23 settembre 2018

Dentro le storie. Antonietta, per imparare non è mai tardi

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Nel 1972, quando nacque Ennio, mio figlio, avevo conosciuto mio marito da poco più di un anno, e ancora non avevo trovato il coraggio di confessargli che ero analfabeta. Provai a dirglielo un po’ alla volta: “Ho fatto solo le elementari” “ Ci sono andata poco a scuola, solo due anni” “Solo un anno” “Solo un giorno”. Ostia, mi disse lui, che era veneziano, ma allora sai appena leggere e scrivere. Dopo un po’ dovetti ammettere che non ero in grado di fare nemmeno quello. Non eravamo ancora sposati, mancavano poche settimane al matrimonio e sapevo che in quell’occasione avrei dovuto fare delle firme e scrivere il mio nome. Qualcuno doveva insegnarmi a farlo, e passammo insieme tante serate con la penna in mano a provare, finché la firma cominciò a scorrere veloce e sicura. Volle provare ad insegnarmi qualcosa in più, ma insegnanti si nasce, e alunni anche. Lui era un insegnante impaziente, io un’alunna troppo permalosa. E più lui rimaneva deluso, più io mi mortificavo fino alle lacrime. Provavo una grandissima rabbia. Gli anni perduti di scuola mi parevano una stagione ormai irrecuperabile, finita, un’occasione che il tempo ti consegna una sola volta, senza neppure insistere troppo: chi c’è c’è, chi non c’è si arrangi. Ma ai miei tempi a Mondragone, dove sono nata nel 1946, non usava tanto mandare i figli a studiare ed era normale, soprattutto per le femmine, dedicarsi a tutt’altro.
Gli anni passavano, e tutte le mattine il mio primo pensiero erano quei maledetti fogli da compilare, firmare, leggere, in cui continuamente mi imbattevo. Erano il mio assillo, il mio limite, la mia impotenza. Avrei voluto essere indipendente, come il mio carattere mi chiedeva, e quante volte ho battuto i piedi in terra piangendo di fronte a quelle scritte, a quei numeri, a quei messaggi per me indecifrabili, ma che non è ammesso non conoscere. Andare in giro a cercare una strada, in banca o alle poste a pagare un bollettino, in un ufficio a riempire dei fogli, cercare un numero sull’elenco del telefono, decifrare un calendario attaccato al muro. Ogni giorno portava la sua difficoltà, e non potevo lasciare tutto in sospeso in attesa che mio marito avesse un giorno libero o si prendesse due ore di permesso.
Quando arrivò la sua malattia, lui si preoccupò più per me che per se stesso. Aveva un aneurisma all’aorta, e il dottore ci disse che poteva vivere dieci anni come un solo giorno. La verità stava nel mezzo, e dopo cinque anni ci lasciò. Fu il tempo del dolore immenso, della perdita di ogni energia. Il mondo reale cominciò a cascarmi addosso fin dai primi giorni. Come era complicata la vita; tutto avviene secondo regole, e le regole hanno bisogno di parole, di segni. Avevo difficoltà di collegamento con la realtà, come se ci fosse una parete di vetro fra me e il mondo, che smorzava il suono delle parole e rendeva incomprensibile la mia voce agli altri. Portavo il mio segreto dentro di me, come sempre, senza avere la forza di buttarlo fuori. Mi ero sempre considerata un’analfabeta furba, brava a non farsi scoprire, ma non ci si può nascondere in eterno, e prima o poi siamo chiamati tutti ad essere quello che siamo. Dovevo appoggiarmi all’aiuto di mio figlio, e questo mi dava una grande angoscia. Ennio doveva vivere con le preoccupazioni e la leggerezza che la vita gli assegnava, senza portare con sé anche il peso della mia situazione, e così ho messo da parte l’orgoglio e la vergogna, che mi avevano sempre condizionato ma che col passare degli anni si fanno più leggeri e ragionevoli, e mi sono iscritta ad un corso per analfabeti alla comunità delle Piagge. Mi è sembrato subito di tornare bambina. Se qualcuno mi avesse potuto guardare dentro, sotto tutte queste rughe, avrebbe visto una bimba di otto anni. Già essere con altri, davanti a quella parete che mi aveva sempre isolato dal mondo, mostrare il mio limite e chiedere aiuto, era un passo che mi emozionava, era già una battaglia vinta. L’ho fatto anche per dare una soddisfazione a Ennio. Questa mia volontà di imparare doveva servire a tranquillizzarlo sulla mia capacità di andare avanti, e rendere la sua vita più normale e più leggera. A volte oggi leggo e penso “Non sono io che leggo, non è la mia voce, non è possibile”. Mi è capitato di emozionarmi fino alle lacrime la prima volta che sono riuscita a leggere una bolletta della luce. Sento di vivere una parte di me che non era cresciuta; se sbaglio mi vengono gli occhi lucidi, se mi dicono brava mi commuovo. Proprio come una bambina.
Adesso sto leggendo “Il piccolo principe”. C’è scritto che i grandi sono sempre indaffarati intorno a cose inutili, e mentre in viaggio gli adulti sbadigliano, i bambini, sempre curiosi, schiacciano il naso contro i finestrini; quelli sì, dice il libro, che sono fortunati. Anch’io schiaccio il naso contro quel vetro che mi ha sempre isolato dal mondo, senza più vergogna ma con tanta curiosità per tutto ciò che non so. Ho fatto una scelta che mi era sempre sembrata difficile, e ho visto che era solo la mia paura a renderla tale. Perché la voglia e la capacità di imparare, così come quella di vivere, non finiscono mai.

La storia di Antonietta farà parte di una raccolta che verrà
prossimamente pubblicata dalla Comunità delle Piagge.

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