Dalla tassa alla tariffa: cosa cambia?

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Fino a qualche tempo fa buttare due buste di spazzatura o dieci era lo stesso. Per i nostri rifiuti infatti, abbiamo finora pagato una tassa “TARSU” (Tassa per lo smaltimento dei Rifiuti Solidi Urbani), ovvero un contributo obbligatorio fisso, calcolato sulla base della superficie dell’abitazione o dell’azienda, indipendentemente dalla quantità reale di rifiuti prodotti. Il Decreto Ronchi del ’97 ha invece previsto la graduale entrata in vigore del sistema di tariffa “TIA” (Tariffa di Igiene Ambientale), che prevede il pagamento di una somma proporzionale ai rifiuti prodotti. Un metodo che evidentemente incoraggia la differenziazione ed il riciclaggio e rende il sistema più razionale ed equo verso i cittadini. La tariffa inoltre va a coprire per intero il costo di smaltimento dei rifiuti e per questo il prezzo medio pro capite tende a salire. L’obiettivo di questo passaggio da tassa a tariffa è quello di premiare con riduzioni e sgravi i cittadini che, con l’adozione di pratiche virtuose, produrranno meno spazzatura. Meno saranno infatti i rifiuti da smaltire, maggiore sarà il risparmio sui costi del servizio. Ma come si fa a calcolare la reale quantità di immondizia prodotta? In Svizzera si paga in base al numero di sacchi utilizzati, mentre in Germania il cittadino può scegliere la tipologia di contenitore e la frequenza di svuotamento e pagare di conseguenza. È chiaro che l’applicazione della tariffa acquista senso ed efficacia se accompagnata da un metodo di raccolta porta a porta, o da altri strumenti che consentano un calcolo esatto dell’”impronta ecologica” di ognuno. Altrimenti si rischia di far intendere ai cittadini che l’introduzione della tariffa serve solo a mascherare un aumento del prezzo, senza ricadute benefiche sull’ambiente.

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