12 dicembre 2018

Dalle palme ai cipressi

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Dal 5 luglio al 6 settembre 350 bambini Saharawi verranno ospitati in Toscana. Non erano ancora nati in quel lontano 1991 in cui i caschi blu dell’ONU raggiunsero il Sahara occidentale, tra il Marocco e l’Algeria, per il censimento degli aventi diritto al voto per il vicino referendum: avrebbero potuto scegliere tra la dominazione del Marocco (gli invasori occupanti) e la fondazione di uno Stato autonomo. Dopo 16 anni, principalmente a causa della pressione della Francia in sede ONU e sul re del Marocco, il referendum resta un’intenzione. La Toscana però non sembra avere dubbi, e si schiera: la prossima estate questi bambini di lingua hassanya impareranno rapidamente molte parole italiane grazie all’appoggio entusiasta di 167 Comuni (di tutte le dieci Province) gemellati con la Repubblica Araba Saharawi Democratica. Il 1° settembre 1984, quando l’allora sindaco di Sesto Fiorentino dette vita alla prima tendopoli Saharawi in Toscana, ha avuto inizio una grande campagna di appoggio alla lotta di liberazione nazionale del popolo Saharawi. Oggi proliferano i progetti di cooperazione decentrata, dall’altissimo valore umanitario e politico, attuati in stretta collaborazione tra Ministero della Gioventù Saharawi, associazioni di solidarietà ed enti locali. Per i bambini, tutti tra 10 e 13 anni, la permanenza in Toscana sarà un indimenticabile viaggio di esperienza e conoscenza: vedranno un mondo “normale” dove le risorse necessarie alla vita quotidiana sono accessibili e i cittadini vedono rispettati i loro diritti fondamentali. Per noi la loro presenza sarà la prova tangibile di questioni internazionali che non trovano volontà di soluzione.
Ma il progetto toscano è inserito in un contesto più ampio: l’Italia ospiterà 700 bambini Saharawi, pochi rispetto alla Spagna, che arriverà a 9.000. La differenza sta nel fatto che la Spagna ha scelto di appoggiare programmi individuali – i bambini vengono affidati a singole famiglie con tutti i pro e i contro del caso – mentre la Toscana preferisce ospitarli tutti insieme in strutture pubbliche. Le ragioni di questa scelta sono varie: evitare le disparità di trattamento ma anche il trauma della separazione, aggravato da notevoli problemi per mantenersi in contatto. Nelle tendopoli non c’è posta, non c’è telefono, e quindi sembra opportuno prevenire il senso di vuoto che seguirebbe da entrambe le parti dopo un’esperienza di vita in famiglia.
Oltre ad accogliere i bambini, i Comuni hanno l’importante compito di raccogliere fondi per finanziare un capillare lavoro di pressione politica internazionale. Questo compito diventa molto più arduo senza la presenza in carne ed ossa di quei piccoli ambasciatori, che ci portano le ragioni del loro popolo, gente che ogni giorno nel deserto sopravvive aspettando il riconoscimento politico della propria esistenza, della propria storia.
Gli enti locali agiscono dal basso, ma non trascurano l’aspetto internazionale, e chiedono che gli uffici della Regione Toscana a Bruxelles non promuovano solo la toscanità produttiva agricola e tecnologica: occorre che la parola “toscanità” si riempia anche di quei diritti umani e politici inviolabili che ancora nel 2004 troppo spesso non trovano riconoscimento e attuazione.
I Saharawi ci hanno dimostrato l’alto profilo della loro civiltà: e la nostra? Come può la comunità internazionale lasciare che per 16 anni un popolo sopravviva in tendopoli nel deserto, vedendo insensatamente posticipato il riconoscimento dei propri diritti? Di che cosa ha ancora bisogno il Nord del mondo per accorgersi che nella disperazione si moltiplicano le piaghe di un mondo già tanto ferito?
Il riconoscimento dell’esistenza di una Repubblica è un fatto tutt’altro che teorico. Non è forse allarmante che nel nostro civile paese le Questure, i Ministeri e le Asl accettino come documenti di riconoscimento dei bambini Saharawi, anziché inesistenti passaporti, i documenti rilasciati “umanitariamente” dalla Repubblica Algerina? è un espediente – usato per trasformare profughi relegati nelle tendopoli del deserto in cittadini algerini provvisori – che tradisce tutta la nostra ipocrisia.

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