Democrazia chilometri zero. Come siamo stati insieme alle Piagge

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di Giuliano Santoro

Il racconto dei due giorni di incontro, sabato e domenica scorsi a Firenze ospiti della comunità delle Piagge, per discutere di autogoverno, altrapolitica e «Democrazia chilometro zero». Quando il taxi imbocca la via Pistoiese, la donna alla guida confessa: «Non sono mai stata alla Piagge, non so dove si trovi via Lombardia». Quando chiede indicazioni [«Ma dov’è che deve andare, di preciso?»] aumenta lo spaesamento: rispondiamo, e nella stessa frase ci sono parole che all’apparenza non hanno nulla a che fare tra di loro «centro sociale», «comunità di base», «comitati».

La tassista si preoccupa. Ci ritroviamo quasi per caso al posto giusto, che riconosciamo grazie alla bandiera «Clandestino» e a quella della pace. La periferia fiorentina non appare proprio come una banlieue: chi viene da Napoli, Palermo o Roma si aspettava ben altro scenario. Ma si capisce subito che il centro sociale Il Pozzo, in mezzo al pratone all’estremo nord della città di Leonardo Da Vinci, Giancarlo Antognoni e Matteo Renzi [passateci il brutale anti-climax], è un punto di riferimento del quartiere.

Alle 11 si comincia, la sala del centro sociale è piena: oltre duecento persone si siedono attorno al tavolo dei relatori, a decine stanno fuori, ascoltano dall’amplificazione e si affacciano a turno da porte e finestre dello stabile. Ci saluta don Alessandro Santoro, che per due giorni sarà il vero jolly del Chilometro Zero. È instancabile, il prete delle Piagge: lo abbiamo visto preparare il pranzo, sistemare i cavi, fare da guida e accompagnatore degli ospiti. Alessandro dà il benvenuto. Poi la parola passa a Pieluigi Sullo, che ricostruisce il cammino che ha portato tante persone dalla Sicilia al Friuli Venezia Giulia a Firenze. «È la prima volta che lo vedo leggere il suo intervento – dice Tonino Perna – Significa che l’occasione è davvero importante».

Mario Pezzella sintetizza i concetti-chiave della «Carta della democrazia insorgente», il documento che ha contribuito a scrivere. «Nel 1832 il rivoluzionario Auguste Blanqui, richiesto della sua professione, diede una risposta simbolica: ‘proletario’ – dice Pezzella – Se dovessero porci oggi questa domanda, risponderemmo ‘clandestino’. Il docente un po’ situazionista parla di di «spettacolo integrato» a esponenti di comitati, operatori dell’altra economia e cittadini in cerca di connessioni. Significa che la giornata, quanto a promiscuità, promette bene. Francuccio Gesualdi, del Centro Nuovo modello di sviluppo, propone di costruire «gruppi di ricerca» che elaborino l’alternativa necessaria. I grandi giornali parlano un giorno sì e l’altro pure di altre forme economiche e la cosa non lo rassicura per niente. Facciamo posto ai nuovi arrivati e andiamo fuori a salutare qualcuno.

Chiara Sasso appare ormai felicemente scissa tra la sua Val di Susa e la Calabria di Riace e dell’accoglienza. Si chiacchiera senza soluzione di continuità della terra dei rifiuti tossici, la Calabria appunto, e dell’eresia degli amministratori del Pd valsusino, alleato con le liste No Tav contro ogni diktat dei dirigenti regionali e nazionali. Andrea Morniroli dei Cantieri sociali è allegramente preoccupato: «Siamo tanti, ci sarà molto da fare». Perché il primo commento che raccogli, quando incontri le persone e associ finalmente un volto a una voce o a un indirizzo di posta elettronica, è più o meno questo: «È bello incontrarsi e scambiarsi esperienze e progetti, ma come fare a proseguire?». Tonino Perna interviene per ringraziare questo giornale [«Meno male che Carta c’è», dice l’altreconomista] e per ricordare che il rapporto di potere non è esclusiva dai partiti.

Finalmente si pranza. Dopo tanto parlare di «sobrietà» e «sufficienza» eravamo un po’ preoccupati. E invece il pasto è ottimo e abbondante, spunta un bel sole dietro i palazzoni delle Piagge. La pausa pranzo, complice l’altro tasso di convivialità, si trasforma immediatamente in un grande picnic. Raccogliamo anche il commento della Cavia, che si aggirava intorno ai tavoli del ricco buffet: «Noto con piacere che i compagni delle Piagge non sono vegetariani», ci dice il misterioso assaggiatore.

Il tempo di un caffè e ci si divide nei gruppi di lavoro. Gli oltre duecento partecipanti sciamano verso i luoghi d’incontro. Il primo è dedicato agli eletti nelle amministrazioni locali, gli esponenti di quelle che sono state ribattezzate «liste di cittadinanza». Nel secondo gruppo si discute di «Come stiamo insieme», cioè sul modo di cooperare e stringere legami tra diverse situazioni locali, e non è una discussione semplice, anzi. Si parla di reti, di comunicazione via web, di debolezze e fallimenti, ma c’è infine una certa ostinazione nel cercare risposte nuove.

Infine, ecco il tavolo «Su cosa stiamo insieme», sui contenuti e le campagne. «Questo non è un gruppo di lavoro, è un’assemblea», ci diciamo. E in effetti per tre ore, dalle 15 alle 18, si susseguono decine di interventi: si mescolano linguaggi, esperienze e anche epoche. Qualcuno, alla ricerca di una campagna che riesca a mettere insieme più epoche, propone il classico «Lavorare meno lavorare tutti» e a molti pare una buona idea, perché pare coerente con la critica dello sviluppo. La metafora più fortunata è quella della «salamella». Ci si domanda senza farsi sconti: che differenza c’è tra la salamelle che si cucinano in Val di Susa e quelle dei presidi contro i rom? Qual è la differenza tra il «fare società» egoistico della Lega e quello dei No Tav? La conclusione viene dai racconti delle esperienze: questi territori si fanno carico di temi universali, si aprono a quanto avviene in tutto il pianeta. «Io sono disponibile a conoscere gli usi e i costumi del migrante africano, ma non tollero la signora col cagnolino che abita sopra di me», dice Giovanni Laino dei Cantieri napoletani, scherzando ma non troppo.

È domenica mattina quando ci ritroviamo per l’assemblea conclusiva. Ancora una volta la sala non basta a contenere tutti e le ore che ci separano dalla partenza sono poche per le tante cose da dirsi. In molti fanno in tempo a passare allo stand di Carta, dove sono andati forte il libro di Alberto Castagnola su «La fine del liberismo» [in molti fanno gli scongiuri] e la nuovissima Agenda Clandestino 2010. Molti cercavano le felpe Clandestino, non abbiamo fatto in tempo a portarle a Firenze ma si possono ordinare on line. Il figlioletto della nostra compagna Cinzia Cherubini, che si occupa della distribuzione e che stava dietro al banchetto, si chiama Fabio. Si avvicina e dice sottovoce: «Prima o poi passano tutti al mercatino della mia mamma. Ma la mia mamma è famosa, secondo te?».

[Fonte Carta]

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