, pigiato e stipato insieme ad altri quarantasei migranti. A darmi coraggio era la speranza di trovare una possibilità di cura che fermasse la deformazione progressiva della mia schiena, ma anche molto di più: c’era l’idea di un paese libero e lontano dalla pressione e dai morsi della miseria, che toglie spirito alla vita e ci costringe a volare troppo bassi. Pensavo che l’uomo, liberato finalmente dal bisogno, non avesse più alcun impedimento verso il benessere, la felicità. Durante la traversata questi pensieri tenevano lontano la paura, e quella che rimaneva la scaricavo aggrappandomi alla corda.

Dopo circa quattro ore di viaggio cominciammo a vedere le luci di Bari, che piano piano si allargarono, aprendosi alla nostra vista. Per la prima volta su quel gommone ci guardammo tutti in viso, per condividere quel momento di sollievo, dopo aver tenuto le paure strette dentro di noi. Arrivai a Firenze la sera successiva.

Quella prima esperienza si è conclusa dopo cinque anni. Portai via con me qualche soldo, tanti racconti da fare, e un’amarezza dentro. Per aver visto chiudersi ogni porta d’accesso. Non sono mancati i segni di amicizia, gli incontri fortunati, e per ognuno di questi ho messo da parte cento episodi negativi, ma la strada verso una cura, verso un centro specializzato, così come verso un lavoro, era sbarrata. Non potevo neppure avvicinarmi. La mancanza di documenti era una colpa originaria da cui era impossibile riscattarmi. E così, dopo tanti inverni passati al freddo di un semaforo, in un disagio sempre crescente, ho deciso di ripartire, con l’impressione di tornare dietro le quinte, dove dalla vita giungono solo le voci, e il resto ci si deve immaginare.

Sono tornato a Firenze da pochi mesi, grazie ai flussi e ad un’occasione di lavoro presso un caro amico. Kute è un paese sempre più povero, svuotato dall’emigrazione e dalla sfiducia. è un mondo che sembra incapace di ricostruirsi, che non concede le necessarie speranze, e che pure è la mia terra, il luogo dei miei ricordi, delle mie radici familiari. Ma che non ha ancora, e forse non l’avrà più, alcuna promessa da fare. Vivo mettendoci tutte le mie forze, che non sono mai sufficienti, cercando di essere straniero ma non estraneo in questo nuovo mondo. In fondo ognuno di noi deve tracciare la propria strada, segnare il proprio cammino, e può farlo solo dove la durezza della terra lo consente.

La storia di Cimo, di cui qui presentiamo un breve riassunto, farà parte di una raccolta di storie che verrà prossimamente pubblicata dalla Comunità delle Piagge.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *