13 novembre 2018

Dall'eccidio di Piazza Dalmazia alla strage di Prato

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due i morti” src=”http://altracitta.org/wp-content/uploads/2013/12/prato-300×219.jpg” width=”300″ height=”219″ />di Dario Cafiero per l’Altracittà

Settecentosedici giorni ed una dozzina di chilometri separano due delle “tragedie” che hanno coinvolto l’area fiorentina in questi ultimi due anni. Il 13 dicembre 2011 Samb Modou e Diop Mor sono stati uccisi da Gianluca Casseri, con un terzo ragazzo – Moustapha Dieng – rimasto tetraplegico. L’1 dicembre 2013, 716 giorni dopo, sette persone di origine cinese restano vittime del rogo scatenatosi nel loro “bunker” lavorativo nella zona del Macrolotto di Prato.

Nove persone che dall’estero sono venute a morire in Italia. Questo è successo. Ma i numeri servono solo a perimetrare i fatti, perché delimitano tanti problemi che molti risolvono – nel 2011 come nel 2013 – con verbi declinati al futuro: i più volenterosi al futuro prossimo, quelli meno ad un lontano futuro anteriore.

La convinzione, avallata e coltivata dai media, di vivere nel migliore dei mondi possibili crea danni largamente superiori ai benefici. Il beneficio di una cittadinanza annullata del suo valore di comunità – beneficio che è tale solo nei momenti di campagna elettorale (di qualsiasi tipo e colore) – è drammaticamente superato dall’accrescere delle difficoltà posticipate ogni volta dall’ondata di “faremo”, “chiederemo” e “provvederemo” che ogni politico recita come in uno stanco rosario all’indomani (anzi, grazie ai ‘social network’, ora è possibile farlo anche subito dopo i fatti) dell’ennesima “tragedia di portata nazionale”.

Nel dicembre 2011 “Renzi ha scritto che non può un uomo rendere l’intera città razzista” (come riportava Melissa Bell nella sua cronaca dei fatti di Piazza Dalmazia sul Washington Post). Certo, le semplificazioni sono sempre dannose e non risolvono i problemi; ma non risolve i problemi nemmeno l’ignorarli o l’oscurarli. L’integrazione è un processo che – pure nell’area fiorentina – è ancora in pesante ritardo. Perché il razzismo che mosse Casseri e lo schiavismo che ha condannato senza appello le sette persone morte a Prato, non sono altro che sinonimi dello stesso errore. Nel 2011 della scarsa volontà – nazionale e fiorentina – di saper e voler essere concretamente antirazzista, nel 2013 di non trovare la forza di denunciare chi vive di lavoro nero, una tolleranza quasi compiaciuta verso queste situazioni, da sfruttare magari per fare acquisti a prezzi stracciati di questa o quella griffes che nel “negozio” invece costa troppo.

Una guerra di povertà, economica ma soprattutto sociale, che sta procedendo lontana dai radar. Perché, in fondo, tra qualche giorno ci sarà una crisi politica o un battibecco tra candidati da dover seguire con apprensione. Mentre la realtà torna esattamente ad essere come è stata fino a ieri: gli stessi turni, lo stesso lavoro nero, lo stesso sfruttamento.

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