Da Genova a Teano per costruire il dopo Berlusconi

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di Lorenzo Guadagnucci del Comitato Verità e Giustizia per Genova

Viviamo nel paese della corruzione e dell’economia criminale. Nel paese del populismo mediatico e del pensiero unico. Viviamo in un paese che accetta la violenza e la xenofobia e pratica spensierato il servilismo. Se guardiamo in alto, dalle parti del potere, quest’Italia non ci piace davvero. E quel che è più grave, non ci fa intravedere un futuro diverso, una prospettiva migliore. A che servirebbe, mettiamo, un semplice cambio di governo, al limite anche la fine del berlusconismo, senza una rivoluzione etica e culturale così forte da produrre un autentico cambio di pagina? Dall’alto non avremo niente del genere, inutile farsi illusioni. Per cancellare quest’Italia e costruirne una nuova dobbiamo guardare in basso, o in orizzontale. Il panorama, per fortuna, è molto migliore. Ci sono gruppi di persone, movimenti sociali e politici, degli intellettuali e un bel numero di attivisti, che non somigliano affatto a quelli che stanno in alto, dalle parti del potere, un posto che logora e fiacca le intelligenze, quando non le corrompe.

Se ci sarà un “dopo”, avremo altri protagonisti, altre idee, altri valori, ma non nasceranno dal nulla, bensì da chi si è forgiato sul campo in questi duri anni di populismo, violenza e idolatria del mercato. L’Italia del “dopo” avrà le gambe e le idee dell’antimafia sociale: quella è gente che ha elaborato e praticato una concezione di legalità che non si ferma ai codici e ai tribunali, ma affonda le radici in un principio di giustizia sociale che i più hanno rinnegato. Nel “dopo” avremo un’economia sobria e misurata, che non si farà ingannare da chi promette nuove fabbriche d’auto a patto d’umiliare chi lavora, o grandi e inutili opere, o ancora cibo a basso prezzo importato dall’altro capo del mondo o prodotto in campagna da schiavi venuti da fuori, e pensioni legate agli indici di Borsa…

Avremo piuttosto un’economia leggera, libera dalla finanza, cosciente che non è più possibile inquinare e cementificare come si è fatto finora. Sarà un’economia preoccupata di garantire a tutti un lavoro, ma liberando tempo per ognuno. Avremo un’agricoltura contadina e reti nazionali di commercio equo e solidale, si progetteranno piccole opere a tutela del territorio e torneremo lucidi dopo la sbornia delle privatizzazioni, quindi si parlerà di economia pubblica e ben comuni. Sono gli esperimenti e le storie di chi si impegna da tanti anni nell’altra economia o contro sciagurati e distruttivi progetti chiamati “grandi opere” o per la protezione dell’acqua da chi vorrebbe consegnarla a industriali famelici e infingardi.

Nell’Italia del “dopo” avranno un posto anche quelli come noi, che hanno visto fin troppo bene Genova 2001 e si sono battuti in questi anni contro gli abusi di potere e la proterva violenza delle istituzioni. Abbiamo denunciato un rischio che sta diventando realtà: lo spettro di una democrazia autoritaria, che usa i manganelli contro chi dissente e spaventa i cittadini “perbene” additando come pericolo pubblico immigrati e rom, lavavetri e mendicanti. Nel nostro piccolo, dopo Genova G8, abbiamo avuto ragione anche nei tribunali, dove sopravvivono – evidentemente – giudici che non si lasciano intimidire dall’arroganza di molti politici e di alcuni altissimi dirigenti delle forze di polizia. Non ci sarà spazio, invece, in quel “dopo” per chi ha voltato la faccia dall’altra parte anche dopo sentenze chiarissime dei tribunali.

Altri hanno avuto meno fortuna di noi con la magistratura, ma si sono battuti con rigore e dignità dopo la morte violenta di amici e congiunti per ottenere verità e giustizia, insomma per resistere a un potere che abusa della violenza per dimostrare la sua autorità, visto che non dispone di autorevolezza.

Viviamo in un paese che somiglia più alla Russia di Putin che alla democrazia immaginata dai costituenti e in buona parte è colpa nostra, perché siamo stati pavidi, distratti, litigiosi. È il momento di cambiare registro e di cominciare quella rivoluzione etica e culturale, senza la quale non ci sarà alcun “dopo”. Per questo anche noi, che abbiamo visto Genova e immaginato un’Italia e un mondo che sappiamo di poter costruire, a fine ottobre saremo a Teano: lì dovremo stringere un patto molto serio e metterci davvero in gioco. Stiamo diventando il paese degli oligarchi e non possiamo accettarlo: abbiamo il dovere di fare qualcosa, e la prima cosa è mettere a frutto le esperienze fatte, le conoscenze accumulate. Non siamo pochi, non siamo superflui.

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