Dall’articolo 11 al peace power passando per le stanze della politica

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La passione va bene, è essenziale, ma non basta. La fantasia, le idee, le
tante proposte del movimento, devono arrivare ad intaccare la politica, il luogo delle decisioni. A dirlo è Pietro Ingrao, leader storico della sinistra,
applauditissimo alla conferenza sulla guerra che ha di poco preceduto la
partenza del corteo del social forum, sabato 9 novembre. Ingrao ha difeso a
spada tratta l’articolo 11 della Costituzione (l’Italia ripudia la
guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti), ha invitato tutti ad indignarsi con chi vuol mettere in soffitta «quel libriccino», ha elogiato la
forza e l’entusiasmo del social forum, ma soprattutto ha messo sul piatto
una delle questioni fondamentali su cui l’altra Europa possibile è
chiamata a confrontarsi.
La lontananza da partiti e palazzi è uno dei punti di forza del
movimento, è anche una delle caratteristiche che lo contraddistinguono da
altre proteste e altri momenti storici, ma disegna attorno al movimento un limbo difficile da definire. Per Ingrao ci sono distanze che devono essere colmate. Per molta opinione pubblica, informata (informata?) dalla televisione, il movimento è divertente ma improduttivo. Sta nella natura del mezzo
televisivo essere attratto più dai colori di una manifestazione che dai
documenti di un dibattito, questo lo sappiamo. Eppure queste domande, questi
«e allora, adesso che si fa?», questi «ma in pratica che vuol dire?»,questi «sì, ma cosa è cambiato?», aleggiano anche nelle conversazioni degli addetti ai lavori che il social forum l’hanno inventato.
Il problema non è semplicemente quello di trovare una
rappresentatività politica per un nuovo soggetto, la questione è
più profonda. C’è un aspetto legato alla logica stessa della
rappresentatività: cosa cambia se l’ottica è quella della
democrazia partecipativa? C’è un aspetto legato ai comportamenti
quotidiani: si «vota» di più scegliendo cosa comprare e cosa no
quando si va a far la spesa, o depositando un foglietto nell’urna?
C’è un aspetto legato alle tante anime del movimento: esiste
potenzialmente una sintesi politica, o no?
C’è tutto questo dietro la questione posta da Ingrao, se la
traduciamo dal suo linguaggio, bene o male abituato ai luoghi tradizionali della politica, alle nuove pratiche.
Accanto allo stimolo, Ingrao ha lasciato un suggerimento. Fare della pace il
perno delle scelte, inventando un potere della pace (peace power: lo slogan
sarebbe potente) in grado di fronteggiare il potere degli Stati e il potere del
mondo economico. Stimolo e suggerimento non sono di poco conto, specie di fronte alla prospettiva della costituzione europea. Sta all’intelligenza del
movimento utilizzarli per far crescere il livello del confronto.

Anna Veronese

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