13 dicembre 2018

Cristo gitano

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“Cristo gitano” è uno spettacolo teatrale nato dall’incontro tra il regista Daniele Lamuraglia e lo scrittore Antonio Tabucchi e si è sviluppato in collaborazione con Alessandro Santoro, prete delle Piagge, e con cinque ragazzi Rom che vivono tra il campo Olmatello e le Piagge.
È la storia di Gesù letta con gli occhi e la vita di un gruppo di Rom. Ambientata nel presente, prende spunto da un antico racconto scozzese di fine ‘800 in cui si narra di un nobiluomo inglese, ultimo di una antica famiglia che è condannata a produrre ogni tre generazioni un Cristo Gitano a causa della capostipite zingara che si dice avesse deriso Cristo mentre portava la croce verso il Golgota.
“Faccio spettacoli di carattere civile, e quando si tratta di luoghi comuni negativi, mi interesso subito della questione. Così è stato anche per questo spettacolo. Avevo letto il libro “Gli zingari e il Rinascimento” di Tabucchi, che racconta la vita della comunità rom di Firenze, e per un caso fortuito ho conosciuto lo scrittore. Abbiamo così cominciato a lavorare insieme all’idea: lui ha trovato la storia, io ho creato un laboratorio con dei ragazzi Rom”.
All’inizio di grande aiuto è stata la partecipazione di Alessandro Santoro, che ha rivisto i testi dal punto di vista delle fonti teologiche e ha avvicinato il regista alla realtà ed ai ragazzi Rom.
Haljilji, Ersah, Sedat, Ergan ed Elvis sono i giovani attori tra i 17 e i 29 anni che dall’autunno scorso sono stati coinvolti nel progetto. Non sono dei professionisti, ma persone che vivono la quotidianità della vita nei campi. “Il laboratorio è stato duro e difficile – continua Lamuraglia – soprattutto all’inizio, quando i ragazzi non capivano bene a cosa puntasse il progetto. Già altre volte hanno contribuito alla realizzazione di filmati sulla situazione rom a Firenze per poi non vedere nessun risultato per loro. Qui è diverso. Il Teatro ha fatto loro un contratto per la realizzazione degli spettacoli di aprile. Vogliamo creare una compagnia che diventi pian piano autonoma, non un evento episodico”.
“E’ un progetto importante – spiega Santoro – perché da un lato offre alla città un’occasione di incontro/confronto con la cultura Rom e dall’altra dà la possibilità ai ragazzi di poter continuare in quest’attività anche dopo gli spettacoli di fine aprile”.
La cultura Rom, che il regista trova affascinante da un lato ma difficile da definire dall’altro, “non si connota più in base al tipo di lavoro, o alla vita nomade. Molti hanno una casa fissa e cercano di inserirsi nel mondo del lavoro come qualsiasi altra persona. Personalmente ho trovato che la cosa che più li accomuna tutti è l’idea della famiglia, cosa che poi abbiamo rivisto nello spettacolo”.
“Noi cerchiamo la vera terra Gitana – racconta Haljilji – uno dei 5 attori, con questo spettacolo dimostriamo che l’abbiamo trovata, almeno per ora, nel teatro. A differenza del testo di Tabucchi, il nostro spettacolo non ha una vera e propria fine perché già stiamo pensando ad un prosieguo per il 2004 che parlerà dei Rom non come nomadi ma stanziali, con una casa, un lavoro fisso”. “Quest’esperienza, aggiunge sorridendo, mi fa tornare al passato, alla mia vita di una volta [in Kossovo, prima di scappare per la guerra n.d.r.], quando facevo teatro a scuola”.
Alla realizzazione dello spettacolo partecipano volontariamente anche altre quattro persone (attori e organizzatori)

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